Accadde oggi: Carlo Mauri, un mito da ricordare

Oggi, 25 marzo, l’alpinista e esploratore lecchese avrebbe compiuto 90 anni. Coetaneo e amico di Walter Bonatti, fu uno dei più bei nomi dell’alpinismo italiano degli anni ’50 e non solo

25 marzo 2020 - Il 25 marzo è la data di nascita di uno scalatore di grande caratura, di questi tempi non ricordato come meriterebbe. Stiamo parlando del lecchese Carlo Mauri, classe 1930, uno dei protagonisti di punta dell’alpinismo degli anni ’50 del secolo scorso. Le foto dell’epoca lo ritraggono con il maglione rosso dei Ragni della Grignetta, di cui era stato uno dei primi soci nel dopoguerra. Brillante arrampicatore, il “Bigio”, come lo chiamavano gli alpinisti lecchesi, si fece le ossa sul calcare della Grigna, ma presto si mise in luce per una bella serie di prestigiose prime salite (a soli vent’anni fu chiamato a far parte del Club Alpino Accademico). Tra queste vanno ricordate la seconda ripetizione della via Cassin sulla parete nord est del Pizzo Badile, la terza ripetizione della via Ratti-Vitali sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, la prima invernale della via Cassin sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo e la seconda invernale sulla Nord della Cima Grande, queste ultime in cordata con Walter Bonatti. Nel marzo del 1956 Mauri fu poi protagonista di un’altra scalata mitica: la prima ascensione del Monte Sarmiento, nella Terra de Fuoco, con il trentino Clemente Maffei “Gueret” e al seguito di una spedizione organizzata da padre Alberto Maria De Agostini, il grande esploratore dell’America australe. Qualche mese dopo, con Cesare Giudici, Dino Piazza e Giorgio Redaelli, portò a termine la prima ripetizione della via Bonatti sul pilastro sud ovest del Petit Dru.

A cavallo tra il 1957 e il 1958, Mauri si recò con Walter Bonatti in Patagonia. Tentò di salire il Cerro Torre, spingendosi con l’amico fino a 300 metri dalla vetta lungo la parete ovest, dopo aver raggiunto il Colle della Speranza, e realizzò poi, sempre con Bonatti, alcune notevoli ascensioni nella stessa zona, come la prima del Cerro Mariano Moreno e la lunga cavalcata del Cordón Adela. Pochi mesi più tardi, nell’estate del 1958, il Bigio mise nel carniere una delle sue imprese più belle: nel corso della spedizione nazionale del Cai, guidata da Riccardo Cassin, ancora una volta in cordata con Walter Bonatti, riuscì a raggiungere in prima ascensione assoluta la vetta del Gasherbrum IV. Un’ascensione difficile e molto in anticipo sui tempi, tant’è che quella via attende ancora oggi la prima ripetizione. Rientrato a casa, il Bigio fece altre ascensioni di prestigio, come la prima invernale della parete sud del Dente del Gigante e la prima a solitaria della via della Poire al Monte Bianco, entrambe nel 1959, anno in cui diventò anche socio del prestigioso Groupe de Haute Montagne.

Nel 1961 un incidente sciistico sulle piste dello Chécrouit, in Val Veny, compromise seriamente la carriera alpinistica di Mauri, che tuttavia continuò – dopo una ripresa faticosa Nel 1966 il lecchese giunse in vetta al Monte Buckland, nella Terra del Fuoco, e partecipò a una spedizione sulla Cordillera Blanca.  Ma presto anche lui, come già era accaduto all’amico Walter Bonatti, si lasciò attrarre dalle grandi esplorazioni e dai reportage giornalistici. Prima lungo il rio delle Amazzoni, poi in Australia, Nuova Zelanda e Nuova Guinea. Nel 1968 e nel 1969 si recò per due volte in Antartide. Poi, nel 1969 e nel 1970, prese parte ai tentativi di traversata dell’Atlantico, prima a bordo del Ra I e poi del Ra II, l’imbarcazione di papiro progettata dall’esploratore norvegese Thor Eyerdahl.

Nel 1970 Carlo Mauri diresse una spedizione dei Ragni che tentava il versante ovest del Cerro Torre: in quell’occasione, la cordata composta da Casimiro Ferrari e Piero Ravà giunse a non molti metri dalla vetta. L’anno seguente, il Bigio prese parte alla spedizione internazionale all’Everest, guidata da Norman Dyhreenfurth. E successivamente, nel 1972-‘73, fu protagonista di un altro viaggio avventuroso e appassionante: assieme a Luca, il figlio 14enne, seguì le orme di Marco Polo sulla via della seta, da Venezia al Catai, realizzando documentari per la Rai e reportage foto giornalistici. Nel 1974 Mauri ebbe un primo problema cardiaco che tuttavia non gli impedì, tre anni più tardi, di partecipare con Eyrdahl e altri compagni a un’altra magnifica avventura sulle tracce degli antichi Sumeri, la traversata dell’oceano Indiano sul Tigris, una barca di giunco; e successivamente di spingersi nel gelo estremo della Siberia.

Nel 1982, a soli 52 anni, dopo una vita di avventure, Mauri fu colto da un secondo infarto sul tratto finale della ferrata Gamma 1 al Pizzo d’Erna, nel Lecchese. Ricoverato d’urgenza all’ospedale di Lecco, morì il 31 maggio, lasciando sgomento il mondo degli appassionati di montagna. Oggi un rifugio costruito da Casimiro Ferrari sul Lago Viedma, in Patagonia, in vista della catena del Fitz Roy, porta il suo nome. Però se volete farvi un’idea più precisa del personaggio e conoscere meglio la sua storia, provate a dare un’occhiata al docu-film, 'Un viaggiatore ai confini del mondo', di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, presentato nel 2014 al 62° Trento Film Festival.

Red

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