Il Club Alpino di Catanzaro sul Sentiero Italia CAI

Marco Garcea ci racconta una giornata sul cammino che unisce il Belpaese. Attraverso i racconti degli anziani, i panorami mozzafiato e le tante leggende ricostruisce la storia di questo pezzo di Calabria

11 novembre 2019 - Si parte da Marcellinara per raggiungere Madonna di Porto, camminando lungo la tappa del Sentiero Italia CAI che collega le due località. Il bello di camminare sul Sentiero Italia è che incontri la gente dei luoghi, i suoi abitanti che con il volto sorridente e fiero scambiano qualche parola con noi viandanti.

Marcellinara si trova alle pendici del Monte di Tiriolo e scende a balzi verso la depressione più profonda del rilievo calabrese detta "Gola di Marcellinara" o anche "Garrupa" ad un'altitudine di 221 m s.l.m. A sud del paese si trova la sella di Marcellinara, il punto più basso (250 m s.l.m.) e più stretto dell'Appennino calabro. La leggenda racconta che questa è la mitica terra dei Feaci, secondo la ricostruzione che lo studioso tedesco Armin Wolf fa delle peregrinazioni di Ulisse nel suo libro “Ulisse in Italia. Sicilia e Calabria negli occhi di Omero”. Il Golfo di S. Eufemia, alla foce del fiume Amato, è il luogo dell'incontro di Ulisse con Nausicaa, che lo studioso individua con i "lavatoi" di Marcellinara, sito in cui, le donne si recavano per fare il bucato lavando i panni sulle pietra dalla tipica forma di lavatoi (stricaturi). La zona di Tiriolo posta proprio sopra l'abitato di Marcellinara è, sempre secondo lo storico, la residenza di Alcinoo; il Golfo di Squillace, alla foce del fiume Corace, è il luogo da cui Ulisse, accompagnato dai Feaci, partì per l'ultima tappa verso Itaca.

Iniziamo il cammino dall’elegante palazzo della nobile e storica famiglia San Severino, costruito sulle rovine del quattrocentesco castello andato distrutto dal catastrofico terremoto del 1783, mentre l’attuale palazzo fu innalzato nel 1790. Sulla via incontriamo Luciano, un abitante di Marcellinara, e ci racconta con piacere qualcosa della storia dei luoghi, tra cui quella che in una chiesa nei pressi della piazza principale, si venera la reliquia della Madonna del Sacro Capello che la tradizione vuole corrisponda ad un capello della Vergine Maria. Lasciamo il centro storico di Marcellinara, raggiungendo Tiriolo, attraversando un sentiero tra piante, anche secolari, di ulivo e querce. Siamo su Corso Garibaldi dove storici palazzi custodiscono eleganti portali e finestre. Sulla via scambiamo qualche battuta con gli abitanti, in particolare con saggi anziani, che ci raccontano dei loro pellegrinaggi giovanili verso il luogo della nostra meta, Madonna di Porto. Proseguiamo salendo verso il monte Tiriolo dalla cui sommità ammiriamo il più bel panorama d’Italia, così come lo definisce un cartello posto all’ingresso dell’antico comune di Tiriolo. Dalla cresta verso sud est si vede il capoluogo di regione Catanzaro e l’intero golfo di Squillace, a sud le Serre calabre, Pizzo Calabro parte della Sicilia settentrionale, ed ancora il mar Tirreno, le isole Eolie, con in evidenza lo “Stromboli” ed il suo pennacchio che fuma, mentre a nord le montagne della Sila.

