Riposta all’articolo dal titolo “Ma il mondo finirà per il caldo o per il freddo?” a cura del Dott. Franco Secchieri pubblicato sul notiziario del Club Alpino Italiano il 20 maggio 2019

La Marmolada nel 2018

1 luglio 2019 - Carissimi lettori de Lo Scarpone,
di recente è apparso un contributo sul sito di questa rivista: si tratta di un commento della situazione meteorologica dei primi mesi del 2019 da parte del Dott. Secchieri (“Ma il mondo finirà per il caldo o per il freddo?”, 20 maggio 2019), collega glaciologo che apprezziamo per la sua instancabile attività di monitoraggio sui ghiacciai delle Dolomiti e della Provincia di Bolzano. Nel testo, oltre che una breve descrizione degli eventi meteorologici che hanno contraddistinto nelle nostre regioni l'inverno e la primavera 2019, è presentato un confronto tra tali situazioni, il cambiamento climatico attuale e la naturale variabilità del clima. Siamo rimasti un poco sorpresi da alcune considerazioni riguardo alla storia del clima più o meno recente e in particolare di quello alpino. Alcune delle conclusioni riportate nel testo, potrebbero a nostro avviso portare a un’errata comunicazione di tematiche delicate ed importanti quali sono quelle legate ai cambiamenti climatici.

Negli ultimi mesi il tempo meteorologico ci ha abituati a numerosi eventi insoliti e anche opposti tra loro. Come spesso successo negli ultimi anni, l’inverno è stato estremamente secco sul versante italiano delle Alpi, mentre la Svizzera e l’Austria sono state letteralmente sommerse dalla neve. Le cose sono poi cambiate improvvisamente con l’arrivo della primavera, umida e fresca, capace di regalare alcune nevicate a quote collinari a inizio maggio e tanta neve in quota. Questi ultimi eventi, amplificati dalla potenza dei social media e da comunicazioni spesso sensazionalistiche e poco accurate, hanno provocato non poca confusione. In alcuni casi, come spesso capita in corrispondenza di tali circostanze, si è addirittura messa in dubbio l’effettiva realtà del cambiamento climatico, processo invece ormai assodato e confermato da numerosissime osservazioni e studi scientifici.

Queste imprecisioni nascono perché molto spesso chi comunica notizie di climatologia o meteorologia dimentica alcuni concetti fondamentali, come ad esempio la differenza stessa che è insita tra i due termini appena citati: meteorologia e climatologia. Molte volte sono usati in modo interscambiabile, eppure essi si riferiscono a processi e dinamiche che, seppur collegate, sono sostanzialmente diverse.

Prendendo spunto dal testo di Secchieri, con le righe che seguono il nostro intento è stato quello di fornire ai lettori una visione più ampia delle tematiche toccate nell’articolo, alla luce dei più recenti risultati della ricerca scientifica e di quelli invece già consolidati da tempo.

    • Secchieri: “questa primavera, una delle stagioni più fredde e nevose della storia”.
Il maggio di quest’anno (2019) è stato effettivamente fresco in Europa, in particolare se commisurato all'ultimo trentennio. Si è trattato tuttavia di un episodio locale e temporaneo. È inoltre importante osservare che in passato vi siano stati in Italia diversi precedenti anche più appariscenti (maggio 1957, 1980, 1984, 1991). Si parla dunque di un evento che non contraddice in alcun modo il riscaldamento globale: mentre le nostre regioni per poche settimane sono state caratterizzate da temperature fresche e da nevicate a bassa quota su Alpi e Appennini, nel resto del mondo le temperature erano prossime ai massimi storici, anche a poche centinaia di chilometri dai nostri territori (fonte: NASA, NCEP). Più a nord, l’estensione della banchisa artica, dopo il record minimo stabilito in aprile, anche nel maggio 2019 si è sempre mantenuta ben al di sotto della media di riferimento degli ultimi 30 anni, e prossima ai minimi nella serie satellitare dal 1979 (fonte: National Snow and Ice Data Center). Trarre conclusioni climatiche (ovvero sull'evoluzione delle condizioni medie su lunghi periodi, alla scala di decenni e secoli) da eventi meteorologici (situazioni meteorologiche a scala locale nell'orizzonte di ore o pochi giorni) è profondamente sbagliato perché il clima è una cosa, la meteorologia un’altra, come ricordato anche da Secchieri.
Mai confondere il clima con la meteorologia.

