Escursionismo e alpinismo “mordi e fuggi”: per i gestori dei rifugi della SAT una modalità di frequentazione sempre più a rischio

Sempre meno i pernottamenti in quota: una mancanza che crea rischi per mancanza di acclimatamento, stanchezza e ascensioni iniziate quando il sole è già alto.

Il Rifugio Segantini

21 giugno 2018 - La stagione dei rifugi è iniziata, con una ventina di giorni d’anticipo, come accade da qualche anno e da un po' di tempo si consolida un modo di andare in montagna che crea sempre più allerta. Insomma, “la frequentazione della montagna non è più quella di una volta”. il ritornello rimbalza da un gruppo montuoso all’altro, con un’eco sempre più distinta. A segnalarlo con preoccupazione alla sede centrale della SAT in questi giorni sono soprattutto i conduttori dei rifugi alpinistici, quelli che rappresentano il punto di partenza per le scalate.

Alcuni gestiscono i rifugi più noti nell’area dolomitica occidentale (Cima d’Asta, Segantini, Denza, Carè Alto), ma l’eco è ormai in viaggio e anche dal Trentino orientale arrivano richieste per sollevare il problema.

I gestori sono quasi tutti Guide Alpine, o uomini del Soccorso Alpino, gente che ne ha viste di situazioni critiche e di generazioni di alpinisti/escursionisti e oggi uno dei principali nemici in agguato lo identificano con lo stesso nome: “mordi e fuggi”.

Peccato che questa moda con la quale oggi si affrontano arrampicate ed escursioni impegnative, concludendo il tutto nell’arco di una sola giornata, abbia severe controindicazioni dal punto di vista della sicurezza. “Si credono tutti degli highlander – sostiene qualcuno – arrivano dalle metropoli della pianura dopo un viaggio di due o tre ore, parcheggiano e poi via sulla salita che porta all’attacco della cima, o su un attraversamento impegnativo. Peccato che spesso il sole è già alto e si arriva in parete, o in quota, con molto ritardo”.

“Questo fa si che quando si deve affrontare la discesa si è ormai esausti – sottolinea qualche altro gestore – e la percentuale di incidenti dovuti appunto a stanchezza, mancanza di concentrazione e fretta per tornare casa sta aumentando considerevolmente”.

Fino a un po’ di anni fa chi voleva affrontare percorsi impegnativi saliva nel primo pomeriggio al rifugio – sostengono tutti in coro indistintamente – dove avviene una fase notturna di acclimatamento, ci si sveglia con meno dislivello nelle gambe e il ritmo cardiaco si è stabilizzato. Questa modalità di andare in montagna fa parte di un bagaglio culturale che si è perso, ma che andrebbe ripreso e riproposto con convinzione. I rifugi sono stati costruiti come presidi in vicinanza delle principali ascensioni alpinistiche, non certo perché piacevano delle strutture d’alta quota.

Per i gestori che sistemano i sentieri di accesso ai rifugi e quelli di attacco alle cime con giornate intere di fatica e che sono sempre all’erta per intercettare gruppetti di escursionisti o cordate in caso di bisogno, quando succedono incidenti a causa della stanchezza, o dell’orario sconsigliato per l’ascensione, è sempre una sconfitta. “Perché – dichiarano – non sono certo i 15 euro del pernottamento a fare la differenza sul budget di una gita, quanto piuttosto la presunzione, la smania di dimostrare a sè stessi che tutto si può fare in un giorno. I cambiamenti climatici regalano temperature miti anche in tarda serata, ma occorre sapere che la concentrazione quando si hanno nelle gambe dislivelli importanti e qualche ora di macchina, crolla fisiologicamente e questo è molto pericoloso, basta una mano, o un piede in fallo, o su un sasso che si muove ed è  tragedia”.

L’appello, accorato è dunque quello di tornare ad una cultura alpinistica che diffonda una frequentazione più consona all’ambiente di montagna. Le regole per prevenire guai non riguardano solo la richiesta di informazioni, o il fatto di essere adeguatamente equipaggiati, ma riguardano anche il fatto che se le vite degli uomini sono cambiate, le montagne sono immote da millenni e se in circa 150 anni la montagna è stata scoperta, frequentata e salita grazie ad una serie di comportamenti adeguati all’ambiente naturale che le caratterizza, non è bruciando le tappe che si realizza un record, o una impresa.

Utilizzare il rifugio alpinistico come deve essere utilizzato significa entrare in sintonia con un ambiente che può regalare, non solo una giornata di emozioni, ma un utilissimo  arricchimento personale  di convivialità, di scambio e di informazioni, senza le quali all’ escursione, facile o difficile che sia, manca sempre qualcosa.

Comunicato Società degli alpinisti tridentini

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