La montagna abruzzese: come sta l'ambiente? Augusto De Sanctis ne ha parlato al CAI Vasto

Il 30% della superficie è protetta, ma permangono criticità relative a progetti di nuovi impianti sciistici, alla contaminazione dell'acquifero del Gran Sasso e ai ritardi nelle bonifiche di situazioni ambientali degradate.

12 febbraio 2020 - Sabato 8 febbraio a Vasto la locale sezione del CAI, da qualche mese presieduta da Luigi Cinquina, ha proposto la conferenza di Augusto De Sanctis su «La montagna abruzzese: come sta l'ambiente?»
È stato un interessantissimo check up della situazione ecologica dell’Abruzzo, che con i suoi tre parchi nazionali, un parco regionale, e una quarantina di riserve e oasi, si propone come Regione Verde d’Europa. Va detto però che, sebbene le aree protette superino il 30% dell’intero territorio regionale (primo posto in Italia), non sono poche le emergenze e le minacce alla integrità ambientale.

Così, tanto per evidenziare qualche problema, si va verso l’ampliamento degli impianti e delle infrastrutture nei comprensori sciistici dell’Altopiano delle Rocche e di Passolanciano - Majelletta. Quest’anno la carenza di neve e di piogge in tutto l’Appennino è particolarmente critica ed inquietante: ciò nonostante si progettano impianti sciistici fortemente impattanti, presentandoli addirittura come indispensabili per la valorizzazione di “zone che rappresentano gemme a livello naturalistico”.

Augusto De Sanctis, attivista del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ha prestato particolare attenzione al problema dell’inquinamento delle acque, sia di quelle di superficie che di quelle profonde, sia di quelle marine che di quelle montane.
Si è soffermato, in particolare, sui pericoli che corre il bacino acquifero del Gran Sasso, che approvvigiona 700.000 persone, metà dei cittadini abruzzesi. Circa tre decenni fa, nel cuore della montagna, furono  realizzate due gallerie autostradali di dieci chilometri l’una e tre grandi tunnel dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Questi interventi determinarono il rovinoso abbassamento di circa 600 metri della falda. Ma il peggio doveva ancora venire: nel 2016 l’acquifero, a causa della mancata impermeabilizzazione delle gallerie e dei laboratori, subì la contaminazione di sostanze particolarmente velenose (circa 1.000 tonnellate di acqua ragia e altrettante di trimetilbenzene), finite nella rete di distribuzione. Non ci vuol molto a capire che la messa in sicurezza dell’acquifero e la riduzione dei rischi per la salute costituiscono un’operazione complessa, costosa e urgente. L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso, promosso da numerose associazioni tra le quali c’è anche il CAI, continua a sottolineare la necessità di interventi rapidi e trasparenti, tali da coinvolgere l’intera società civile. Finora, però, non si è fatto molto.

Sempre a proposito del rapporto inquinamento e salute, il relatore ha evidenziato anche i ritardi nelle bonifiche di situazioni ambientali degradate. In particolare, a Bussi (Pescara) i lavori per la messa in sicurezza della maxi discarica dei veleni di cui è responsabile la Edison, a tredici anni di distanza dalla scoperta di quello che il Ministro dell’Ambiente ha definito «uno dei più gravi eco-crimini d'Italia», devono ancora iniziare.
 È terribile pensare che un disastro di queste proporzioni sia stato compiuto solo a qualche chilometro di distanza dalle polle limpide e cristalline delle sorgenti del Pescara, la cui acqua giunge qui dal meraviglioso Campo Imperatore dopo un tragitto sotterraneo  nelle rocce di circa un mese.

Ovviamente la situazione degli ambienti montani abruzzesi va inquadrata nel contesto dell’inquinamento planetario di acqua, suolo e aria e dei cambiamenti climatici. Le montagne sono sempre più un laboratorio per la protezione della fauna e della flora e per la difesa di un patrimonio naturale e culturale inestimabile.

Nicola Racano
Componente CAI TAM Abruzzo

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