Un altro tema importante da affrontare è il confronto tra la situazione climatica attuale e quella del passato. Uno degli argomenti più utilizzati da chi nega o mette in dubbio la responsabilità umana nell’attuale cambiamento climatico, è che per trovare situazioni climatiche paragonabili a quelle attuali in termini di temperatura, sarebbe sufficiente guardare a un passato nemmeno troppo remoto. Ciò testimonierebbe che la temperatura raggiunta negli ultimi anni rientrerebbe all’interno di quella che è la variabilità climatica naturale, che nulla avrebbe quindi a che fare con l’uomo. Per poter confrontare in modo rigoroso il clima del presente con quello del passato è fondamentale riferirsi a dati robusti e consolidati. Nel testo di Secchieri sono presenti diverse imprecisioni a riguardo. Ecco quelle che secondo noi è più importante correggere:

   • Secchieri: “A parte l’Era quaternaria e relative glaciazioni, possiamo partire da circa 12.000 anni or sono quando le Alpi erano sommerse da una coltre glaciale”.
Una moltitudine di studi, anche non troppo recenti, ha significativamente modificato le datazioni “generiche” che vedevano la fine dell’ultima glaciazione - anche nota come glaciazione Würmiana - a 12.000 anni fa. La massima espansione dei ghiacciai alpini fu registrata 23-24.000 anni fa, con una fase di ri-avanzata 21-19.000 anni fa. Successivamente iniziò il collasso delle imponenti lingue glaciali che occupavano le più grandi valli alpine raggiungendo addirittura la parte pedemontana della pianura Padana. Il ritiro fu rapidissimo: nel giro di due secoli i ghiacciai si rintanarono sulle vette delle Alpi. A questa fase di ritiro generale, seguì un periodo caratterizzato da un clima variabile e i ghiacciai vennero interessati da diverse fasi di ri-avanzata (periodo Tardoglaciale) fino a circa 11.700 anni fa, quando per convenzione è fissato l’inizio dell’attuale periodo interglaciale, l’Olocene. Queste pulsazioni si sono rivelate però enormemente meno intense rispetto alle avanzate dell’ultimo massimo glaciale. Difatti, i ghiacciai del periodo Tardoglaciale non lambirono più la pianura Padana, e anzi rimasero sempre all’interno delle valli alpine al di sopra dei 1300-1800 m di quota. Le morene frontali dell’ultima avanzata Tardoglaciale, definita Younger Dryas, in alcune aree delle Alpi non sono poi molto più a valle di quelle depositate in epoca storica, durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (ca. 1250-1865).

