Cozzolino, omaggio a un eroe del 7° grado

La XXX Ottobre di Trieste ricorda un grande dell’alpinismo

Enzo Cozzolino (1952-1972), arch. famiglia Cozzolino

L’alpinismo triestino ricorda Enzo Cozzolino, il grandissimo scalatore che negli anni ’60 superò per primo in Italia il limite del 7° grado di difficoltà secondo l’autorevole giudizio di Reinhold Messner. Cozzolino, detto il Grongo, sarà commemorato sabato 16 e domenica 17 giugno al rifugio "Vazzoler" in Civetta, presenti scuole di alpinismo e gruppi di rocciatori del CAI XXX Ottobre e della Società Alpina delle Giulie. Nell'occasione verrà proiettato "Fachiri, echi verticali", il film che il regista Giorgio Gregorio gli ha dedicato assieme a Flavio Ghio, compagno di scalata di Cozzolino nella sua prima sulla Cima Scotoni. La prima assoluta dell'opera si terrà il 29 maggio alle 20 al cinema Ariston di Trieste.

EREDE DI COMICI. A far conoscere Cozzolino in Val Rosandra, la palestra di roccia alle porte di Trieste, furono gli sbaffi bianchi di magnesio comparsi sulle vie. Segni leggeri del suo passaggio, magari, sui sesti gradi, a poche spanne dal chiodo. Perché le vie più dure lui le saliva - e scendeva – senza assicurazione. Era considerato l’erede naturale di Emilio Comici. Lo chiamavano il “Grongo”per la struttura forte e coriacea e per il modo di scoprire i denti in un largo sorriso. Erano ancora gli anni ’60, e in quel ragazzo si avvertiva qualcosa di speciale. Quelle capacità psichiche e fisiche che lo avrebbero portato (a scala Welzenbach ancora chiusa) a superare per primo in Italia il limite del 7° grado, secondo l’autorevole giudizio di Messner. “Sono rimasto stupefatto nel vedere lo stile di Cozzolino, come sale leggero, sicuro, su pur minimi appigli. Dove altri hanno tentato con chiodi ad espansione, lui è passato in libera”, scrive Messner dopo averlo conosciuto. E, dopo aver lamentato il fatto che “la sua fama sia ancora ristretta”, dice apertamente: “Non ho mai visto nessuno forte come lui”.
GLI ESORDI. Approdato diciassettenne al gruppo di punta della XXX Ottobre di Trieste, Enzo sale subito la “Junior”, considerata la via più dura di tutta la Valle. Poi comincia a temprarsi in montagna. A 19 anni apre la sua prima via nuova alla Giralba Alta; e per due stagioni ripete sistematicamente decine di itinerari in Dolomiti, scegliendoli tra i più duri. Due “sesti” classici,  la Pompanin-Alverà al primo spigolo della Tofana di Rozes, e la Costantini-Apollonio al pilastro, li sale in un solo giorno, cambiando secondo di cordata. Tra le due estati, anche la sua prima ascensione invernale: tre giorni sulla Videsott-Rittler-Rudatis allo spigolo Ovest della Busazza.

NIENTE CHIODI! Nel ’69 inizia invece ad arrampicare da solo, sulla Hasse-Brandler alla Roda di Vael, sulla Tissi alla Torre Venezia. E le invernali e le solitarie, talora accoppiate, diventano obiettivi etici ed estetici del suo alpinismo. Studia con cura i poligoni delle forze, e applica i principi della meccanica al suo procedere in parete (che è, invece, così fluido e armonioso). Rifiuta l’uso sistematico del chiodo come progressione, ma anche come assicurazione. “Dico che il chiodo ad espansione elimina la componente essenziale dell’alpinismo, cioè l’incognita e il rischio. E’ stato il principio della fine dell’alpinismo, in quanto pretesto ad una sempre più smodata utilizzazione di nuovi artifici”, scrive. “Le vie oggi più impegnative sono quelle dove si trova la massima difficoltà con il più esiguo numero di chiodi di assicurazione: solo su per esse si palesano i migliori”. Non sono solo teorie. La “via degli Scoiattoli” alla Scotoni, considerata la più difficile delle Alpi orientali, era stata aperta dai cortinesi in due tentativi, di complessive oltre settanta ore (e, mormora qualcuno, martellando poi via qualche appiglio chiave per renderla irripetibile). Lui passa senza bivacco. Più tardi, gli aprirà accanto una direttissima ancora più dura, la “via dei Fachiri”: 600 metri e 12 chiodi, in invernale. Apre la Sud alla Punta Chiggiato dell’Antelao - quasi mille metri di parete a picco su val Boite - in dodici ore, con pochissimi chiodi.

PUREZZA GEOMETRICA. Sulla parete N dello Spiz d’Agner, 700 metri in otto ore, è con  Paolo Rumiz. “Era teso alla purezza geometrica, euclidea della linea di salita. Faceva tutto lui, e ti stroncava con il suo ritmo: credo che avrebbe potuto prendere per compagno anche un sacco di patate”, ricorda il giornalista e scrittore triestino. “A Taibon, dopo la salita - più l’avvicinamento e il ritorno, lunghissimi - Enzo si è concesso un piattino di spinaci conditi con una grattatina leggera di parmigiano, occhieggiando con manifesto disgusto al sottoscritto che, prima di passare al secondo, mandava giù il quarto piatto di minestrone”. Poi il Grongo sale il repulsivo diedro del Piccolo Mangart di Coritenza, che aveva respinto tutti gli attacchi con chiodatura artificiale, impiegando 12 ore e 25 chiodi per 800 metri di via. Sull’altrettanto lunga direttissima Ovest alla Terza Sorella del Sorapis, dove aveva rinunciato Livanos, otto ore e cinque chiodi. Sui mille metri strapiombanti della Busazza Ovest, inutilmente tentata da Aste, dieci ore e otto chiodi, in invernale. Sette ore e sette chiodi per la Nord del Piz Popena.

LA SUA FINE. Non ha aedi, non ha casse di risonanza giornalistiche. Non scatta molte foto, il “Grongo”. Ma il suo palmarés è lunghissimo. E impressionante. Poi nel febbraio ’72 parte militare. Lo mandano a Siracusa, ma a fine primavera riesce ad arrivare al Gruppo rocciatori della Scuola della GdF, a Moena. E’ il ritorno alla montagna: in meno di due settimane sale otto vie di grande impegno, cinque in solitaria, tre assieme a Mario Zandonella. Questi è con lui anche alla Torre di Babele, il 18 giugno. I due attaccano, slegati, la Giordani-Friedrichsen. Poco sotto la vetta il dramma, forse per un sasso o il cedimento di un appiglio. Zandonella, che lo segue, vede il Grongo volare nell’abisso senza un grido. In una “triste domenica” scompare appena ventiquattrenne.

IL SUO TESTAMENTO. “Salutami la Valle”, aveva scritto, poco tempo prima alla sua ragazza, quella Tiziana Weiss che poi scomparirà anch’essa in montagna. “Accarezza con lo sguardo le sue pareti al posto mio, e di’ loro – anche se sono sicuro che non lo hanno mai creduto - che non le ha abbandonate quello che fino a due anni fa viveva solamente per loro, quello cui piaceva salirle e scenderle da solo, senza fare il minimo rumore, quando la Valle era deserta, per raggiungere quel magico silenzio che è la porta attraverso la quale si può entrare in un mondo indescrivibile, bellissimo, dove senti di non far più parte della solita realtà, ma di un’altra, in cui non esistono infelicità, tristezza e cattiveria umana”.

Luciano Santin

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