Brizzi: "Come dicevano i medievali 'l'uomo che arriva alla fine di un viaggio non è mai lo stesso di quando è partito'. Nel mio cammino di Santiago ho sconfitto il drago e vinto i pregiudizi"

Presentiamo il libro della collana Passi "Il sogno del drago. Dodici settimane sul cammino di Santiago da Torino a Finisterre". Il romanzo di Enrico Brizzi, pubblicato nel 2016 da Ponte alle Grazie e Cai.

13 maggio 2020 - Enrico Brizzi, scrittore di origini bolognese, camminatore esperto, ha alle spalle numerose pubblicazioni e davanti a sé tanti progetti. Tra questi un libro in uscita il 18 giugno con Ponte alle Grazie e Cai per la collana Passi: "L'estate del gigante", ma anche nuovi cammini da percorrere.  Perché Il viaggio a piedi, il cammino lento così come lo concepivano gli antichi, è sempre stato al centro dell'uomo e dello scrittore. Lo aiuta a ripercorrere la storia dei popoli, mette in discussione le sue idee, lo fa interrogare sul senso più profondo della vita e del divino che è intorno e dentro ognuno di noi. In quest'intervista, sincera e spontanea, Enrico Brizzi ci parla del suo libro pubblicato nel 2016 per la collana Passi da Ponte alle Grazie e Cai: "Il sogno del drago. Dodici settimane sul cammino di Santiago da Torino a Finisterre". Un romanzo che racconta quello che è stato il terzo cammino sacro in ordine cronologico, percorso dallo scrittore bolognese dopo la via Francigena e la via da Roma a Gerusalemme. E così come nel romanzo si mescolano storie, aneddoti e miti medievali, così in questa intervista lo scrittore racconta se stesso e la sua visione del mondo anche attraverso altri cammini intrapresi, e un altro viaggio, che "è solo rimandato".

Partiamo dal titolo: perché "Il sogno del drago"? Che cosa significa?

"È una visione onirica. In un periodo in cui mi capitava spesso di essere tormentato dalla visione notturna di questa creatura sbuffante, medievale e molto oppressiva. Era un periodo in cui cercavo di rimettere le cose insieme dopo una fase travagliata a livello personale. Penso a come può essere una separazione per chi ha figli e probabilmente, l'inquietudine che provavo di giorno si rifletteva di notte con sogni più o meno spaventosi. E questa immagine mi è comparsa proprio sul finire di quel lungo viaggio che mi ha portato da Torino a Santiago di Compostela e poi a Finisterre, e in particolare dentro la cattedrale di Santiago. Al momento della messa del pellegrino che segna l'arrivo delle persone, che abbiano camminato per 3 giorni, per un mese, o per 12 settimane come è capitato a me, che ho subito smesso di sentirmi figo quando ho scoperto che c'erano persone che arrivavano dalla Polonia. Beh insomma, il momento che quasi tutti ricordano e portano nel cuore è quello quando verso la fine della cerimonia viene elevato al soffitto della cattedrale il Botafumeiro, che è questo enorme turibolo, un porta incenso, che viene fatto ondeggiare secondo un rituale vecchio di secoli. E vedendo questo oggetto, effettivamente enorme, che volava con tanta leggerezza sopra le teste delle persone, mi è tornata in mente l'immagine del drago. E questa volta non era più un'immagine spaventosa, ma l'immagine di un drago che alla fine era stato ammansito e addomesticato, e benedicente nei confronti degli uomini che avevano accettato la piccola sfida di dedicare una parte della loro vita a un cammino importante. E' stata come la sensazione che alla fine le cose si fossero messe a posto".

A distanza di anni questo cambiamento te lo porti ancora dentro? Che cosa ti ha lasciato?