  • Secchieri: “Più recentemente si sono succeduti fatti climatici ben diversi come il cosiddetto “optimum climatico”, attorno ai 6.000 anni or sono, quando le temperature medie erano verosimilmente più elevate delle attuali così come anche nel periodo medievale, tra il IX e il XIII secolo, quando pare che non ci fosse il ghiacciaio della Marmolada e tutti i ghiacciai alpini erano ben più ridotti da quelli attuali”.
Questo passaggio fa riferimento al Periodo Caldo Medievale, uno degli argomenti preferiti da chi tenta di accostare l’attuale cambiamento climatico al passato, quando l’influenza antropica sul clima era sicuramente ben più debole dell’attuale. La linea di ragionamento seguita da chi mette in discussione che oggi l’uomo abbia un impatto sul clima è in estrema sintesi questa: durante il Medioevo il clima della Terra è stato caldo almeno tanto quanto quello attuale, pertanto il riscaldamento che interessa il pianeta da circa cento anni è perfettamente spiegabile dalla variabilità climatica naturale. È veramente questa la realtà che le evidenze scientifiche ci suggeriscono? Tali considerazioni sono frutto di un’errata analisi delle fonti storiche e non sono in accordo con le ricostruzioni paleoclimatiche disponibili oggi. Affrontare questo tipo di comparazioni necessita di una fondamentale premessa. I ghiacciai come li vediamo oggi non sono in equilibrio con il clima attuale, quindi non sono un valido termine di confronto. Quando osserviamo i ghiacciai a fine estate e li vediamo innevati per meno della metà della loro superficie, o peggio completamente spogli, significa che hanno subito un bilancio negativo e che quindi non sono in equilibrio con le condizioni climatiche attuali. Una recente simulazione numerica svolta dal Politecnico di Zurigo ha permesso di quantificare questo disequilibrio. Ipotizzando che le temperature in futuro restino stazionarie sulla media 1981-2010 (peraltro ormai più fresca degli anni più recenti), eventualità del tutto improbabile se non impossibile dati gli scenari climatici attesi, i ghiacciai alpini continuerebbero comunque a ridursi per tutto il XXI secolo andando a perdere fino al 40% della propria superficie attuale. I ghiacciai attuali rappresentano quindi una condizione climatica che non esiste più, legata ad un passato più freddo. Sono dei fossili climatici e per molti di essi non sarà possibile raggiungere un nuovo equilibrio; quelli più piccoli e a bassa quota scompariranno nell’arco di pochi decenni. Questa è la situazione presente, cosa possiamo dire su quanto accadeva durante il Medioevo? Non c’è alcuna fonte attendibile che in quel periodo i ghiacciai fossero più ridotti di quelli attuali, tanto che nell’articolo l’esempio del ghiacciaio della Marmolada è introdotto da un significativo “pare”. Più nello specifico, studi recenti hanno ridotto significativamente, in termini di intensità, durata ed estensione, questo periodo relativamente caldo. Si è cioè trattato di una variazione climatica come molte altre (definita nella letteratura scientifica più recente “Medieval Climate Anomaly”), un periodo mite preceduto e seguito da due periodi freschi e più favorevoli all’avanzata dei ghiacciai. Nell’Alto Medioevo, dal IX fino al X secolo, i ghiacciai alpini hanno visto un’avanzata simile a quella della Piccola Età Glaciale che ha trovato riscontro ad esempio al Ghiacciaio del Rutor, in Val d’Aosta. Grazie a sedimenti e torbe campionate vicino alla sua fronte è stato possibile evidenziare un’avanzata culminata intorno al 1093 AD (Badino et al., 2018). Questo studio conferma numerosi risultati di lavori precedenti che hanno preso in esame altri ghiacciai alpini. Considerato quindi che i ghiacciai alpini siano avanzati intorno al 1100 in modo del tutto simile a quanto successo nel 1850, la loro fantomatica “scomparsa” durante il periodo mite medioevale, avrebbe dovuto avvenire nell’arco di meno di un secolo (tra il 1100 e il 1200 circa, prima dell'inizio della Piccola Era Glaciale). È questo un tempo davvero limitatissimo se consideriamo che, nonostante il riscaldamento senza precedenti che stiamo vivendo negli ultimi 150 anni, molti ghiacciai oggi non siano ancora scomparsi (seppur sicuramente agonizzanti). A sostegno di questa interpretazione segnaliamo gli studi sul ghiacciaio della Mer de Glace (versante francese del Monte Bianco) che ha conosciuto una fase di ritiro limitata al periodo 1120-1178 AD (Le Roy et al., 2015) e sul ghiacciaio inferiore di Grinderwald (Oberland Bernese) che è stato in regresso fra il 1088 ed il 1137 (Holzhauser and Zumbühl, 1996). Se non bastasse, altre prove dell’impossibilità di uno scenario medievale con ghiacciai più ridotti rispetto a oggi arriva dalla Mummia Ötzi. La salma del pastore dell’età del rame è stata scoperta sul ghiacciaio del Similaun (Alpi Venoste), a 3210 m di quota. Grazie a precisi metodi di datazione è stato possibile determinare che la mummia è rimasta sotto al ghiaccio in modo ininterrotto per 5300 anni. Ciò ha un importante conseguenza: Ötzi ci racconta che a 3210 m, in quel settore delle Alpi, i ghiacciai alpini non sono mai stati ridotti quanto oggi in almeno 5300 anni (Baroni & Orombelli, 1996). Accettare la tesi del periodo medievale completamente privo, o quasi, di ghiacciai porterebbe a un evidente controsenso, poiché la mummia Ötzi sarebbe affiorata già nel Medioevo e non avrebbe mai potuto arrivare integra fino al 1991 quando effettivamente riemerse dai ghiacci in fusione. Ulteriori prove sono fornite dalle datazioni delle carote di ghiaccio ottenute dal Ghiacciaio dell’Ortles (al confine tra Lombardia e Alto Adige) e dal Colle Gnifetti sul Monte Rosa. Nel caso dell’Ortles il ghiaccio più profondo ha un’età di 7.000 anni, a testimoniare che il ghiacciaio sopravvisse senza problemi ai vari, ed evidentemente modesti, periodi miti intercorsi nelle ultime migliaia di anni, compreso quello medievale. Inoltre, il lavoro sul ghiacciaio dell’Ortles ha permesso di constatare come quest’ultimo, a causa del recente aumento di temperature, abbia subito un’accelerazione del suo movimento verso valle. Evento completamente inedito negli ultimi 7.000 anni a testimonianza dell’eccezionalità del riscaldamento climatico successivo al 1980 (Gabrielli et al., 2016). Nel caso del ghiacciaio di al Colle Gnifetti, una delle zone glacializzate più elevate dell’arco alpino a 4455 m, il ghiaccio più antico risale al periodo di transizione tra l’ultimo periodo glaciale e l’attuale periodo interglaciale, ovvero a circa 15.000 anni fa, testimoniando come, neppure nel periodo più caldo dell’Olocene (da circa 9000 a 6000 anni fa, chiamato Optimum Climatico Olocenico) i ghiacciai siano completamente scomparsi dalle Alpi (Jenk et al., 2009). Allo stesso modo, non è da escludere che anche il ghiacciaio dell’Ortles fosse presente durante questa lunga fase relativamente mite. È probabile che il ghiaccio più antico di 7.000 anni venisse costantemente rimosso dal flusso del ghiacciaio che, ai tempi scivolava sul letto roccioso (comportamento da ghiaccio temperato). Successivamente, con l’abbassamento delle temperature successivo all’optimum olocenico, lo strato di acqua liquida che funge da lubrificante alla base dei ghiacciai temperati è scomparso e il ghiacciaio si è ancorato direttamente alla roccia, inibendo i movimenti della massa ghiacciata (comportamento da ghiaccio freddo).
Per chiudere questa breve rassegna sulla storia dei ghiacciai alpini, puntiamo per un attimo lo sguardo al futuro. Stando alle modellizzazioni più recenti, in assenza di adeguate politiche climatiche, oltre il 90% del volume glaciale delle Alpi potrebbe scomparire entro il 2100, lasciando residui di ghiaccio solo al di sopra dei 4000 m (Zekollari et al., 2019).
Diffidare dalle ricostruzioni climatiche basate soltanto su documentazione storica di dubbia affidabilità.

