"A presto monti", un ricordo

Il vicepresidente del Cai abruzzo Francesco Sulpizio partecipa ad "A presto monti" con un racconto sulla sua esperienza sulla via ferrata Brigata Tridentina.

2 aprile 2020 - Francesco Sulpizio, vicepresidente Cai Abruzzo, per la rubrica "A presto monti", ci racconta la sua esperienza sulla via Ferrata Brigata Tridentina. Se volete partecipare mandate le vostre lettere a loscarpone.redazione@cai.it

"Pregiatissima Redazione de Lo scarpone, in questo particolare periodo storico della vita di tutti noi, noi Soci del CAI, appassionati ed amanti frequentatori delle Montagne, sentiamo pressante e quasi in modo soffocante la mancanza di quell'aria sottile che ci spinge a salire verso il cielo e andiamo alla ricerca attraverso i social di foto e racconti che possono aiutarci alle lunghe ore che stiamo trascorrendo in casa. Raccogliendo l'invito a contribuire con scritti e foto da pubblicare sulla pagina facebook, in allegato invio il mio racconto di una scalata con il titolo passaggio chiave.

Cordialmente, Francesco Sulpizio AE, Vice Presidente CAI Abruzzo 

 

 

Ecco, sono pronto a percorrere questa strada che si spalanca dinanzi a me. Un nuovo sentiero, una nuova via, una nuova emozione. È perfetto, un sentiero che si incunea nelle viscere della montagna, una via che si inerpica lungo i suoi fianchi, le sue pieghe, le sue rughe, le sue creste e s’invola verso la cima fino a perdersi nel cielo. Ma, il sentiero della Montagna che percorro quasi tutte le domeniche, con pesanti scarponi, con sulle spalle lo zaino pieno dell’essenziale, con il compagno occasionale con cui mi confronto, non è forse simile a quello della vita, irto, dolce, pericoloso, faticoso, facile, impegnativo, appagante, gratificante. E se poi al termine della salita giunge il meritato riposo, mi accorgo che il vissuto non ha dimensione e nemmeno il futuro. Sono assorbito completamente dall’oggi o, al massimo, dall’impegno che dovrò profondere nella ridiscesa.

Mi sono sempre chiesto, ogni volta che attacco un sentiero, una via di arrampicata, in compagnia di qualcuno che condivide questa passione, se l’Amore per la Montagna ha una spiegazione razionale, o se appartenga al dominio delle vocazioni misteriose. Ma, non so rispondermi. Bisogno di mettermi alla prova? Forse. Richiamo indecifrabile ed irresistibile? Sarà. Rimane il fatto che da anni ho fatto la mia scelta senza troppo ragionarci sopra.

Sono “sbarcato” (giusto per usare un termine marinaresco) qui a Ortona per lavoro nel 1974. Ne ho fatto la mia Città e mi ritengo suo figlio adottivo, tanto da amarla quanto quella che mi ha dato i natali. Mi sono avvicinato alla Montagna piano piano, con rispetto ed umiltà, affrontandola ogni volta con timore ma, con passione ed amore. Questi sentimenti mi sono compagni fin da quando insieme ad alcuni Amici fondammo la Sezione del Club Alpino Italiano nel 1989. Insieme a tanti Amici ho affrontato, mai animato da un sentimento di sfida, ed accettato il rischio di “Scalare la Montagna”. La Montagna intesa nel senso più vasto della sua collocazione. La Montagna a me convenzionale, adatta, insomma che mi piace sia sotto il suo aspetto morfologico che come rapporto sacrale. Un amore con la “A” ben marcata dentro di me, in cui la ricerca dell’impossibile non esiste perché annullata dalla razionalità della vita in cui la sopravvivenza domina l’incoscienza. E così è stato anche nella scelta di questa scalata che di seguito sto per raccontare. Non userò termini tecnici o di difficile comprensione bensì cercherò di trasportare il lettore nel mio mondo, con semplicità.

La via ferrata Brigata Tridentina, è una delle vie di salita più frequentate delle Dolomiti, nel gruppo del Sella, in Alta Val Badia. Classificata come via ferrata difficile risale la parete est della “Torre Exner”, un monolito di 2496 metri di altezza, staccata da una profonda spaccatura dal “Mur de Pissadù” che fa da barriera rocciosa al Vallone del Pisciadù dove è situato, a 2587 metri il Rifugio Cavazza della Sezione CAI di Bologna, meta della nostra salita. 700 metri di dislivello, con passaggi anche di 4° grado sui 450 metri di parete verticale.