"I medievali nella loro saggezza dicevano che l'uomo che arriva alla fine di un viaggio non è mai lo stesso che è partito e valeva in primo luogo per i viaggi sacri.  Dante ne enumera tre, quindi la nostra Via Francigena, il viaggio a Gerusalemme e appunto quello verso Santiago di Campostela. Questi viaggi sacri sembravano avere già per l'uomo medievale un potere di cambiamento maggiore. Non tutti se lo potevano permettere, per disponibilità di tempo e di finanze. Anche se in realtà molti lo facevano per procura: viaggiavano per conto di altri che pagavano il viaggio: facendo camminare qualcun altro al loro posto, si guadagnavano così la salvezza dell'anima. Immagine per noi abbastanza stravagante. Quindi chi compiva questi viaggi aveva per così dire a disposizione un'indulgenza per chi credeva, e all'epoca tutti, a grosso modo, avevano fede. Soprattutto credevano in un potere di cambiamento molto forte rispetto a chi compiva un viaggio minore, meno pericoloso ecc. Questo per dire che Santiago è stato per me il terzo viaggio in ordine cronologico, il completamento di questa terna di viaggi epocali che ancora oggi richiedono molte settimane. Partire da Canterbury per arrivare a Roma significa stare fuori almeno 80 giorni solo di cammino, che possono diventare 90 se ci metti le pause nelle città principali.  Esattamente lo stesso tempo che impiegò l'arcivescovo di Canterbury dal cui diario abbiamo scoperto che cosa è la via Francigena. E già questo è molto vertiginoso: pensare che ancora oggi ci si impiega lo stesso tempo di una persona di due mila anni prima. E per me il viaggio che ho fatto da Canterbury a Roma è stato il primo della serie di questi lunghi viaggi sacri del passato. Il secondo è stato a Gerusalemme ed è stato dei tre il più sconvolgente di tutti. E' servito un mese solo da Roma a Brindisi, poi c'è la parte via mare che può essere praticata in parte in traghetto o via aereo e poi si torna a camminare in Terra santa arrivando ad Acco, il nome moderno di San Giovanni d'Acri, che era il porto di sbarco di tutti gli europei in Terra santa: sia che fossero armati fino ai denti per liberare il santo sepolcro o semplici pellegrini o mercanti. Questa città è la più settentrionale vicino al confine con il Libano e da lì si scende parallelamente alla costa, tra scogliera e spiaggia, fino a Tel Aviv, passando per Haifa e dalle pendici del monte Carmelo. E poi da Tel Aviv per tre giorni ci si rivolge da nord a sud verso Gerusalemme, attraversando quello che storicamente è chiamato il deserto di Giudea, che è semplicemente un'area rocciosa, con rocce bianche con una rifrazione forte e con pochi posti dove bere. Quindi un tragitto faticoso, ma non estremo. Tuttavia arrivato a Gerusalemme, mettendo insieme le storie delle persone incontrate lungo la via, ti rendi conto che sei in una terra dove tutto è sacro ma tutto è anche è bagnato di sangue. Hai parlato con persone a cui è saltato in aria il bus dei figli mentre andavano a scuola, con altri i cui figli sono stati uccisi con una raffica di mitragliatrici da un elicottero mentre giocavano a pallone. Si smette di pensare alla Terra santa come a un luogo in cui è in corso una partita di cui devi diventare tifoso di una delle due parti".

Molto più intimo il viaggio verso Santiago allora? Cito un tratto in cui dici che "a un certo punto il viaggio con i tuoi sodali si fa solitario" ed Enrico si fa "viandante con il pudore di sentirsi pellegrino". Hai incontrato te stesso più nel rapporto con Dio o nel rapporto con gli altri?