Un aspetto che non bisogna mai dimenticare quando si parla di cambiamento climatico, è quello legato alle sue conseguenze. Il clima è una delle componenti fondamentali del nostro pianeta ed è capace di influenzare un numero indefinito di processi che spaziano dalla geologia, alla biologia fino ad arrivare alle attività dell’uomo. Gli effetti che il cambiamento climatico, ed in modo più generale l’impatto umano sugli ecosistemi, avrà sulla vita di milioni di persone nei prossimi decenni saranno difficili da gestire. Durante questo secolo diventerà chiaro che il cambiamento climatico è un problema principalmente umano, non della Terra in sé. Basti pensare agli episodi di estinzione che si sono susseguiti durante la storia del pianeta (l'ultimo, 66 milioni di anni fa), provocati da immani catastrofi naturali. La vita sulla Terra ha sempre trovato il modo di superare queste crisi, evolvendosi e adattandosi a nuove condizioni ambientali e climatiche. L’uomo sarà capace di fare altrettanto in futuro? Non dimentichiamo che sul pianeta non siamo soli, esiste un rapporto strettissimo tra la nostra civiltà, l’ambiente e le forme di vita che ci circondano. Se questi rapporti dovessero incrinarsi a causa del cambiamento climatico, ad esempio per il peggioramento delle condizioni ambientali e per la diminuzione della biodiversità, i primi a rimetterci saremo noi che dall’ambiente traiamo il sostentamento. E non abbiamo parlato degli aspetti etici e morali di tali cambiamenti: la scomparsa di tante specie, dovuta proprio ai cambiamenti che stiamo provocando sulla Terra, dovrebbe far riflettere ciascuno sulle responsabilità dell’uomo nei confronti del nostro pianeta e degli organismi che lo popolano. Si tratta di temi estremamente attuali e che diventeranno sempre più importanti. Nell’articolo di Secchieri si fa riferimento ad essi solo indirettamente, citando il tema dell’innalzamento del livello dei mari e ipotizzando una paventata “fine del mondo”.