Partiamo presto la mattina del 28 agosto, alle 6,30 dall’albergo in Val di Fassa base della Gita Sociale che ho organizzato per i soci della mia Sezione CAI. Siamo in 11 e tutti ben motivati ad effettuare la salita. Da Mazzin di Fassa, superati i Passi Sella e Gardena scendiamo verso Corvara e finalmente raggiungiamo la base di partenza per l’attacco alla via ferrata. Caricatici gli zaini, contenenti le attrezzature e tutto l’occorrente per effettuare in totale autonomia e sicurezza un’escursione, ci incamminiamo lungo il sentiero tra i pini mughi mentre il sole inizia a riscaldare la valle. Sono le 7,30 e siamo quasi a 2000 metri di quota; la temperatura è accettabile e ci consente un rapido raggiungimento dell’attacco del primo tratto. Ognuno di noi indossa l’imbraco a cui va agganciato il sistema di assicurazione composto da corde con moschettoni e dissipatore per ammortizzare eventuali cadute, il casco per la protezione da eventuali testate contro pareti sporgenti o cadute di sassi, oppure cadute che potrebbero essere anche letali, guanti specifici per proteggere le mani nella progressione sui supporti metallici posizionati lungo la via salita. Una via ferrata è un insieme di strutture e attrezzature metalliche (funi d’acciaio, fittoni, scale, ancoraggi ecc... posizionate artificialmente su una parete rocciosa per facilitarne la salita in sicurezza, in un percorso alpinistico che sarebbe riservato solo a chi ha conoscenza e pratica di tecniche di arrampicata in cordata con attrezzature individuali o corpo libero.

Dopo aver controllato che tutti abbiano indossato regolarmente tutta l’attrezzatura, date le informazioni sulla progressione e la posizione di ognuno di noi nell’ordine di salita, raccomando a tutti la massima attenzione e prudenza. A darmi un aiuto nella gestione e a supporto di chi non ha mai percorso una via ferrata, ci sono due neo Accompagnatori di Escursionismo del CAI, Floriana e Franco, su cui ripongo la massima fiducia e collaborazione. Ci sono anche Amici che hanno già effettuato simili esperienze insieme a me e due giovani ragazzi che mi sono stati affidati dai genitori ed a cui dovrò prestare la massima attenzione. Per questo posiziono Chiara (16 anni) dietro di me e subito dopo suo zio Sergio, compagno in altre vie di salita. A seguire Simone (16 anni) controllato da Americo, altro elemento importante di questa cordata, Fiorenzo, Floriana, Mauro, Luisa, Claudia e Franco. Da questo momento ogni movimento è calcolato, ponderato, eseguito.

Iniziamo la nostra salita della Torre Exner e subito, dopo un breve tratto in diagonale lungo la parete, entriamo in ombra e la salita sulla prima gobba rocciosa si fa impegnativa perché bagnata dallo scioglimento della nevicata di due giorni prima. Fittoni di ferro infissi nella parete ci consentono una buona presa e la progressione verticale procede abbastanza tranquilla.

Chiara dietro di me la vedo timorosa ma, attenta nei movimenti; è la sua prima volta e come prima volta si trova ad affrontare un percorso difficile. Continuo a ripeterle di fare tutto con molta calma, di stare sempre allerta a come attacca e stacca i moschettoni dagli ancoraggi e dalla fune d’acciaio. Con la piccola telecamera che ho sistemato sul casco cerco di inquadrare tutti e seguirli anche in pochi istanti nei loro movimenti. Continuamente chiedo come va e fortunatamente tutti rispondono che va tutto bene. Ne abbiamo per una buona mezz’ora lungo questa primo settore della ferrata che in alcuni punti è scivolosa per l’acqua che scivola; fa anche freddino su questa parte in ombra mentre dall’altra parte della vallata la catena del Puez-Odle si ravviva della luce del sole. Siamo sul versante ovest della Torre e per questo in ombra. Siamo a oltre 2000 metri e per questo fa un po' freddo e sono appena passate le 8,00 del mattino, le 7,00 solari. Mi giro continuamente indietro per scrutare dall’alto i miei Amici di cordata e con mia grande soddisfazione noto che va tutto per il meglio. Alle 8,20 usciti da questo primo settore e ricomposto tutto il gruppo continuiamo nella progressione verso l’attacco principale della Tridentina lungo un sentiero che procede in diagonale verso est, aggirando parzialmente la parete. In lontananza il rumore di acque che scorrono velocemente lungo il canalone roccioso: è il Torrente Pisciadù che compie un salto di circa 500 metri dal vallone superiore dove è posizionato il lago e l’omonimo rifugio. 