"Il cammino verso Gerusalemme è stato senz'altro un viaggio verso la dimensione divina, perché ho diviso la strada con più persone religiose e praticanti ma anche con altri laici o atei. Tuttavia arrivare a Gerusalemme, a prescindere dalla posizione di partenza di qualcuno, è un'esperienza molto forte, che tu creda o no, ti stimola a pensare che la dimensione divina ha un significato per l'uomo. Non importa che una persona sia credente o un ateo integrale: dubiti, ti fai delle domande e in ogni caso sei portato a pensare che il sacro ha avuto una dimensione importante nella nostra cultura. Sei partito da casa dove nulla è sacro e arrivi dove tutto lo è. E allo stesso tempo arrivi in un posto dove ogni pietra è sporca di sangue e arrivare a Gerusalemme e non mettersi a piangere, credimi, è strano. Il cammino di Santiago è diverso per molti tratti da quello di Gerusalemme. Per molti è il cammino francese nel suo tratto spagnolo, ovvero da Roncisvalle a Santiago, che di solito occupa 4 settimane. Chi ci impiega meno giorni, chi di più, ma sostanzialmente il tempo è quello. Il viaggio è un incontro e scontro con i propri pregiudizi, cioè parti con uno zaino carico, convinto di saperla lunga sul luogo che stai per conoscere e sei chiamato a sostituire quei pregiudizi con i giudizi che vengono dall'esperienza reale e non dall'idea che ti eri fatto prima. Il mio pregiudizio verso Santiago è il motivo per cui ho sempre rimandato questo viaggio: un sacco di gente va lì per fare festa, un po' come in gita scolastica. Ed è frequentato unicamente da neofiti del cammino che lo fanno come primo viaggio. Invece in otto settimane durante la prima parte del mio viaggio da Torino ai Pirenei, ho incontrato solo una mezza dozzina di persone al massimo. Perché da lontano partono in pochi benché il tragitto sia segnato perfettamente: si potrebbe arrivare fino all'Oceano Atlantico senza avere una mappa! A inizio stagione, quando ci sono andato io, non c'era nessuno: Delfinato, Provenza, la Camargue,  Montpellier, passare per le montagne della lingua d'Oca e poi lì dove si incomincia a scendere verso l'Atlantico: quindi l'Aquitania, Tolosa, Guascogna, e i Pirenei. E' un'esperienza che puoi condividere con altre persone o da solo. Io ho fatto entrambe le cose e quando sei da solo diventa un viaggio molto riflessivo. Ho passato i Pirenei in perfetta solitudine, con la neve per terra, in un tempo da lupi, anzi avevo paura che uscissero gli orsi dal bosco! Essendo un parco nazionale che ha l'orso come simbolo mi sono posto la domanda! ( …).
Se entri sulla direttrice principale sul camino Aragones, che si pone come il più naturale per chi arriva dall'Italia, ti unisci al cammino française soltanto nei pressi di Pamplona. E lì dopo otto settimane in solitudine, trovi una fiumana di gente che sono partiti quasi tutti da Roncisvalle tre giorni prima. L'impressione iniziale è di un colpo al petto (…). Ti chiedi se l'esperienza riflessiva che è stata fino a quel momento terminerà, perché pensi che non ci sarà più un momento di pace. Ma la maggior parte delle persone arrivate a Pamplona e partiti tre giorni prima, dopo poco sono la metà, in tanti non li vedi mai più: sono tornati a casa, hanno preso un pullman ecc. perché essendoci tanti neofiti si rendono conto che camminare con un peso di 15 kg per 15 giorni è velleitario. Il cammino di Santiago non ha difficoltà tecniche, ma camminare 7-8 ore al giorno non è ovvio per uno che non lo ha mai fatto prima, ed è anche il motivo per cui prosperano massaggiatori e venditori di unguenti.  E' bello fare un viaggio, come dicevano gli alpinisti classici britannici: "by fair means", cioè lealmente, invece ci sono tante persone che camminano una tappa e poi ne saltano alcune in pullman, ed è difficile anche non giudicare. Se si tratta di ottantenni è difficile non capirli, se si tratta di persone in perfetta salute non è il mio modo di intendere il viaggio. Io preferisco metterci qualche giorno in più e fermarmi se ho la tendinite, ma non saltare alcuni pezzi del mosaico. Detto questo si incontrano anche un sacco di persone che esperienza di cammino ne hanno. Come un signore neozelandese di 75 anni, ben più in forma di me, semplicemente perché da 15 anni camminava e andava in montagna tutte le estati, quindi l'età non vuol dire niente. Così come capita di incontrare persone che, al contrario, sono assolutamente dei neofiti però si cimentano in prove difficili. Penso a una ragazza molto in sovrappeso, che aveva deciso di cambiare la sua vita perché non voleva  pesare 50 kg in più. Quel viaggio è stato per lei un modo per mettersi alla prova. L'ho incontrata verso la fine e realisticamente ha terminato il viaggio, e se penso cosa può voler dire una cosa del genere nella vita di una persona e che soddisfazione può essere arrivare alla meta, è difficile non ammirarla".

Come è difficile per un viandante-scrittore come te, in questi giorni di lockdown, avere la scrittura e l'immaginazione da poter sfamare ma non le gambe per camminare?

