La tutela della Direttiva Habitat si estende anche agli animali che si ritrovano in zone popolate dall’uomo

Lo ha deciso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiamata a pronunciarsi sull’applicabilità della Direttiva Habitat agli animali che lasciano il proprio habitat naturale e raggiungono zone antropizzate

La Corte al lavoro (fonte: "Court of Justice of the European Union")

2 luglio 2020 - Con una sentenza dell’11 giugno 2020, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla Direttiva Habitat (direttiva del Consiglio 92/43/CEE del 21 maggio 1992), relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche.

Lo ha fatto decidendo una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Zărneşti (Provincia di Braşov, Romania) nell’ambito di un procedimento penale relativo ad un caso di cattura e trasporto, avvenuti asseritamente senza autorizzazione ed in condizioni non adeguate, di un lupo che si era avvicinato all’abitazione di un individuo, abitazione sita in un paese situato tra due Siti di Importanza Comunitaria (SIC), nelle quali la presenza del lupo è registrata.

Nello specifico, il giudice rumeno chiedeva alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di stabilire se, e in che limiti, la cattura o l’uccisione deliberata di esemplari di animali selvatici appartenenti alla specie canis lupus (lupi) possano aver luogo in carenza della deroga prevista dall’articolo 16 della Direttiva Habitat, qualora questi animali vengano avvistati nella periferia di un centro abitato o quando penetrino nel territorio di un Ente territoriale (ad esempio, un Comune) o se, invece, sia sempre obbligatoria una deroga per qualunque esemplare di animale selvatico che non si trovi in stato di cattività, a prescindere dalla circostanza che tale animale sia penetrato nel territorio dell’Ente Territoriale.

La Corte di Giustizia Europea, in virtù della sua funzione nomofilattica (che garantisce l’applicazione uniforme del diritto europeo in tutti gli Stati membri), è chiamata a pronunciarsi in via pregiudiziale (cioè prima che venga decisa la causa da parte del giudice nazionale) sull’interpretazione del diritto dell’Unione Europea. 

La Direttiva Habitat ha come obiettivo quello di promuovere il mantenimento della biodiversità, mediante la conservazione degli habitat naturali, contemperandolo con le esigenze economiche, sociali, culturali e regionali. Con riferimento ai lupi, la Direttiva Habitat li considera specie animale di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa (Allegato IV alla Direttiva) e, quindi, ai sensi dell’art. 12 della Direttiva, gli Stati membri dell’Unione Europea devono adottare provvedimenti volti ad assicurare la loro rigorosa tutela, nella loro area di ripartizione naturale, con il divieto di qualsiasi forma di cattura od uccisione deliberata di esemplari di tali specie nell’ambiente naturale. L’art. 16 della Direttiva prevede, invece, una serie di deroghe al divieto di cattura od uccisione (tra cui la prevenzione di danni alle colture, all’allevamento ovvero un interesse di tipo sanitario o di sicurezza pubblica); le deroghe — ammissibili solo qualora non esista un’altra soluzione valida e quando non venga pregiudicato il mantenimento in uno stato di conservazione sufficiente delle popolazioni di animali nella loro area di ripartizione naturale —  costituiscono un’eccezione al regime di “rigorosa tutela” e pertanto la norma che le concede deve essere interpretata restrittivamente. Il diritto rumeno dispone di un atto normativo (decreto legge 20 giugno 2007, n. 57) che ricalca essenzialmente le norme di tutela e le deroghe contenute della Direttiva Habitat e che contiene, altresì, una sanzione di natura penale alla violazione del divieto di cattura od uccisione degli animali selvatici, violazione punibile con la reclusione da tre mesi ad un anno o con una multa.

La questione che doveva decidere la Corte di Giustizia dell’Unione Europea era se il regime di protezione delle specie animali, previsto dall’art. 12 della Direttiva Habitat, “comprendesse unicamente l’ambiente naturale di tali specie e, di conseguenza, cessasse quando un esemplare appartenente ad una siffatta specie animale si recava in una zona popolata dall’uomo o nella periferia di tale zona”. La Corte Europea doveva, pertanto, definire i concetti di “area di ripartizione naturale” e di “ambiente naturale”, contenuti nell’art. 12 della Direttiva.