Alle 8,45 siamo di nuovo tutti e allineati per l’attacco della Torre Exner. Da adesso e fino alla fine non ci sarà un attimo in cui potremo distrarci. Basta alzare gli occhi e cercare di vedere dove questa parete di roccia finisca. Niente, si perde nell’azzurro del cielo e solo la sagoma di alpinisti che ci precedono riesce a darci la misura della immensità della parete. Appena all’attacco, solo dopo pochi metri, Chiara la vedo timorosa. Mi chiede continuamente dove mettere i piedi, dove aggrapparsi, come deve fare. Oddio, mi passa questa esclamazione nel pensiero, nella mente. Siamo solo all’inizio e sopra di noi 450 metri di parete da risalire. Ok, speravo di non doverci ricorrere ma, lo devo fare. Assicuratomi su una sosta, mi sfilo lo zaino e tiro fuori da esso un cordino di una decina di metri a cui lego a me Chiara che tira un bel respiro di sollievo. Anch’io sono ora più tranquillo anche se da adesso i miei movimenti saranno condizionati dalla corda che tiene Chiara. In compenso la progressione ci guadagna nei tempi e nei movimenti più fluidi e veloci. Dietro di noi, intanto si allunga la fila degli alpinisti che salgono ed anche se siamo partiti abbastanza presto si crea il tappo che avevo previsto: i più lenti, i meno allenati, i principianti, quelli alla prima esperienza è normale che ritardino la salita dei più esperti e veloci. Intanto proseguiamo. Ci penserò non appena mi si presenterà l’occasione più in alto dove la parete ha una leggera variazione di pendenza e dove sarà possibile effettuare una sosta. Mi giro in continuazione per fotografare, per riprendere con la telecamera fissata sul casco, per controllare Chiara che nonostante la sua inesperienza se la sta cavando benissimo. Anche Simone più in basso lo vedo agile e attento nell’arrampicata. La vicinanza ai ragazzi di Sergio e Americo mi tranquillizza, mi dà la possibilità di ragionare con più lucidità. Guai a me se fossi titubante e disattento; non me lo perdonerei mai. A me è affidata la “vita” di chi mi segue ma, a me è toccato decidere se portarli su dietro di me. Potevo anche rinunciare oppure dire che qualcuno doveva rimanere giù dato il numero cospicuo dei partecipanti alla scalata. Sono un Accompagnatore di Escursionismo Titolato di Primo livello con qualifica specifica per l’accompagnamento sulle vie ferrate del Club Alpino Italiano ormai da 24 anni, praticamente un terzo della mia vita l’ho dedicato ai Soci della mia Sezione e se loro ripongono in me la fiducia, io non posso tradirli. Accompagnare in Montagna equivale a guidare e in cuor mio non mi sento da meno di una Guida Alpina, anzi. Ritengo di avere una preparazione ed una esperienza più che ragguardevole e l’unica cosa che mi differenzia da una Guida Alpina è che la guida è un professionista e quindi va remunerata mentre io come gli oltre 1000 Accompagnatori di Escursionismo del CAI siamo dei volontari. Tutto qui ma, il contenuto è lo stesso: accompagnare equivale a guidare e viceversa. 

Mi ritrovo per la seconda volta su questa parete dopo otto anni e le emozioni sono le stesse con un impegno fisico maggiore e per una consapevole responsabilità verso le persone che mi seguono. Il rumore del Pisciadù che scivola lungo la canalina che nel tempo ha scavato sulla parete copre il mio respiro affannato. Sento il battito delle pulsazioni regolare e questo mi rassicura sulle risorse fisiche. Qualche battuta spiritosa da parte di Sergio sulla verticalità della parete attenua la concentrazione e un sorso d’acqua per mandare giù anche la tensione ci consente di riprendere fiato. Simone che mi guarda compiaciuto e soddisfatto facendo un paragone su questa via e quella fatta l’atra settimana sul Gran Sasso. Una differenza notevole ma, se ci vado a fondo la Montagna per me non ha differenze se la pratico quì o là per il mondo. Quello che mi cambia la valutazione è la prospettiva visiva dei luoghi che ogni volta mutano e ogni volta è una scoperta, una sorpresa, un’emozione. Mi giro, guardo in basso, li riconto ad uno ad uno, da Chiara a Franco laggiù in fondo. E riesco a valutare che tutto procede per il verso giusto. Tra poco ci sarà un brevissimo traverso che ci darà la possibilità di riposarci un po' anche proseguendo, di riprendere fiato, di riordinare i pensieri.