   • Secchieri: “Con la deglaciazione il mare è tornato alle quote attuali (si è innalzato di 120 metri) e fa quindi un po’ sorridere il confronto col paventato aumento del livello del mare di quasi un metro per la fine del secolo. Anche se naturalmente le tempistiche sono ben diverse”.
Durante l’ultimo periodo glaciale una parte non trascurabile dell’acqua del pianeta era stoccata sotto forma di ghiaccio nell’emisfero nord. Basti pensare che buona parte del Nord America, della Gran Bretagna, della Scandinavia e della Russia Settentrionale erano ricoperte da una coltre di ghiaccio. L’accumulo di una così enorme quantità di ghiaccio determinò un profondo squilibrio del sistema idrologico e il livello dei mari crollò, fino a raggiungere un minimo di circa - 120 m rispetto al livello medio attuale. Terminato il periodo glaciale molte calotte collassarono e le acque di fusione portarono a un aumento del livello del mare, fino a raggiungere la situazione che conosciamo. Questa è stata in estrema sintesi di quello che sappiamo sulla storia del livello del mare durante gli ultimi ventimila anni. Oggi cosa sta succedendo? È assodato che il livello del mare si stia nuovamente alzando, a una velocità di circa 3,5 mm all’anno e con un progressivo incremento del trend di crescita (Fonte NASA). Il motivo? Sempre lo stesso, il cambiamento climatico. Le cause principali del fenomeno sono due: da un lato l’aumento della temperatura determina la dilatazione termica dell’acqua degli oceani, dall’altro la fusione dei ghiacciai apporta un surplus di acqua. Nel passaggio del testo di Secchieri si propone un confronto tra quanto successo durante l'ultima transizione climatica e quanto sta accadendo oggi. Si coglie in tale confronto una disconnessione del ragionamento strettamente scientifico, di classica estrazione geologica, dal contesto ambientale e sociale entro cui vanno necessariamente considerati questi dati al giorno d’oggi. In altre parole, se in termini geologici un innalzamento degli oceani di 1 m è poca cosa nella storia del nostro pianeta, di certo domani non farà probabilmente sorridere i milioni di abitanti che dovranno migrare a causa dell’allagamento delle proprie case, città e territori. Sono disponibili stime accurate al riguardo: se l’innalzamento del livello del mare si limiterà a 50 cm, le persone che dovranno per forza di cose trovare una nuova sistemazione saranno circa 70 milioni, se però l’aumento fosse maggiore (due metri), tale numero lieviterebbe a 190 milioni (Nicholls, 2011).

