Moro-Lunger Karakorum: gli incidenti possono capitare in luoghi e momenti che alle tifoserie del web possono sembrare banali

Riflessioni a mente fredda dopo la scivolata di Moro, per fortuna senza gravi conseguenza: gli avvicinamenti sui ghiacciai, mai facili soprattutto in inverno, sono parte integrante dell’avventura himalayana anche se poco "televisivi".

Foto "The Vertical Eye - Matteo Pavana"

24 gennaio 2020 - La spedizione invernale di Simone Moro e Tamara Lunger si è conclusa prima del tempo. I due alpinisti si erano recati nel cuore del Karakorum rincorrendo un obiettivo ambizioso. Quello di concatenare, in inverno, l’ascensione di Hidden Peak e Gasherbrum II. Dopo un inizio di stagione non così facile, dal punto di vista meteorologico, sabato 18 gennaio, mentre procedeva verso il campo 1 dell’Hidden Peak in cordata con Tamara Lunger, Moro è precipitato un crepaccio che si è improvvisamente aperto sotto i suoi piedi.

Con una reazione fulminea, Tamara è riuscita a frenare la caduta del compagno. La Lunger, che calzava le racchette da neve, si è però ritrovata con la corda in tensione attorcigliata intorno a una mano. Una situazione che, oltre a causarle un forte dolore fisico, l’ha fatta scivolare per parecchi metri verso il bordo della crepa in cui era caduto Simone.

Moro, rimasto lucido nonostante la caduta, è riuscito a scaricare il suo peso piantando una vite da ghiaccio nella parete del crepaccio, permettendo alla Lunger di districarsi dalla corda e allestire un buon punto ancoraggio. Quasi due ore dopo, con «contorsionismi e mille sforzi», «al buio e schiacciato tra due pareti larghe 50 centimetri», lentamente Simone è poi riuscito risalire in piolet traction tutto il crepaccio.

Per fortuna, la brutta avventura è finita senza gravi conseguenze. Ammaccati ma sostanzialmente illesi, Tamara Lunger e Simone Moro sono poi riusciti a tornare al campo base, da loro già allertato via radio. Successivamente, i due alpinisti sono stati recuperati da un elicottero dell’esercito pakistano e portati a Skardu, la piccola capitale della regione del Baltistan, dove hanno ricevuto le prime cure.

Assieme ai doverosi auguri a Tamara e Simone, l’incidente, che ha inevitabilmente segnato la fine del tentativo dei due alpinisti sui Gasherbrum, impone oggi a mentre fredda anche alcune considerazioni che di solito vengono trascurate dai media e nelle comunicazioni dei social e che riportano il gioco degli 8000 alla cruda realtà.

La prima, banale ma necessaria, è la constatazione che l’himalaysmo invernale non è fatto solo di lunghe attese e veloci corse in direzione della vetta quando si apre una finestra di bel tempo. La quotidianità di una spedizione ad alta quota nella stagione fredda, oltre a declinare in tutte le sue possibili varianti la regola della fatica, implica infatti i disagi della marcia di avvicinamento, il confronto con temperature e condizioni meteo spesso proibitive, la necessità su terreni infidi e pericolosi e la condivisione di lunghe giornate tutt’altro che “televisive”, in cui l’eleganza dello stile, l’estetica del movimenti, i sorrisi a favore di telecamera sono merce rarissima.

La seconda considerazione ci suggerisce che gli incidenti possono capitare anche nei luoghi e nei momenti che alle tifoserie del web possono sembrare banali e che invece sono parte integrante dell’avventura himalayana. Gli avvicinamenti sui ghiacciai, mai facili neanche d’estate, d’inverno – complice l’abbondante manto nevoso – possono trasformarsi, come si è visto, in trappole mortali e nascondere pericoli a ogni passo.

La fabbrica dei rischi non si nasconde dunque solo al cospetto delle pareti più vertiginose, lungo i pilastri di roccia e di ghiaccio o nelle grandi seraccate. In certe situazioni, anche il camminare lungo un ghiacciaio può riservare incognite difficilmente prevedibili.
Bisognerebbe pensarci, qualche volta, quando in poltrona si pontifica sulle invernali agli 8000, si snocciolano dati e statistiche e si fanno confronti sportivi riducendo l’analisi a poche variabili, dimenticando invece tutte le altre.

Red

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