Sergio mi chiama e mi dice che ci sono alcuni che vorrebbero superarci, una guida alpina con i suoi due clienti. Ok. Suggerisco a Chiara di stare ferma, di non muoversi, di non staccarsi dalla fune, di tenersi ben salda. Avrebbero fatto loro il sorpasso. Chiara si sposta sul lato opposto della fune e lascia sfilare i tre che proseguono abbastanza spediti e subito dopo ristabiliamo la catena umana e continuiamo a cercare appigli, a tenerci alla fune d’acciaio, a staccare ed attaccare i moschettoni collegati ad ognuno dei nostri imbrachi ogni volta che arriviamo allo stop dei settori. I fittoni cementati nella roccia ci aiutano e ci rendono più semplice l’arrampicata ed uno dopo l’altro e per una infinità di volte, tiro un respiro più corposo per affrontare il passo successivo.

Ho imparato in questi anni a non guardare mai sopra la mia testa, a tenere gli occhi ed il pensiero concentrati su ciò che sto facendo, a non illudermi sulle distanze e sui dislivelli da superare. Oggi mi trovo di nuovo su questa parete e so che l’impegno è notevole e che tra poco arriverò al mio passaggio chiave, quello che mi ha messo in difficoltà otto anni fa. Ma allora ero più giovane, avevo più forza, più vigore e qualche chilo di meno. Devo arrivarci concentrato e determinato.

Siamo a metà della salita e provo a guardare in alto. Sopra di me piccole sagome si muovono lentamente e sapientemente guadagnando metro dopo metro la verticalità della parete. Tutti siamo impegnati singolarmente a mantenerci attaccati alla roccia, alla fune e alle scale metalliche che di tanto in tanto ci consentono di far riposare i muscoli delle braccia e delle gambe. Tricipiti e quadricipiti sono sollecitati al massimo.

Un altro sorpasso di una ventina di scalatori ci coglie su una stretta cengia e ci permette di recuperare fiato e forze. L’ordine di salita viene rivoluzionato e quando ripartiamo Chiara non ha più lo zio Sergio dietro di se che si ritrova più in basso. Approfitto per fare qualche foto stando fermo su questa sosta e mentre ci ammassiamo tutti su pochi metri quadrati ho la certezza che tutti stiamo bene e consapevoli di andare avanti. Americo si meraviglia sul come abbiano potuto tracciare su questa parete una via così impegnativa.

Questa via è stata chiamata Brigata Tridentina perché negli anni 1967-'68 gli alpini della Brigata Tridentina, assieme alla guida alpina Germano Kostner, la realizzarono con circa 150 scalini e 400 metri di fune metallica.

Rimessici in fila e riagganciati i moschettoni al cavo d’acciaio, riprendiamo a salire verso il cielo azzurro. Tra le rocce, su pochi millimetri di humus fiorisce la vita di qualche campanula, ranuncolo e stella alpina, il fiore simbolo della Montagna. Mi giro verso la valle che ora si apre a tutta la sua grandezza; giù in fondo Corvara e la statale che risale per numerosi tornanti verso Passo Gardena, le cime delle Odle, bellissima catena con le sue guglie e pinnacoli che s’innalzano all’orizzonte mentre il ripetuto e cadenzato rumore dei moschettoni si confonde con il sibilo del vento. Chiara mi sta appiccicata come l’ombra ed ogni tanto la corda che mi tiene legato a lei si estende per tutta la sua lunghezza e allora capisco che devo sostenerla, aiutarla, tirarla su verso di me.

Ecco ci siamo. Siamo arrivati al mio passaggio chiave. Un bel respiro. Osservo lo stop dove dovrò agganciare il primo moschettone. Guardo la canalina davanti al mio viso. Troppo stretta. Non ci passo. Ma, non ci sono passato nemmeno otto anni addietro. Sulla sinistra una grossa roccia liscia, lucida, esposta. E’ lei. Dunque: vado a tastare la sua sommità, trovo l’appiglio che non è proprio un appiglio bensì una protuberanza liscia e scivolosa ma, è tutto qui quello che mi si offre per superare questo punto. Respiro. Intensamente. Allungo il braccio. Stringo le dita della mano sinistra che però non afferrano nulla. Cercano di adattarsi a quella specie di gobbetta liscia e scivolosa perché tutti si affidano a questo “appiglio” per issarsi di quel paio di metri che consente di assicurarsi alla scala superiore. Vado!!!