   • Secchieri: “l’anomalia termica verso la quale stiamo andando velocemente, può sicuramente sorprenderci, anche se ritengo opportuno usare un poco di cautela prima di pronosticare la fine del mondo tra pochi anni”.
Spesso il tema del cambiamento climatico viene trattato dai mezzi di informazione con toni eccessivamente sensazionalistici o addirittura catastrofici. Ci sembra però un errore rispondere a tale strategia comunicativa con proclami di simile natura. All’esagerazione va opposta la serrata argomentazione scientifica e una comunicazione chiara e corretta. Nel mondo scientifico nessuno ha mai parlato di “fine del mondo”, di per sé un’eventualità talmente vaga e banale da non lasciare molto spazio ad un dibattito. Il problema dei cambiamenti climatici, assieme agli altri problemi di carattere ambientale relativi all’uso di risorse non rinnovabili, rappresenta una delle più grandi sfide dell’umanità ed andrebbe approcciato in modo molto serio e concreto. Come già ribadito, il cambiamento climatico è un problema innanzitutto per l’uomo, non per il pianeta che ha già avuto esperienza di temperature anche più elevate di quella attuale in periodi molto lontani nel tempo (svariati milioni di anni). La cautela, a nostro avviso, non dovrebbe essere rivolta tanto alle numerose previsioni per il clima dei prossimi decenni, quanto al presente e alle scelte che facciamo ogni giorno, che andrebbero prese sulla base dei dati e degli scenari forniti dalla scienza. Ciò vale sia per il singolo, sia per chi prende le decisioni da cui dipendono le politiche di riduzione e adattamento al cambiamento climatico.
Il cambiamento climatico è, e sarà sempre di più, un problema prima di tutto umano.

La comunità scientifica è molto attenta nei confronti del clima e ogni anno vengono pubblicati migliaia di articoli scientifici che affrontano gli aspetti più diversi del cambiamento climatico, da quelli fisici e climatologici a quelli economici e sociali. Come è giusto e fisiologico che sia, gli scienziati non sono sempre d’accordo su ogni singolo aspetto di questa complessa materia, tuttavia su una cosa il grado di accordo è sicuramente elevatissimo: le attività dell’uomo hanno un ruolo importante rispetto al cambiamento climatico attuale e ne sono infatti la causa principale. L'utilizzo dei combustibili fossili, la deforestazione e gli allevamenti intensivi liberano nell'aria ogni anno circa 54 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, stravolgendo il naturale ciclo del carbonio, e nel maggio 2019 la concentrazione atmosferica di CO2 ha toccato le 415 parti per milione, massimo degli ultimi tre milioni di anni secondo le analisi dei ghiacci polari e dei sedimenti oceanici. Il parallelo tra la situazione attuale e quella di 3 milioni di anni fa, e gli insegnamenti che questo ci fornisce per il futuro, è stato tracciato nel convegno «The Pliocene: the last time Earth had >400 ppmv of atmospheric CO2», organizzato il 3 aprile 2019 all'Imperial College di Londra dalla Royal Meteorological Society.
Alla luce di ciò, lascia perplessi leggere quanto segue:

  • Secchieri: “Senza volere entrare nella polemica della così detta “hockey stick” (mazza da golf - nome tratto dalla forma del grafico dell’andamento delle temperature) che vede da una parte i sostenitori dell’effetto serra di origine antropica e dall’altra i contrari”.
Si fa qui riferimento a una vecchia “polemica” che ha riguardato il metodo con cui il climatologo americano Michael Mann, insieme ai suoi collaboratori, ha ricostruito l’andamento delle temperature negli ultimi mille anni. I detrattori di questo lavoro, rivelatosi una pietra miliare della climatologia moderna, contestavano allo scienziato l’aver applicato ai suoi dati delle correzioni che avrebbero “limato” le temperature del passato in modo da far maggiormente spiccare il riscaldamento attuale. Questa polemica è stata in realtà superata da parecchio tempo e lo studio originale è stato sostanzialmente confermato da numerose ricerche successive (e.g. Marcott et al., 2013). Ci sembra quindi davvero poco utile fare riferimento a questa vicenda. Allo stesso modo non trova un riscontro attuale nemmeno la visione del mondo della climatologia suddiviso in “fazioni”, visto che il sano dibattito scientifico e il continuo miglioramento della modellistica climatica hanno diradato ogni dubbio sull’origine antropica del riscaldamento climatico attuale. Riguardo la polemica dell’Hockey Stick si consiglia la lettura del capitolo “Mazze e commissioni” del libro “A qualcuno piace caldo” di Stefano Caserini.
Il mondo scientifico è essenzialmente unanime nell’indicare un ruolo decisivo da parte dell’uomo rispetto all’attuale cambiamento climatico. Le poche voci contrarie si sono rivelate inaffidabili e prive di ogni fondamento.