"Da un lato è tremendo, perché oggi stesso sarei dovuto partire con gli Psicoatleti - che è il nome dell'associazione di amici con cui cammino - per la Scozia e percorrere la Highland way. Avevamo i biglietti in mano ma è saltata. Come organizzatore di un gruppo hai delle responsabilità ulteriori e al di là del fatto se fosse consentito o meno, uno deve valutare se è opportuno o no. E anche se non ci fosse stata l'emergenza sanitaria, non era il momento di partire. L'anno scorso abbiamo fatto il Vallo di Adriano in Scozia e non vedevamo l'ora di tornare da quelle parti, questa volta per dirigerci da est a ovest, da Glasgow verso nord nelle Highlands più interne.  E' stata molto dura rinunciare a uno dei viaggi dell'anno, per me tra i più sentiti, ma d'altro canto bisogna usare la testa. Cioè vista la situazione sanitaria, stare in casa è il modo giusto, per quanto doloroso e faticoso, per tutelare le persone tendenzialmente più deboli e questo basta per motivare il sacrificio. Per quanto riguarda il viaggio lungo la West-highland way, la cosa che viene da dirsi è usare il termine'"rimandato' invece di 'annullato'. E' già una grande consolazione che gli albergatori mediamente non si sono comportati da avidi e hanno capito la situazione restituendoci le caparre. Tutto questo è una lezione che ha molto a che fare con la vera natura del viaggio a piedi. Quando sono partito la prima volta con un amico, avevamo finito da poco le superiori, erano gli anni in cui l'appennino tosco-emiliano risuonava delle vibrazioni del mostro di Firenze. Ci dicevano: 'Ma non è pericoloso?'.
Io mi sono lasciato impressionare e sono partito, un po' per fare legna, un po' per difesa, con l'oggetto più inutile del viaggio, che non ho mai più portato con me: l'ascia. Inutile perché non siamo i guerrieri della notte e poi perché ti rendi conto, alla fine del viaggio, che di manifestazioni ostili non ne hai ricevute ma di regali e scoperte sì. Uno dei libri che amo di più, legato ai viaggi a piedi, è il primo della trilogia di Patrick Leigh Fermor, del suo viaggio tra l'Inghilterra e Istanbul e si chiama proprio 'Tempo di regali'.  Il tempo che ognuno di noi dedica, secondo me, ai viaggi a passo d'uomo nella maniera antica: che siano attraverso regioni pianeggianti, di montagna, non importa che succede: al ritorno ti resta nel cuore tutte le cose belle che ti sono capitate e che sono praticamente sempre più numerose di quelle brutte. Perché andare a piedi è mettersi nei panni dell'altro, quando vai sei forestiero ovunque, cambi letto o posto per la tenda tutte le sere e sei lo straniero che viene da fuori e che deve salutare per primo, che deve spiegare chi è. E da ragazzino pensi che gli altri ti guardino in modo ostile, in realtà scopri che sono intimiditi. E ti rendi conto che la stragrande maggioranza delle persone capisce che non stai facendo niente di male, e sono molto più i casi in cui ti invitano a casa loro, ti regalano un cesto di ciliege o una bottiglia di vino.
Quello che ho imparato in questo tempo di quarantena è un po' la stessa cosa con il viaggio rimandato in Scozia. Se con le persone provi a ragionarci, capiscono chi sei e comprendono".

So che hai un nuovo progetto editoriale nel cassetto, ci vuoi anticipare qualcosa?

"Il progetto più imminente è un libro in uscita con l'etichetta in comune Ponte alle Grazie-Cai, per la collana Passi, cioè la stessa collana con la quale è uscito "Il sogno del drago". Ed è un libro ispirato a un viaggio che ho compiuto due estati fa, un grande classico dell'escursionismo di montagna europeo, cioè il tour de Mont Blanc. Un giro ad anello, che può partire dal punto favorito dell'anello, di solito per l'Italia è Courmayeur e tocca i tre paesi intorno al Massiccio: Italia, Francia e Svizzera, per tornare al punto di partenza. O più specificamente tocca la valle d'Aosta, la Savoia e l'Alta Savoia e il Canton Vallese in Svizzera.  Il libro si chiamerà "L'estate del Gigante" e va da sé che è una citazione che si riferisce al massiccio del monte Bianco".

Clicca qui per il video dell'intervista

Laura Polverari

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