Mente, braccio, forza, volontà, tutto in un attimo deve risolversi. Un dolore alle dita che non sento più, quasi a indicare la mancanza di sensibilità. La presa mi sfugge. La perdo. Scivolo all’indietro per un paio di metri e... Tutto ok. Sono fermo. L’aggancio allo stop superiore blocca la mia caduta affatto rovinosa. Niente graffi. Niente contusioni. Nessun contatto con Chiara che sta sotto di me. Tutto ok. Non è successo nulla. Però è successo. Riprendo fiato. Osservo i miei compagni sotto di me e li rassicuro. Tutto ok. Devo concentrarmi e riprovare per superare questo passaggio. Lascio sfilare Claudia e Luisa più leggeri di me raccomandando loro di assicurarsi alla scala superiore e di stare attente a Chiara che le seguirà prima di me.

Eccomi di nuovo a tu per tu con la parete, con la mia roccia. Devo farcela, devo passare perché questo è l’unico punto. Non posso tornare indietro. Devo salire. Ripeto la manovra con più concentrazione. Non aspetto molto. Deciso. Una spinta di reni, il braccio in cui ripongo tutta la mia forza. Mi tiro su. Esco fuori da questa situazione che poteva diventare un problema. Mi assicuro alla scala. Recupero con un lungo respiro e quasi mi faccio violenza a stringere forte con le mani la fune a destra e il piolo a sinistra. Ci sono. Anche questa volta ci sono. Continuo a salire come se volessi mettere più spazio tra me e quel punto nevralgico della “mia scalata”. Dietro di me tutti superano quella difficoltà di 4° grado e arrampichiamo ancora verso la sommità. Alzo lo sguardo a sinistra e sotto la cima del Pisciadù intravvedo la sagoma del Rifugio Cavazza. Dio ti ringrazio è quasi finita.

Uscito dalla interminabile verticale, assicurato l’ultimo passaggio, la via piega in orizzontale sulla sinistra, verso un passaggio sotto roccia dove è d’obbligo abbassarsi il più possibile per non sbattere la testa. Aggirato il costone, ecco il ponte sospeso che collega la Torre Exner al massiccio principale. "Chiara, siamo arrivati al ponte", le grido mentre mi giro e le scatto una foto.

L’attraversamento del ponte è il meritato e agognato regalo per tutti alla fine di questa impegnativa scalata. Mi ritrovo al centro del ponte e l’affaccio nell’intaglio è adrenalinico, da giramento di testa. Lo sguardo si perde laggiù in vallata sui prati erbosi e il pensiero fugge veloce, ripercorre tutta la salita, rivive tutti gli attimi di tensione e quelli di appagante gratificazione. La posizione esposta sul ponte mi riporta alla realtà e mi ritrovo sull’altra sponda ad aspettare gli altri e Chiara soprattutto che continua ad essere legata a me per la vita. Pochi minuti, pochi metri di dislivello ci separano dalla meta, il Rifugio Cavazza al Pisciadù dove tra poco ci ritroveremo per il meritato riposo.

Lascio passare fino all’ultimo i miei amici e compagni di scalata e all’improvviso mi ritrovo solo con me stesso. Con il mio corpo logorato dalla fatica, la mia mente sovraccarica di pensieri, il mio cuore rigonfio di gioia per essermi ancora stato amico ed unico motore di tanta volontà. Felice di aver saputo donare a chi mi ha seguito, affidandosi a me, la mia esperienza, il mio sapere, la mia passione, il mio affetto. Vi ringrazio tutti e non solo quelli che oggi sono saliti con me. Come ringrazio la mia famiglia, la mia compagna di vita, per non essermi stata addosso manifestandomi il suo giustificato timore, la sua comprensibile ansia ogni qualvolta sono partito. Per avermi, ogni volta, aspettato. Ancora una volta mi sono messo in discussione, mi sono guardato, penetrato, sviscerato dentro, quasi a scavarmi, alla ricerca di una risposta e del perché. Ancora una volta non so rispondermi".

 

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