In assenza di una definizione espressa di tali concetti nella Direttiva, la Corte di Giustizia, constata, innanzitutto, che la Direttiva si compone di due parti, la prima dedicata alla conservazione degli habitat naturali, mediante l’individuazione di siti protetti, e la seconda consacrata alla conservazione della fauna e della flora selvatiche, attraverso la designazione di specie protette, tra le quali è stato inserito anche il lupo. Tali due parti possiedono un grado di autonomia reciproco nel senso che la protezione accordata dalla seconda parte alla fauna, ad esempio, non è in funzione della prima e, quindi, non deve necessariamente avvenire all’interno di zone rientranti nei siti protetti o negli habitat naturali, che fanno parte della Rete Natura 2000.

La Direttiva tutela anche gli habitat di una specie che sono definiti come l’ambiente definito da fattori abiotici e biotici specifici in cui vive la specie in una delle fasi del suo ciclo biologico e, ad avviso della Corte di Giustizia, tale habitat di specie non corrisponde ad un territorio delimitato in modo fisso ed immutabile, quale quello, ad esempio, identificabile dai Siti di Interesse Comunitario, che non sono stati delimitati al fine di coprire la totalità dell’habitat delle specie protette che, invece, possono occupare vasti territori.

Per le specie animali che occupano ampi territori, quali il lupo, i siti di habitat naturali corrispondono ai luoghi, all’interno dell’area di ripartizione naturale di tali specie, che presentano gli elementi fisici o biologici essenziali alla loro vita o riproduzione. Pertanto, la nozione di area di ripartizione naturale è più vasta dello spazio geografico che presenta gli elementi essenziali alla loro vita o riproduzione. L’area di ripartizione naturale corrisponde, quindi, allo spazio geografico in cui la specie animale è presente o si diffonde secondo il proprio comportamento naturale.

La conseguenza è che la tutela garantita dall’art. 12 della Direttiva Habitat (divieto di cattura od uccisione di animali protetti) non può avere confini e non si può ritenere che un esemplare selvatico di specie animale protetta che si trovi in prossimità od all’interno di zone popolate dall’uomo, che transiti attraverso tali zone, o si nutra delle risorse prodotte dall’uomo, sia un animale che ha lasciato la propria area di ripartizione naturale o che questa sia incompatibile con insediamenti od infrastrutture antropiche.

Ad avviso della Corte, poi, la tutela garantita dall’art. 12 della Direttiva deve essere effettiva nel senso che deve effettivamente impedire che sia arrecato un danno alle specie animali protette e, quindi, tale effettività verrebbe meno qualora la tutela non ricomprendesse anche le aree in cui tali specie selvatiche protette possono muoversi ancorché esse siano in zone antropizzate.

Deve concludersi che un’interpretazione restrittiva delle nozioni di area di ripartizione naturale e di ambiente naturale volta ad escludere le aree popolate dall’uomo sarebbe incompatibile sia con la lettera della Direttiva sia con l’obiettivo che essa persegue. Di conseguenza, la tutela della Direttiva Habitat nei confronti delle specie animali protette si applica a tutta l’area di ripartizione naturale di tali specie a prescindere dal fatto che esse si trovino nel loro habitat naturale, in aree protette od in prossimità di insediamenti umani. Ogni eventuale conflitto tra animale selvatico ed essere umano deve essere risolto attraverso l’istituto della deroga previsto dall’art. 16 che, però, deve essere preventivamente autorizzata conformemente ai criteri declinati nello stesso art. 16 e sempre che non esista un’altra soluzione valida e che la deroga non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione sufficiente, delle popolazioni della specie interessata nella loro area di ripartizione naturale.

Alberto Lucarelli ONC
CAI Roma

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