A piedi nella storia, riscoprendo la montagna e l'economia resiliente

I sentieri come nuova frontiera di sviluppo. Cammini, turismo e narrazioni di imprese che (ri)nascono restituendo all'Appennino il ruolo di dorsale sociale, economica, ecosistemica. A Pistoia si racconta il presente guardando al futuro.

Un momento del convegno

2 dicembre 2017 - Giuseppe, Franco, Barbara. Tre nomi, tre persone, tre storie diverse che hanno in comune un elemento. Anzi, due: l'amore per la montagna e la resilienza. Sono tutti imprenditori che non solo sono sopravvissuti allo spopolamento delle terre alte - un abbandono spesso causato proprio da fattori economici - ma hanno addirittura deciso di fare ritorno mettendo in gioco idee, esperienze, innovazioni.

Storie di imprese resilienti
Giuseppe Corsini ha rilevato l'azienda agricola che fu di suo nonno. Oggi con la famiglia vive e lavora sulle montagne pistoiesi, a 1300 metri d'altezza. Più precisamente a Cutigliano, vicino alla Doganaccia, sull'Appennino tosco-emiliano. Grazie ai suoi bovini produce circa dieci quintali di latte al giorno, che distribuisce direttamente. "Ci metto la faccia, letteralmente. Seguire la filiera, fino al consumatore finale, è l'unico modo per cercare di sopravvivere" racconta Giuseppe. Riconosce che a fonte di tante aziende che hanno chiuso la loro attività negli ultimi anni, ci sono giovani che ritornano in montagna. Tra loro c'è anche Barbara Maffei, che dopo la laurea conseguita alla Normale di Pisa ha fatto ritorno ad Apella, in Lunigiana. In una comunità che conta soprattutto (poche) donne anziane, Barbara ha restituito nuova vita all'agriturismo "Montagna Verde" investendo sull'ospitalità diffusa, sulla ristorazione a chilometro zero e sui prodotti che derivano dalle castagne. Una storia diversa è quella di Franco Nocetti, che oggi gestisce "quasi per caso" (come dice lui) un affittacamere nel Mugello. Si chiama "La Pieve" perché si trova proprio vicino a una Pieve antica vecchia di mille anni e di cui ricorrerà il millesimo anniversario proprio nel 2018. "I boyscout mi bussavano alla porta chiedendo ospitalità. Pensavano che fossi il prete..." racconta. E così è iniziata la sua attività, che non esclude lo sviluppo della cultura del turismo lento e delle risorse di quell'Appennino che per suo nonno "era solo fonte di miseria" perché "corrispondeva a castagne e patate".
Oggi su quella "miseria" si costruisce la nuova economia. Sul pan di bosco (quello povero, di castagne) e su molti prodotti della gastronomia, dell'agricoltura e dell'artigianato si organizzano sagre e feste e si allestiscono musei che conservano e mostrano antichi prodotti agricoli. Lo ricorda l'antropologo Paolo De Simonis (Università di Firenze) che per spiegare la tendenza ha deciso di citare Gérard Lenclud: "La tradizione istituisce una filiazione inversa. Non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il passato”.

Cammini in salita
Queste sono tutte suggestioni e narrazioni emerse nel corso del convegno "A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani", organizzato dal Cai (Club alpino italiano) attraverso i Gruppi regionali di Toscana ed Emilia Romagna, il Comitato Scientifico Centrale e la Sezione di Pistoia (che ha ospitato l'evento nel prestigioso Saloncino della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia).
Il tema dei cammini - qua analizzati sia per il loro valore storico sia per le potenzialità di sviluppo (anche economico, oltre che turistico) - hanno rappresentato quasi un pretesto per un racconto che si è spinto ben al di là della dimensione strettamente legata agli intinerari. Su una cosa sono tutti d'accordo: occorre riscoprire la montagna. "Dipendiamo dall’Appennino, c’è poco da fare" afferma con convinzione Paolo Piacentini (Mibact). "Rappresenta la spina dorsale. Basta pensare al tema dei servizi ecosistemici, sempre più interessante. Perché i Parchi possono diventare risorsa e opportunità. Insomma, dobbiamo restituire valore economico e sociale alla montagna. E la città deve ricollegarsi con le terre alte, in un rapporto di reciproca sostenibilità". Del resto secondo Carlo Natali (Comitato Scientifico del CAI Toscana) la montagna "è il luogo in cui si forma la salute della pianura" e la "risposta ai problemi è quella che vede il territorio come una realtà integrata, come un corpo unico nel quale ogni componente ha le sue funzioni fondamentali".

I numeri
Ma qual è la dimensione economica della montagna? Le cifre ce le ricorda Paolo Figini (Università di Bologna). Nel 2001 il 18,7% della popolazione italiana viveva in territori di montagna producendo il 16,1% del Pil. Nel 2016 gli abitanti sono dimuniti (17,9%) ma è aumentata la produzione del Pil (16,3%). Ancora basso il reddito pro-capite (21.600 euro contro la media nazionale di 23.800), stabile quello dell’occupazione (42,8%) e addirittura leggermente più alto della media italiana il tasso di imprenditorialità (86,7 imprese per mille abitanti). Se il crollo delle attività economiche è spesso il fattore determinante per l’abbandono dei territori della montagna, è altrettanto vero che stiamo assistendo a un cambiamento di tendenza. I ritornanti sono soprattutto giovani che, come abbiamo potuto constatare, scelgono l’agricoltura e la promozione di attività collegate al turismo.

Progettazione e manutenzioni
Insieme c'è spazio anche per parlare dei Parchi, dell'impegno (anche in termini di risorse) e dell'idea di montagna che Regioni come la Toscana e l'Emilia-Romagna portano avanti, del bisogno di manutenzione per quei 54mila chilometri di sentieri di cui il CAI si occupa ogni giorno. "In Italia abbiamo 109mila chilometri di sentieri e più della metà è di nostra competenza" spiega il vicepresidente generale Antonio Montani. "Una cifra enorme se pensate che la rete autostradale italiana è di circa 6.500 chilometri. Alle nostre 500 Sezioni diamo 50mila euro di rimborsi spesa per la manutenzione. Un'azione necessaria e ragionata che è possibile compiere grazie anche e soprattutto alle forte rete dei volontari".

Gianluca Testa

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