Fondo della Salsa: quando vince il tempo lento della bellezza.

Un inno a un luogo rimasto intatto e autentico, dove si incontrano escursionismo, tutela e alpinismo. Un luogo che, come racconta il Presidente della CCTAM Di Donato, è l'habitat del Camoscio D'Abruzzo, reintrodotto anche grazie al CAI.

Il Fondo della Salsa nella bella stagione

29 novembre 2017 - Mi affaccio dal rifugio Enrico Faiani e annuso l'aria fresca e pungente. L'odore del bosco prende le nari e sale lento, mentre il bagliore della neve rimbalza sulla retina. L'occhio si adatta e coglie le striature della roccia che segnano il tratto finale della parete. Le spalle si inarcano per accogliere lo zaino che lesto si posa e spinge a muovermi rapido. Sembra quasi che non voglia le cinghie serrate, desideroso di cercare la luce che si fa strada tra il fogliame.

Il sentiero tranquillizza ogni ansia con i passi attutiti dal letto di foglie, abbondante e oramai sempre umido. Mentre salgo le foglie ammucchiate trovano sollievo, mosse dallo scarpone, risalgono dal fondo per mostrare soddisfatte la intensa pagina scura e bagnata.

La sella raggiunta appaga lo sguardo e il pensiero vola a sfiorare la Parete Nord del Monte Camicia, grande, poderosa, multiforme con i diversi movimenti che la natura ha dettato; seguo i primi strati orizzontali sui quali la neve ha disegnato arabeschi d'arte e poi lo slancio verticale che aspira  alle "balconate", ultimo presidio prima della panoramica vetta.

Non vedo ancora lo zoccolo erboso, ripido contrafforte di questo maestoso bastione di roccia. Gli slanciati e robusti faggi del bosco indicano il sentiero, reso breccioso dai materiali che la pioggia continuamente anima. Ed ecco il bianco Fosso Morto che nel profondo cela la voce del sovrastante Fondo della Salsa (o "Fondo del Balzo", come ci indica opportunamente il De Marchi, nel raccontarci la prima ascensione al Corno Grande). Lo slancio che segue l'ultimo ripido tratto affogato nel bosco si stempera alla Fonte dei Signori, per dissetare e pregustare, ad occhi chiusi, quanto già so che accadrà e che sarà sempre diverso.

Nell'anfiteatro la storia si rinnova, lo sguardo diventa circolare, rimbalza sulle cenge, indugia sulla neve ghiacciata, cerca il monumento ai caduti e scivola verso il chiarore della valle, punteggiata dai paesi e che quasi si contiene sulla vastità dell'Adriatico. Ma un'ombra appare sul fianco della montagna, agile guizza e si blocca, sembra indugiare e osserva, dall'alto mi scruta e accenna con la testa un invito ad arco con le piccole corna. Incredibile e assurda l'offerta, impossibile salire e raggiungere questo acrobata delle rocce, il Camoscio d'Abruzzo. Lui rincorre le rocce che sembrano adattarsi ai morbidi zoccoli, nel loro trovare ovunque appoggi, io posso solo rincorrere il tempo e pensare che lo splendido e ammiccante animale è tornato su questi monti anche grazie al Cai e alla socia del Cai di Roma che, con il suo generoso lascito, ha dato corpo al progetto di reintroduzione in quota. Dal 1991 a oggi i primi spauriti Camosci riportati a Campo Pericoli si sono moltiplicati in oltre 500 esemplari e si muovono in libertà sul Gran Sasso d'Italia, diventato Parco Nazionale insieme ai Monti della Laga e ai Monti Gemelli.

Il terreno di gioco del Camoscio qui è grandioso, intatto nel tempo e provo a immaginare l'emozione degli alpinisti Panza e Marsilii che nel 1932 salirono per primi questa parete. Impresa impensabile all'epoca, non creduta e ripetuta nel 1934, chiodando una visibile maglia rossa in parete, a colmare ogni scetticismo. E poi ci sono le tante altre salite riproposte dal Cai di Castelli nella pubblicazione Parete Nord del Monte Camicia, storia di una Montagna.

Mente mi bagno all'acqua del ruscello di fusione, gelida al tatto, coinvolgente nei sinuosi movimenti e negli schioppettii gorgoglianti, lo sguardo accarezza l'alveo e un brivido mi scuote. Non è il freddo ma una terribile visione che si sovrappone alla bellezza del paesaggio. E se la Pedemontana da Rigopiano, oltre ad aver sconquassato il nevaio del Gravone, le diverse sorgenti, il bosco e le fragili pendici, avesse attraversato anche il Fondo della Salsa, che ne sarebbe ora di questi luoghi così selvaggi e suggestivi? Il rischio per la Montagna è stato grande e reale, ma fortunatamente rimosso e oramai per sempre.

Il Camoscio avverte il turbamento e solidale si avvicina, saltella agile sulle rocce, raggiunge il conoide breccioso, sceglie un rialzato punto erboso sull'altro lato del ruscello e fissa lo sguardo verso di me, poi, all'unisono, seguiamo l'arco a valle dell'anfiteatro. L'intesa è perfetta, uomo e animale accomunati nell'intento, persi nella magnificenza, punti di una realtà condivisa. Un ultimo scambio e questa volta l'ammiccamento è di saluto, con la testa roteante e un breve rapido fischio di allerta, secco invito a proseguire il comune impegno di tutela, a non abbassare la guardia.

Non c'è spazio per la distruzione, qui dove la bellezza è sovrana, luminosa e identitaria. E' questo un pezzo di Italia ancora da scoprire, dove molto è rimasto di intatto e autentico, dove si incontrano escursionismo, tutela e alpinismo (raccontato dal Cai di Castelli e dal filmato dell'alpinista/documentarista Fernando Di Fabrizio), con un versante montano che merita la chiusura della Pedemontana, migliorando l'alternativa viaria Colle Corneto - Colle Mesole.

Il Rifugio Enrico Faiani è a presidio di questi luoghi, frutto di pura volontà ed energia vitale immagazzinata nel tempo e liberata in montagna. Il Cai va ringraziato per il suo impegno di tutela di oltre quarant'anni, per la lungimiranza nella conservazione attiva, per la capacità dei soci di esserci durante e dopo i terremoti del 2009 e del 2016 che hanno segnato queste "terre alte", per la tenacia che riesce a conservare colori e fascino, consegnandoci emozioni che possono diventare straordinarie e condivise con il Camoscio e le sue acrobazie disegnate sulle rocce del Fondo della Salsa.

La Montagna è perfetta, sfolgorante nella sua bellezza, ma l'uomo non ne è sempre consapevole.

Filippo Di Donato
Presidente CCTAM CAI

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