Il giorno che sull’Eiger è spuntato il tricolore

Andrea Mellano rievoca a Trento la prima scalata italiana

Andrea Mellano (foto Serafin/Lomar)

L’impresa dei sei italiani che, per puro caso, divisi in due cordate, hanno unito i loro destini nel ‘62 sull’infida parete nord dell’Eiger riuscendo a realizzare la prima ascensione italiana, è stata ricordata domenica 6 maggio a Bolzano all’Auditorum Roen. Un'imperdibile serata, con i protagonisti di ieri e di oggi, condotta da Marco Albino Ferrari, scrittore e direttore di Meridiani Montagne. Fino all’estate del 1962 nessun alpinista italiano aveva scritto il suo nome tra quanti avevano salito la parete nord dell’Eiger.

L’IMPRESA. Nell’agosto del 1962 due cordate italiane attaccano la nord dell’Eiger ad un giorno dall’altra e gli uni all’insaputa degli altri. L’11 agosto si muovono Armando Aste, Franco Solina e Pierlorenzo Acquistapace; il giorno dopo anche la cordata di Andrea Mellano, Gildo Airoldi e Romano Perego. Le due cordate si riuniscono tra il primo e secondo nevaio. E' Aste a proporre agli altri di unire le cordate e proseguire. Procedendo più lenti superarono tutti i passaggi chiave della parete, assuefatti al rumore delle scariche di pietre, al mulinare della neve che li colpì ripetutamente, fino alla vetta.

IL BOLLINO. All’impresa è dedicato quest’anno anche il bollino dei soci del CAI, un piccolo grande tributo a sei alpinisti che si sono fatti onore, e anche un gesto in qualche modo riparatore: in quel 1962 la Rivista ignorò infatti l’argomento a differenza dello Scarpone che gli dedicò un breve servizio.

AL PASCOLO. Ma forse l’indifferenza dei media, specializzati e non, si spiega facilmente. I sei arrivarono in vetta indenni, muovendosi in sei giorni con estrema prudenza, indifferenti all’ironia di chi, Walter Bonatti in primis,  sospettò che tra quei ghiacci infidi fossero andati a “pascolare”. “Ebbene”, scrive Aste nel suo recente “Alpinismo espistolare”, “penso che è meglio pascolare su una parete, fosse anche appunto la nord dell’Eiger, piuttosto che farlo sporcando momenti ben più importanti, alpinistici e non, della nostra avventura umana. Bisogna ricordare anche i giorni piccoli”.

UN INVITO. All’Eiger, in occasione di questo cinquantennale, è dedicata un’altra iniziativa che è giusto segnalare. Vivalda editore pubblicherà una monografia con le storie di tutti gli italiani che hanno sfidato la temibile parete nord. Chi ha storie da raccontare può contattare Gianluigi Montresor (gianluigimontresor@fastwebnet.it) entro la fine di giugno.

L’INTERVISTA. Lo Scarpone ha incontrato alla vigilia della serata celebrativa di Bolzano Andrea Mellano e lo ha intervistato. “E’ un evento che ci ha segnato in modo positivo”, racconta l’alpinista torinese, accademico del CAI, architetto, tra i padri delle primissime gare di arrampicata a Bardonecchia. “Da alpinisti rivali, come eravamo tutti a quei tempi, siamo diventati un gruppo molto speciale e affiatato. Ci ritroviamo tutti gli anni e ci sentiamo spesso, affettuosamente. Io all’epoca puntavo sull’exploit sportivo perché ero abbastanza competitivo, pur essendo conscio di non essere un alpinista di grandissimo livello: almeno, dal mio punto di vista. Però la scelta dell’Eiger rispecchiava questo mio modo di non prendermi mai troppo sul serio. Nella mia vita c’erano cose più importanti, il lavoro, la famiglia. Questo per mantenere una specie di distacco dal totalizzante alpinismo che per alcuni è stato anche un motivo di frustrazione…”. All’epoca Mellano era diplomato, si è laureato più tardi, negli anni Settanta. “Ho fatto tutto il percorso da fabbro a architetto. Ero accademico del CAI da un paio d’anni, come pure Romano e Armando. In montagna la fortuna mi ha sempre assistito e non so proprio chi ringraziare. Armando per me è un fratello maggiore, un uomo straordinario”.  Per Mellano, un’altra grande avventura alpinistica è stata nel 64 la salita alla  Cassin alla Ovest di Lavaredo, quando è stato colpito in pieno da un fulmine. “E’ stato l’episodio più drammatico. Anche l’avventura sulla nord del Cervino è stata molto dura. La meteo oggi aiuta, ma non sempre. Perché invariabilmente si ripone un’eccessiva fiducia nelle tecnologie, dimenticando che ci si muove pur sempre su un terreno imponderabile. Anche se si è bene allenati”. Riflessi dell’alpinismo sulla sua vita? “Purtroppo l’alpinismo crea spesso problemi in famiglia. I miei genitori stavano sempre in pensiero per me, anche mia sorella…Per loro fortuna non sapevano mai dove andavo. Nel ’63, quando ci diedero per dispersi sul Cervino, un giornalista della Stampa andò a casa mia a cercare una mia foto. Fu così che spifferò tutto gettando i miei nella disperazione. Altre volte ero già sposato con figlie piccole, e ho rischiato parecchio, da quell’egoista che ero e che sono. Allora non c’erano i cellulari, e per arrivare a un telefono dovevi scendere a valle”. Testimonianze della grande scalata all’Eiger? “ Eravamo in tre a fotografare. Armando mi aveva affidato il suo apparecchio, ma si è strappato il cinturino ed è volato giù. Lui ha reagito da gran signore. Se fosse capitato a me avrei dato in smanie”. Lei pensa, Mellano, di avere creato allievi? “Forse sono stato un buon esempio, o almeno lo spero. Quello che mi fa piacere è scoprire che i giovani hanno desiderio di conoscere, anche se leggono poco. Purtroppo però a volte la storia dell’alpinismo si focalizza soltanto su eventi eccezionali senza andare in profondità. Importante è che noi veterani siamo ancora qui a raccontarle le nostre storie, anche se la vita ci ha riservato qualche grande spavento superato con l'aiuto dei medici... Vorrei concludere osservando che lo sport nella natura ti da sempre una certa capacità di risolvere i problemi, ti spinge a non abbatterti facilmente. Solo che, invecchiando, la vita ci riserva problemi non facilmente gestibili come avveniva di solito facendo alpinismo. E la scalata a questa età si fa sempre più difficile”.

Ser

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