L’articolo del Dott. Secchieri termina con un epilogo quantomeno bizzarro che sembra lanciare una provocazione poco comprensibile:

   • Secchieri: “A questo punto anche la politica dovrebbe essere chiamata a rispondere in maniera finalmente utile e costruttiva, anche perché quello che ancora possiamo fare per non morire di freddo oppure di caldo non può essere trascurato oppure lasciato in mano a qualche strano personaggio dell’ultimo momento”.
Non si capisce ovviamente la provocazione riguardo al “morire di freddo”, infondata dal punto di vista scientifico. Men che meno risulta comprensibile il riferimento agli “strani personaggi dell’ultimo momento”. Si fa forse riferimento alla giovane attivista che tanto ha impressionato i giovani di tutto il mondo negli ultimi mesi? Possiamo forse fare una colpa a Greta Thunberg per aver catturato, come mai nessuno prima era riuscito a fare, l’attenzione di milioni di giovani resi maggiormente sensibili nei confronti del cambiamento climatico e delle conseguenze che esso avrà sulle vite di tutti noi?

Alla luce delle conoscenze scientifiche attuali riteniamo che il voler continuamente strumentalizzare la storia del clima (evidenziando in particolare i periodi caldi) per negare o minimizzare le preoccupazioni relative al cambiamento climatico in atto, sia profondamente sbagliato. Il motivo è semplice, il clima nel passato era governato da fattori prevalentemente naturali (ed esclusivamente tali prima della comparsa dell’uomo), soprattutto di origine astronomica (variazioni dei parametri orbitali e dell'attività solare) e vulcanica (emissione di solfati in atmosfera, con effetto raffreddante). Nell’ultimo secolo le forzanti climatiche dominanti sono diventate invece le emissioni di gas serra in atmosfera, prodotte dalla combustione di idrocarburi fossili ad opera dell’uomo. Tali immissioni, negli ultimi 70 anni, hanno provocato gran parte dell’innalzamento termico osservato, mentre, considerando i soli fattori naturali, secondo quanto suggeriscono i modelli climatici, le temperature avrebbero dovuto perfino diminuire nello stesso arco di tempo di qualche decimo di grado. Per questo motivo il confronto con periodi del passato con temperature del pianeta elevate non ha alcun valore in questo tipo di discussione, poiché determinati da altre cause rispetto a quelle in gioco oggi. A ciò si aggiungano le condizioni antropiche, sociali ed economiche al contorno, completamente differenti: in lontane epoche geologiche ci furono periodi “ipertermici”, effettivamente più caldi dell'attuale, in particolare durante il Pliocene (3 milioni di anni fa) e l’Eocene (50 milioni di anni fa). A quei tempi però, non solo il pianeta era profondamente diverso rispetto ad oggi, ma l’umanità era ben di là da venire. Non c’erano gigantesche metropoli e straordinarie città d’arte esposte ai crescenti livelli marini (New York, Mumbai, Giakarta... fino a Venezia), la produzione agricola non era minacciata da siccità e da altri eventi estremi, l’uomo e la Terra, insomma, non avevano ancora incrociato le loro rispettive strade. Per questo non ha alcun senso trarre da ragionamenti del genere “in passato faceva ancora più caldo”, rassicurazioni circa le condizioni che ci dovremo aspettare da qui a breve.

Peraltro, a lungo termine, in assenza di mitigazione dei cambiamenti climatici, rischiamo di avvicinarci pericolosamente proprio alle situazioni termiche di quei lontani periodi, ovvero a condizioni totalmente inedite nella storia di Homo sapiens, presente sul pianeta da “appena” 200.000 anni. Un recente studio dell’Università del Wisconsin (Burke et al., 2018) indica che senza riduzioni delle emissioni di gas climalteranti, le temperature terrestri già nel 2030 potrebbero somigliare a quelle del Pliocene, e attorno al 2150 perfino a quelle dell'Eocene, quando il pianeta era circa 13 °C più caldo, completamente privo di ghiaccio e con livelli marini di decine di metri più elevati rispetto a oggi. Tali condizioni sono qualcosa di completamente alieno rispetto al contesto che ha permesso l’evoluzione e la prosperità della specie umana sulla Terra.

