#destinazioneK2, concluso il trekking verso il campo base: il racconto della salita a Concordia

Gian Luca Gasca è rientrato a Skardu, dopo aver raggiunto nei giorni scorsi il campo base del K2. Nelle parole del protagonista della spedizione tutta la sua emozione.

Gasca e la guida Hassan a Concordia

1 settembre 2017 - Sei ore di jeep su strade che lasciano a desiderare ci portano tra sobbalzi, scossoni e strattoni fino ad Askole, ultimo avamposto raggiungibile con mezzi a motore. Qui si scarica tutto il materiale e ci si prepara al trek. Hassan, la nostra guida, ci osserva perplesso. Non ha ancora testato le nostre vere capacità e non si fida, come non si fidano cuoco e portatore. Ma di tempo per conoscerci ne avremo a bizzeffe in questi undici giorni di trek che iniziano tra villaggi dove le donne lavorano i campi avvolte da stoffe dai mille colori mentre i bambini corrono e giocano sui bordi polverosi delle strade sterrate. Vie che si rimpiccioliranno sempre più fino a diventare sentieri per poi sparire del tutto dopo il terzo giorno, quando si inizierà a camminare sul ghiacciaio.

Con noi portiamo polli vivi, uova, farina per il chapati, poca frutta, zuppe liofilizzate e il materiale necessario per salita. Tutto quanto stipato in bidoni caricati su quattro cavallini che ci accompagneranno fino a Concordia dove finalmente potrò ammirare la piramide del K2, la mia destinazione finale.

Camminiamo per due giorni su sabbia detritica e ciottoli levigati prima di incontrare la testa del Ghiacciaio. Bordiamo il torrente Baltoro, qualcosa di immenso, inimmaginabile, come tutto qua. Le dimensioni alpine svaniscono nel nulla quando si incontrano le alture del Karakorum e si iniziano a vedere le prime cime sopra i 5000m poi, in lontananza, la cima del Broad Peak fa capolino per alcuni istanti dietro ad un massiccio. Alla sua sinistra sta il K2: la mia meta inizia a farsi seriamente vicina.

Sul Baltoro è tutto un salto da un sasso all’altro e da un crepaccio all’altro. Sono buchi enormemente profondi, ma Hassan ha il passo sicuro e osserva ogni nostra mossa per poi commentare fiero a fine giornata: “great group”. È contento di salire con me e Carlo Alberto il “re della montagna”, come lo ha simpaticamente soprannominato Liver Khan della Nanga Parbat Adventure. E in effetti ha il suo ben da dire. Hassan ha all’attivo tutti gli 8000 del Pakistan, tra cui il Nanga Parbat salito due volte. L’ultima nel 2009 quando ha perso le ultime falangi di indice e medio della mano destra. Una montagna, il Nanga, che ha lasciato il segno su di lui e dentro di lui perché alla base della nona montagna delle terra gli hanno portato via suo fratello durante l’attacco terroristico del 2013. Un evento estremamente insolito e per fortuna rimasto caso isolato nella storia dell’alpinismo.

Fa un freddo terribile la mattina dell’ultimo giorno di salita. Durante la notte ha nevicato e oggi la morena ha un aspetto invernale.

Come sempre ripetiamo tutte le operazioni ormai divenute quotidiane: smontaggio tenda, colazione a base di uova fritte, chapati, marmellata e thè pakistano per poi iniziare l’ultimo giorno di cammino verso Concordia. Il paesaggio attorno a noi è quasi lunare e pesante. A fine mattinata il Gasherbrum 4 esce dalla nebbia e accompagna imponente gli ultimi sforzi.

Più saliamo più il silenzio è totale. Hassan ha un carattere simile al mio: non gli piace parlare quando si cammina. È un momento riflessivo e intenso. Passo dopo passo nella testa passa di tutto: dubbi, paure, incertezze, sogni, ambizioni. Poi tutto si quieta quando gli occhi incrociano il panorama.

Il meteo è migliorato e il cielo azzurro fa da contrato perfetto al Broad Peak, al Gasherbrum 2, al Gasherbrum 4 e al Mitre Peak. Sono arrivato, è Concordia, ma il K2 non si vede. Ne intravedo solo la base scoperta dalle nuvole. Tutto il resto rimane nel bianco.

Hassan mi tira a se e mi abbraccia. “Welcome to Concordia my friend” mi sussurra in un orecchio mentre la prima lacrima scende sul volto. Forse la stanchezza, forse la quota o forse il semplice fatto di essere in un posto sognato per anni, letto per anni nelle più svariate versioni. Ascoltato nei racconti dell’amico Roberto Mantovani che aveva ragione su tutto, su ogni singola parola detta su questa montagna. Sull’attrazione che il K2 può avere sulla mente, tanto da spingerti a fare un percorso di oltre diecimila chilometri via terra (nel 2017) per raggiungerlo in un modo affascinante e romantico come pochi altri. Un’opportunità per scoprire il vero senso del viaggio, del percorso che riempie di significato una meta, concessami dal Club Alpino Italiano.

Gian Luca Gasca

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