L'escursione nel Vallone di Cime Bianche

Sensibilizzare gli escursionisti sullo sconvolgimento del territorio causato dai nuovi impianti di risalita

Foto di gruppo sul sagrato della chiesetta di Saint Jacques

6 agosto 2018 - Domenica 22 luglio è stato un bel giorno per il Vallone di Cime Bianche, nonostante i nuvoloni che a tratti hanno nascosto i tre grandi denti calcarei che gli danno il nome, le vette, dalla Rouasetta al Monte Croce, che ne disegnano il profilo destro, i ghiacciai che sporgono dalle pareti nere e marce del versante sinistro, solcato dalle tante cascate che da quei ghiacci nascono. Un bel giorno perché i suoi sentieri sono stati calpestati da tanti escursionisti saliti a riempirsi gli occhi di bellezza verso il valloncello di Tzere, smeraldo di prati su cui si distende pigro l’omonimo ruscello, le cui acque scorrono lente dopo il grande salto dalla parete che sorregge la conca del lago, per poi tornare a ruggire sulla parete di roccia che le separa da Fiery; verso il Bivacco Mariano, nido d’aquila tra rocce e ghiaccio; verso le Cime Bianche, per traversare il terrente, lasciando dossi erbosi, ruscelli e marcite del versante sinistro e scendere tra le brulle pietraie che caratterizzano il versante destro, con i suoi affioramenti calcarei, unici in Val d’Aosta, risultato del sollevamento del fondo marino causato dall’incontro tra la placca africana e quella europea; verso il Colle di Cime Bianche, che si affaccia sul comprensorio sciistico di Cervinia con i suoi mastodontici palazzi, sovrastati da pendii che, scioltasi la neve artificiale, sono brulle autostrade di terriccio grigio e ghiaia, senza erba e fiori, ma piene di rottami, cavi arrugginiti ruderi, grandi blocchi di cemento in cui affondano piloni metallici, enormi scheletri che completano lo scenario di devastazione per cui future generazioni avranno il sacrosanto diritto di odiarci.

Una bella giornata perché forse l’unica possibilità di preservare la bellezza di questo vallone è legata proprio alla costante e crescente presenza di escursionisti che, sedotti dal suo fascino, alzino la loro voce per difenderlo e tramandare a chi ci seguirà ciò che abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduti, lasciando impercettibili e preziose tracce del loro passaggio che per secoli ha messo in comunicazione le genti che vivevano attorno al Monte Rosa. Proprio questo è stato il senso dell’iniziativa proposta dalla sezione di Casale del CAI, cui hanno aderito altre sezioni della Provincia, Alessandria, con istruttori della Scuola Provinciale di Escursionismo, Novi, con la Presidente della Commissione interregionale Tutela Ambiente Montano (TAM), Tortona, un nutrito gruppo del CAI Vercelli, del CAI Ivrea con la presenza del vice Presidente nazionale della TAM, la Presidente del CAI Regionale Piemonte, la Sezione di Verres, con Marcello Dondeynaz, instancabile promotore dell’iniziativa RIPARTIRE DA CIME BIANCHE.

È significativo che l’iniziativa sia partita dalla Sezione CAI di Casale Monferrato, considerato lo storico legame tra la nostra città e la Val d’Ayas, che proprio a Saint Jacques frazione di Ayas su cui confluisce il vallone di Cime Bianche e da cui è partita l’escursione, ha avuto due storici insediamenti da cui sono passate generazioni di Casalesi: l’albergo/colonia Contardo Ferrini, la cui austera costruzione in pietra, abbandonata da decenni, mantiene inalterato il suo antico stile alpino; lo storico rifugio CAI Casale, costruito dai nostri soci fondatori a inizio anni trenta, di cui resta solo il basamento, dopo la sua drammatica fine di cui ancor oggi la Sezione paga le conseguenze.

Domenica è stato inserito un piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio affaristico che passa sopra ad ogni valore che non sia quello dei soldi, il cui ritorno economico è dubbio, e che potrebbe comunque essere realizzato con soluzioni meno impattanti; speriamo che tanti altri diano il loro contributo, anche solo con una piacevolissima escursione.

Enrico Bruschi, Sezione di Casale

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