Questo testo nasce dallo sconforto che emerge nel notare come posizioni e miti sui cambiamenti climatici e sui ghiacciai, che dovrebbero appartenere al passato, continuino a riemergere più o meno velatamente. In una fase in cui il giornalismo banalizza ed estremizza in modo brutale qualsiasi tematica climatica, il nostro auspicio è che, almeno da parte di fonti scientifiche ed istituzionali, si faccia più attenzione nel divulgare correttamente quello che la ricerca scientifica, fra tante difficoltà, continua a produrre.

Giovanni Baccolo (Università degli Studi di Milano-Bicocca)
Luca Bonardi (Università degli Studi di Milano)
Daniele Cat Berro (Società Meteorologica Italiana)
Renato R. Colucci (ISMAR-Consiglio Nazionale delle Ricerche)
Biagio Di Mauro (Università degli Studi di Milano-Bicocca)
Luca Mercalli (Società Meteorologica Italiana)
Riccardo Scotti (Servizio Glaciologico Lombardo)

Chi fosse interessato ad approfondire alcuni dei temi affrontati in questo articolo, troverà qui sotto una scelta di testi scientifici da cui sono state tratte alcune delle informazioni citate nel testo. Sono suddivisi per argomento:

    • Sulla futura evoluzione del glacialismo alpino:
        ◦ Zekollari, H., Huss, M., Farinotti, D. (2019). Modelling the future evolution of glaciers in the European Alps under the EURO-CORDEX RCM ensemble. The Cryosphere 13:1125–1146.

    • Sulla ricostruzione del clima e del glacialismo alpino degli ultimi millenni:
        ◦ Badino, F. et al. (2018). 8800 years of high-altitude vegetation and climate history at the Rutor Glacier forefield, Italian Alps. Evidence of middle Holocene timberline rise and glacier contraction. Quaternary Science Reviews 185:41-68.
        ◦ Baroni, C. & Orombelli, G. (1996) The Alpine “Iceman” and Holocene Climatic Change. Quaternary Research 46: 78-83.
        ◦ Gabrielli, P. et al. (2016) Age of the Mt. Ortles ice cores, the Tyrolean Iceman and glaciation of the highest summit of South Tyrol since the Northern Hemisphere Climatic Optimum. The Cryosphere 10:2779-2997.
        ◦ Holzhauser, H. & Zumbühl, H. J. (1996) To the history of the Lower Grindelwald Glacier during the last 2800 years - Palaeosols, fossil wood and historical pictorial records - New results. Zeitschrift fur Geomorphologie Supplementband 104:95-127.
        ◦ Jenk, T. M. et al. (2009) A novel radiocarbon dating technique applied to an ice core from the Alps indicating late Pleistocene ages. Journal of Geophysical Research: Atmosphere 114, DOI: 10.1029/2009JD011860.
        ◦ Le Roy, M., et al. (2015). Calendar-dated glacier variations in the western European Alps during the Neoglacial: the Mer de Glace record, Mont Blanc massif. Quaternary Science Reviews 108:1-22.

    • Sull’impatto dell’innalzamento del livello dei mari sulle comunità costiere:
        ◦ Bamber, J. L. et al. (2019). Ice sheet contributions to future sea-level rise from structured expert judgment. Proceedings of the National Academy of Sciences, DOI: 10.1073/pnas.1817205116.
        ◦ Nicholls, R. J. (2011) Planning for the impacts of sea level rise. Oceanography 24:144-157.

    • Sulla ricostruzione delle temperature nell’ultimo millennio:
        ◦ Mann, M. E., Bradley, R. S., Hughes, M. K. (1998) Global-scale temperature patterns and climate forcing over the past six centuries. Nature 392:779-787.
        ◦ Marcott, S. A. et al. (2013) A reconstruction of regional and global temperature for the past 11,300 years. Science 339:1198-1201.

    • Sull’evoluzione del clima verso scenari “ipertermici”:
        ◦ Burke, K. D. et al. (2018). Pliocene and Eocene provide best analogs for near-future climates. Proceedings of the National Academy of Sciences 115, DOI: 10.1073/pnas.1809600115.

Segnala questo articolo su:


Torna indietro