Percorriamo tutta la cresta rocciosa con molta attenzione, dando uno sguardo, qua e là, ai panorami mozzafiato. Qualcuno dice che sembra di trovarsi su un “piccolo Pollino”, tanto è bello quassù. Sul monte si trovano i ruderi del kastron bizantino, eretto probabilmente nella seconda metà del VI sec. d.C., il fortilizio che ha subito diversi rimaneggiamenti fino all’XI sec. d.C. è composto da una cinta muraria, dai ruderi delle torri di vedetta e dalle fondazioni della Chiesa. All’estremità meridionale si trova il recinto a semicerchio noto comunemente come ‘Giudecca’, luogo riservato alla comunità ebraica. Poco primadi imboccare la cresta, ci fermiamo all’ingresso di una grotta il cui percorso si perde nelle viscere del monte, chiamata di “Re Niliu”. La leggenda racconta che, il principe Niliu s’invaghì di una giovane popolana, con la quale compì una fuga d’amore contro il volere dei genitori, che gli augurarono di sciogliersi come cera ogni volta che fosse stato colpito dal sole. Niliu continuò ad incontrare la popolana soltanto di notte nel lungo cunicolo che, dalla cima del monte arriva fino al mare. Il giovane viene avvisato del sorgere del sole dal canto del gallo e così, l’affascinante storia, continua fino a quando le fate decidono di non far cantare il gallo. Nella fatidica alba, beccato dai raggi del sole, Niliu, in preda alla disperazione, al servo fedele che chiede conto del lascito delle ricchezze, predice di lasciare tutto al diavolo, il quale a sua volta, lo nasconde nelle viscere del monte. L’incantesimo si può solo interrompere con il ricorso alla pratica diabolica.

Numerose sono le grotte di natura carsica presenti sul monte e che sono meta di appassionatispeleologi. Alcune di queste, definite inghiottitoi, si presentano a sviluppo verticale con pareti lisce e profonde anche centinaia di metri come nel caso della grotta denominata “i meandri del fico” (così chiamata per la presenza all’imbocco di un fico selvatico che raggiunge la profondità di 109 metri), ed accessibile solo da esperti. Sempre sulla cima è presente l’Ecomuseo Naturalistico Rurale Fortezza Monte, che fu prima sede dell‘Osservatorio Astronomico “Perrelli”, primo osservatorio pubblico in Calabria, importante sito di ricerca. Il terreno calcare del monte si offre come habitat ideale per una grande varietà di fiori spontanei ed erbe medicinali tra i quali il ciclamino, lo zafferano selvatico, il garofano selvatico, la viola rupestre, la malva, la valeriana, la cicuta maggiore, l’iperico cigliato, il timo serpillo, il tarassaco officinale, la ginestra spinosa, il soffione, l’anice selvatico, la ferula, la bardana, il colchico autunnale, l’iris selvatico ecc. Vi è poi una interessante varietà di orchidee selvatiche che fioriscono in diversi punti e a diverse altitudini sulle pendici della montagna. Il monte è anche una delle principali rotte seguite dalla maggior parte degli uccelli migratori che attraversano la penisola italiana. La composizione e le caratteristiche climatiche del territorio favoriscono e condizionano la presenza di molti uccelli stanziali, consentono la permanenza estiva di molte specie nidificanti e la sosta di varie specie “invernali “.

Lasciamo la cresta e scendiamo per intraprendere la “via dei francesi” fino ad un incrocio con una carrareccia, che porta verso la cima di Monte Farinella e alla torre di avvistamento incendi. Lungo il percorso ci fermiamo per la pausa colazione nei pressi di un caratteristico masso chiamato “Pietra del Rospo”, per la somiglianza con il simpatico anfibio. Dopo il breve riposo, riprendiamo il cammino circondati da bellissimi esemplari di castagno, con i classici colori dell’autunno per raggiungere il luogo mariano di “Madonna di Porto”, nella valle del fiume Corace, nel comune di Gimigliano. La storia di questi luoghi nasce nel 1751, ed è legata ad un giovane chiamato Pietro Gatto, costretto a nascondersi nei boschi di questa zona per non cadere nelle mani della giustizia.

Una notte gli apparve in sogno, la Madonna che gli indicò il luogo dove innalzare un altare a lei dedicato. Il giovane decise di eseguire quanto richiesto e costruì una “cona” in maniera goffa e maldestra e vi fece dipingere l’immagine della Madonna di Costantinopoli. Il giovane si convertì e si fece chiamare Fra Costantino, fissando la sua dimora nel “romitaggio” che sorge nei pressi della “Cona”. Da quell’anno, grazie anche ai miracoli avvenuti, venne costruito l’attuale Santuario, elevato da Papa Francesco nel 2013 a Basilica Minore. Questo è il Sentiero Italia, la via pedonale più lunga del mondo, più di 7000 chilometri di emozioni, storia, cultura e tradizioni che ogni amante del cammino non può rinunciare.

Marco Garcea – Accompagnatore Sezionale di Escursionismo Cai Catanzaro

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