Il Cai Nuoro sulle falesie di Baunei

I soci del Club Alpino Italiano del centro Sardegna finiscono l'anno con una escursione nonostante gli zero gradi segnati dal termometro

3 gennaio 2020 - Con la Sezione gemmata Cai-Ogliastra, nuova spinta alla attività escursionistica dei soci del centro Sardegna. Mentre sfiorisce il 2019 e germoglia il 2020, un gruppo guidato dal sottoscritto presidente Cai Nuoro, Matteo Marteddu, si aggrappa alle falesie della costa orientale di Baunei.

Non scoraggia la colonnina di mercurio che segna zero gradi nelle piane di Pratobello e Villanova, sotto le cime frustate dal vento del Gennargentu e punta Lamarmora. Tornanti verso Baunei, il sole sul blu invernale di questa parte di Sardegna. Il villaggio di vecchi caprai e nuovi imprenditori turistici, Baunei, ancora assonnato nel mattino quando passano gli escursionisti Cai. Venticello gelido sale dalle spiagge della Principessa di Navarra, senza che Monte Oro possa arrestarlo. Tra la fitta boscaglia della vasta piana del Golgo danzano le brezze gelide che pare escano dalla omonima voragine a ridosso de Su Porteddu, lungo il tratturo che porta all’arco di Goloritzè. D’estate diventano vocianti cartoline di un turismo invasivo e tutto sommato portatore di modernità. Oggi questo fine 2019, reca con sé silenzi e Storie ancora più evidenti, con i cuiles delle antiche fatiche di pastori e delle piazzole del carbone, annerite della loro furia devastatrice e mai si coloreranno di verde. Come invece appaiono le nuove generazioni di lecci e, roverelle e ginepri che si riprendono, con delicata prepotenza il loro spazio violato per decenni tra ottocento e novecento. Pezzi autentici di Selvaggio Blu sopra Arcu Su Tasaru  e Bacu Boladina.

Per avviare la discesa, ripida verso quel mare che pare sotto i nostri piedi. Occorre avventurarsi tra cuspidi di calcare affiorante, per raggiungere le scale’e Fustes. Sconnesse dal tempo, con i pioli di ginepro traballanti, insidiose nel loro incerto aggrapparsi alla roccia. Le scale agevolano il dislivello, impossibile, peri caprai, carbonai e per noi. E piazzole e piazzole annerite. Segni indelebili di attività frenetiche per depredare e scardinare i lecci. Ne rimane qualcuno, immenso, cadente sui propri anni, secoli forse, come un vecchio stanco. Il calcare si apre, spalanca l’infinito. Per aprire quella finestra, lavorio senza tempo del vento. Intatte le sorgenti d’acqua nelle grotte, per i pastori che qui non conoscevano il tempo dell’incedere delle loro vite. Le ultime due scale, riassestate, e la scogliera con la spiaggia incastonata. Cala Mariolu o in lingua autoctona, Ispuligidenie. Nomi riferiti alla foca monaca che, come un “mariuolo”, sottraeva il pescato dalle ceste dei pescatori ponzesi. O ai granelli di ciottolato limpido di calcare, così simili alle larve bianche di insetti che imponevano ai carbonai, quasi un tragico lavacro quotidiano per potersene liberare. Incertezza sul nome, intanto la cala è battuta dalle onde blu del mare. Lontana l’estate. Per gli escursionisti Cai verifiche e preparazione delle attività dell’anno che si apre, qui sulle falesie d’Ogliastra.

Matteo Marteddu

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