A Trento il convegno sulla montagna che cura

A due anni di distanza dall'ultimo appuntamento, il primo maggio si è discusso dei numeri, i risultati e le prospettive di questa terapia sempre più diffusa nelle Sezioni CAI.

Il convegno di Trento

6 maggio 2019 - “Un'occasione straordinaria. Una novità travolgente che ha coinvolto moltissime sezioni”, il presidente generale del Cai Vincenzo Torti così ha definito la montagnaterapia, durante un convegno tenutosi il primo maggio a Trento.

In occasione del Trento Film Festival si è tenuto un incontro nella sala conferenze della Fondazione cassa di risparmio di Trento e Rovereto dal titolo: “Montagnaterapia: una nuova proposta di cura”. L'evento iniziato alle 11 è stato moderato da Luigi Festi, presidente della Commissione medica del Cai.

Nel convegno si è parlato dei progressi ottenuti negli ultimi due anni (il precedente appuntamento sull'argomento si era tenuto nel 2017). Oggi lo scopo è di armonizzare e coordinare le tante iniziative spontanee nate in ogni parte d’Italia, perché la montagnaterapia deve essere utilizzata attentamente, così come una qualsiasi terapia in ambito medico, valutando i possibili benefici ma anche pericoli e controindicazioni. Serve dunque una stretta sinergia tra il mondo medico e il mondo escursionistico/alpinistico del CAI, perché vi sia un razionale trattamento riabilitativo.

Ha introdotto l'evento il presidente Torti che ha sottolineato il successo di una iniziativa nata in modo spontaneo, grazie ad alcuni soci Cai, e la molteplicità dei settori in cui la montagnaterapia può essere usata. Ha poi posto il problema del campo assicurativo, “terreno minato”, che impone “un'attenzione specifica”.

I numeri di questi due anni li ha forniti Paolo Di Benedetto, medico psicologo e psichiatra a Rieti, della commissione medica del Cai. Il questionario-censimento diffuso nelle sezioni Cai su montagnaterapia è stato compilato da circa la metà di esse. Il 79% delle iniziative italiane di montagnaterapia si è sviluppato attraverso escursioni. L'arrampicata ha riguardato il 12% degli interventi. Speleo, rafting e altre attività invece hanno rappresentato il 9%. Le attività si sono svolte soprattutto su tracciati di bassa difficoltà, accessibili a tutti. Il 44% degli interventi ha riguardato pazienti affetti da disagio psicologico. Le attività di montagnaterapia annuali si articolano in un numero di interventi compreso tra un minimo di 10 e un massimo di 40.

Sandro Carpineta, esperto di montagnaterapia per persone con disabilità fisica, riassume la storia di questo nuovo metodo di cura in Italia: “All'inizio degli anni 2000 abbiamo cominciato a pensare alla montagna-terapia in maniera molto disunita, facendo incontrare mondo Cai, sanità e associazionismo/volontariato”. Un inizio un po' disordinato, che però porta ad un futuro solido e sempre più organizzato: “Prosegue la ricerca e andiamo verso una positiva evoluzione”. Anna Torretta, guida alpina, annuncia per esempio il progetto di formare le guide alpine sull'uso della montagnaterapia a scopo riabilitativo dopo gravi incidenti. Interessante è anche l'iniziativa raccontata dall'alpinista Matteo della Bordella: “Come Ragni di Lecco abbiamo l’iniziativa Born to Climb per i bambini ipovedenti, incentrata sull’attività dell’arrampicata indoor per dare percezione di rapporto con gli altri e sdi contatto con la parete. Questo aiuta i ragazzi in un percorso di crescita personale e di introduzione nella società”.

Importanti i numeri del Cai Alto Adige, la cui esperienza è stata raccontata dal suo presidente Claudio Sartori: “Dal 2009 abbiamo fatto muovere 600 persone, siamo arrivati fino a 1500 metri. La cosa più bella è con questi interventi si entra nel sociale: cerchiamo di dare a chi ha avuto meno fortuna di noi e di far capire quello che la montagna può fare”.

Spazio poi alla commozione attraverso la storia dell'alpinista Franco Perlotto: “A cinquantasei anni dopo un infarto ho dovuto iniziare a prendere medicine e antidepressivi. Ad aiutarmi è stato è stato il ritorno in montagna, grazie al Cai Torino che mi ha affidato il rifugio Boccalatte”. Storia di una montagna che cura anche quella di Tomek Mackiewicz, bellissima storia di riscatto raccontata da Sandro Filippini della Gazzetta dello sport: “Era caduto in una forte dipendenza dalle droghe. Per uscirne andava in montagna, estremizzando anche nella ricerca del limite. La sua vita era raccogliere soldi per andare al Nanga Parbat (Pakistan). Ha risolto problemi fisici e di vita, riuscendo anche a mettere in piedi una famiglia”. La guida alpina Silvio Mondinelli, ha raccontato invece la sua esperienza con chi aveva problemi di gioco d'azzardo e di stress.

Bisogna però stare attenti. “Occorre una buona valutazione del fattore di rischio – spiega Andrea Orlandini, direttore medico del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico - quando si portano fuori delle persone con disabilità. Il problema non è solo di chi andiamo a soccorrere, ma si pone anche per gli stessi soccorritori”.

Luca Calzolari, giornalista e direttore di Montagne360, spiega il successo mediatico di questa nuova terapia: “C’è bisogno in questo momento di trovare strumenti di terapia perché stiamo vivendo in un momento storico in cui il disagio è molto forte. E la montagna è uno degli strumenti che funzionano e fanno notizia.  La medicina di montagna è una medicina per permettere, e questo è un tema che interessa i media”.

Il moderatore Festi conclude, cercando di spiegare la sfida di chi accompagna le persone lungo il loro sentiero di riabilitazione: “Chi ha disabilità dalla nascita vive la conquista della montagna come qualcosa che lo fa sentire più uguale agli altri. Chi ha disabilità acquisite invece ha spesso problemi di frustrazione, perché non riesce più a raggiungere i traguardi che raggiungeva prima. Fondamentale è allora l’opera dell’accompagnatore e dell’operatore medico per fargli capire che anche per lui è una conquista”.

Valerio Castrignano

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