Paolo Rumiz e Fausto De Stefani a Novellara (RE)

Dalla Sottosezione l'emozionato racconto della serata del 16 febbraio 2016 e della giornata successiva trascorsa al Rifugio Sgabo, uno dei più "bassi" d'Italia.

Rumiz e De Stefani nella pedecollina reggiana

Le storie di Paolo Rumiz e di Fausto De Stefani sembrano esistere apposta per essere raccontate al Rifugio Sgabo, un rifugio di amici per amici, forse il più basso d'Italia, nascosto tra le campagne di Bagnolo, Novellara e Massenzatico. Arrivarci al Rifugio Sgabo non è semplice: ci si deve perdere tra i campi e i filari di vite della più tipica campagna reggiana. Ma arrivarci è bello anche quando il cielo è inclinato e bagnato come oggi, mercoledì 17 febbraio 2016. E al rifugio, Paolo Rumiz e Fausto De Stefani, ci sono per davvero.

Sono seduti al grande tavolo che fa da sala e cucina e famiglia insieme e, mentre mani affaccendate e generose servono pane, vino e tante altre cose buone, i due se la raccontano. I viaggi e le genti, l’amicizia e la sincerità, i progetti e le speranze - come torrenti di montagna - rilassano. I silenzi, i ricordi e gli abbracci - come rivoli carsici, penetrando a fondo - appagano. Io sono con loro, e non riesco (pur sforzandomi) a fermare il pensiero, che sempre torna indietro, alle meraviglie del racconto di martedì 16 febbraio 2016 di Paolo Rumiz al teatro di Novellara, pieno in ogni ordine. 

E poi penso che sì, che forse la mia presenza lì al Rifugio Sgabo non è del tutto inadeguata, o sbagliata, o inopportuna. Sarebbe il caso magari di approfittarne per chiedere se in effetti l’Isola de Il Ciclope esiste, se è un’isola greca o turca o dalmata (potrei chiedere della zona insomma e di latitudini e di coordinate e di molte altre cose ancora).

Ma poi per la testa mi passa un SERVE! che, secco come un fendente, mette subito a tacere inutili curiosità. Di certo sarebbe interessante chiedere (un paio di domande soltanto, eh, per non rischiare di essere invadente) di Istanbul e della Turchia, dell’Oriente e della Galizia, dei luoghi del cuore insomma. Anche di Annibale, il mio preferito, sarebbe interessante chiedere. E dopo le risposte magari trovare il coraggio per andare avanti ancora un po’ e avvicinare il discorso sulla scelta fatta di portare Erodoto sull’Isola. Perché Erodoto, mi chiedo, e non Virgilio o Plotino o il vecchio e fidato Omero o, perché no, la bella Woolf, che così bene descrive il desiderio di James di visitare un faro? Mah! È l’altrove del Rifugio Sgabo che porta a tanto?

Sono a casa ed è da poco passata la mezzanotte e mentre dalla radio arriva un meraviglioso preludio al piano (che non riconosco) continuo a pensare alla giornata. Cullata dalla musica e dai ricordi, chiudo gli occhi e mi addormento. Sogno del Ciclope e sento il mare. Nel sonno, che è sempre più sogno, il narrare epico di Paolo Rumiz diviene visibile ai miei occhi e assume le sembianze di un racconto calmo e rassicurante come quello di Abele, mio nonno. Le immagini sfumano dal groviglio di gabbiani alla coda dello scorpione. Con la massima chiarezza si svela non soltanto lo sviluppo della vicenda, in tutti suoi dettagli, ma anche il suo significato segreto, intimo profondo leggero insieme, ricco di lentezza e anche libertà. Ed ecco che la curiosità di Paolo Rumiz, insieme alla sua voglia di scoprire, improvvisamente assumono colore. Ed ecco che la fame di cibo buono come una crostata di mele cotogne, e il taccuino sempre aperto sul mondo, improvvisamente assumono valori eterni.

Mi sveglio e mentre il ricordo della bella giornata gira gira e gira ancora nella mia mente, mi accorgo che non basterà un alzarsi e abbassarsi di palpebre a far svanire tanta emozione. Rimarrà registrata nella mia memoria, saldamente, insieme a tutte le altre cose che hanno reso possibile l’esperienza. Cose bellissime.

Marina Davolio
CAI Novellara

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