Esperienza himalayana: ai campi base del Kangchenjunga con il CAI Novellara (RE)

Quattro alpinisti della Sottosezione hanno attraversato villaggi, coltivazioni di riso, foreste, fiumi impetuosi fino a raggiungere gli oltre 5000 metri dei campi base Nord e Sud.

Al campo base Nord del Kangchenjunga

10 gennaio 2019 - L'Himalaya (tradotto: dimora delle nevi) ha da sempre il suo indiscutibile fascino: le maestose montagne, le enormi distanze, le altezze irraggiungibili, la spiritualità che l’avvolge… sono inevitabilmente nei sogni di qualsiasi persona appassionata di alpinismo. Ogni montanaro, almeno una volta nella vita, se non scalarle, spera di vederle in tutta la loro eccezionalità.

Livio Adani, Alves Lorenzini e io, abbiamo avverato questo sogno nei mesi di ottobre e novembre 2018 (partenza il 16/10 e ritorno il 12/11) con il progetto Destinazione Nepal.

Proposto dalla Sottosezione Cai di Novellara e realizzato dai gestori del Rifugio Sgabo, il progetto riguardava la terza montagna più alta della terra: il Kangchenjunga, l’ottomila più orientale dell’Himalaya, ai confini tra il Sikkim (India) e il Tibet (Cina). Una montagna prestigiosa, ma più sconosciuta dal mondo del trekking. Il nostro scopo era proprio quello di scoprire e vivere una parte di Nepal non ancora contaminata dal turismo di massa. Siamo andati alla ricerca di un’agenzia che potesse soddisfare questa nostra esigenza. Grazie a una ragazza trentina, Federica Riccadonna, che da circa dieci anni ha scelto di vivere a Katmandu e qui aprire la Garima Voyage Travels and tours, la nostra ambizione ha cominciato a prendere forma. Gli intenti della agenzia ci hanno conquistati: valorizzare il territorio, riconoscere l’importanza della comunità locale, rispettando le tradizioni, contribuendo allo sviluppo umano, sociale, culturale di persone e luoghi anche se fuori dai sentieri battuti.

Aiutati dai collaboratori di Federica, abbiamo visitato la magica e mistica Katmandu. Si dice che nella sua Valle non si possa camminare per più di pochi minuti, senza incontrare un tempio, una statua o un particolare religioso: lo possiamo vivamente confermare. Da non perdere assolutamente la visita alla Rarahil Memorial School: un complesso scolastico, frutto di vent’anni di donazioni e grandi sacrifici, voluto dall’alpinista nonché amico Fausto De Stefani.

Il trekking di più di 20 giorni è stato il punto focale del viaggio. Avremmo voluto dormire nelle nostre due tende e usufruire dei lodge solo per mangiare, ma questo è stato possibile solo nei primi giorni, poi le temperature troppo rigide, il ghiaccio che si formava sul telo, i tempi eccessivamente lunghi per il montaggio, ci hanno costretti ad abbandonare il nostro proposito. La Guida Suman, insieme ad alcuni accompagnatori, tutti giovani, disponibili e gentili, ci hanno supportato e sollevato dal peso dei bagagli. Grazie alla loro esperienza e conoscenza dei luoghi, abbiamo attraversato folcloristici villaggi, suggestive coltivazioni di riso, foreste incantate, giungle incontaminate, fiumi impetuosi, tutto reso ancora più affascinante dai colori autunnali, fino a raggiungere l’eterno ghiacciaio, l’ultimo luogo agevolmente raggiungibile per iniziare la vera e propria scalata. Questo “campo base” è stato il nostro meritato traguardo. Una volta giunti a destinazione, le emozioni principali sono state per l’incanto del luogo e l’ammirazione per gli alpinisti che di fronte a sé avevano ancora 3500 metri di parete ripida e ghiacciata da scalare prima di arrivare in cima.

Il Kangchenjunga (8586 m) più che una montagna è un raggruppamento di cinque cime: “i cinque tesori della grande neve”. Noi abbiamo “conquistato” sia il campo base Nord, a quota 5150 metri, da dove si poteva ammirare la maestosa parete, che quello Sud, ad un’altezza leggermente inferiore, per contemplare il massiccio, in tutta la sua straordinaria imponenza.

Assaporare, alla fine di una giornata di cammino, le poche varietà di cibi dei nepalesi ottenute con limitata attrezzatura, ci ha permesso di calarci nel loro modo di vivere, modesto e genuino. Abbiamo gustato, oltre l'immancabile e tradizionale Dal Bhat (un piatto unico di riso bollito con zuppa di lenticchie e verdure cotte), gustosi MoMo (un tipo di raviolo ripieno di carne o verdure) e deliziosi Mamanke (una specie di calzone anch’esso ripieno degli stessi ingredienti e fritto).

Essere coinvolti nelle loro feste popolari, entrare a contatto con queste famiglie cortesi e ospitali, osservare da vicino i lavori manuali, le umili case, le abitudini fatte di cose semplici e autentiche, il tutto così lontano dal nostro progresso tecnologico e stress quotidiano, ci ha permesso di vivere un’esperienza che per sempre rimarrà indelebile nei nostri ricordi.
I nostri venti giorni himalayani non si possono definire vacanze, ma esperienze di vita.

Rubes Garuti

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