Sardegna, inverni, misteri e fantasie di metà gennaio sul Montalbo

Il Presidente del CAI Nuoro Matteo Marteddu prova un'escursione, tra natura e segni dell'uomo, come le antiche carbonaie e le vie dei pastori e dei caprai.

Punta Catirina

18 gennaio 2019 - Quelle macchie d’argento sul calcare. Il ghiaccio che sfida il blu del cielo terso.  Su paesaggio lunare. Anfiteatro di sole d’ inverno, oggi gennaio sul Montalbo. Lula sonnecchia quando attraversiamo. Sempre via Melis, verso il Santuario Su Meraculu, dalle pareti bianche ai piedi del gigante. Si apre jenna Nurai.

Salita asfissiante di primo mattino gelido. Il sole lontano dorme e si nasconde dietro Turuddò. Carrareccia che taglia in due la montagna, per portare ai mari d’oriente carri zeppi di nero. Il carbone, foreste sradicate, carbonaie a segnare le storie tristi di una Sardegna chiusa e infelice. Preda sbranata da imprese senz’anima. I segni dei carri sulla pietra.

Ci affacciamo su Tumba Nurai. La compagnia è scanzonata. La sfiorano appena i ricordi di quella Sardegna. Oggi fissi sullo schermo che trasmette selfies infiniti su queste giogaie di colore verde bianco. Siamo forti, felici di vivere quest’epopea guadagnata, da noi e dai nostri Padri. La forra non ha fondo a tumba Nurai. Salgono sù dalla voragine  leggende, miti e misteri.

“Risus Sardonicus”, vegliardi sfiniti, portati, nell’ombra della storia, a morire, ombre di banditi, semplicemente voglia di scoperta. Si prosegue sulla carrareccia. Sas Patatas, trivio tra Sa Kostera, Artudè, Uselia, Mandra Brujada. Narrano i lecci della loro epopea, di pastori e caprai, di questo incrocio di civiltà che univa, con la valle che spacca in due il Montalbo, la Barbagia con i mari laggiù, lontani. La salita verso Catirina toglie il fiato. Tornanti, calcare bagnato dalla brina notturna, verde affiorante che sfida l’altura. Finchè tutto scompare e rimane la roccia bianca.

Blu di un cielo terso di gennaio che scivola via sulle pareti di Punta Catirina. E da qui, la Sardegna. I villaggi, da Lula, Onani, Orune, Lodè.. altro ancora e quel mare che circonda l’isola, che ci dice che siamo isola. Blu di mare e di cielo. Croce di legno sconnessa.

Solo spazio tra lei e l’infinito. Ci accarezza il soffio di vento come pennello abbozzato, da mesu ‘e Puntas e conca ‘e Caddu. Anche perché la distesa verde di Campu e’mesu pare l’infinito del lavoro e della fatica di contadini a queste altitudini. Poi il cuile. Solitario sotto la punta di Sa ‘e Mussinu. Ha vissuto, ha sofferto, oggi ci accoglie e ci abbraccia, in questa piana. Le pietre sono mute e parlano nella comunità dell’ovile, tra sas mandras per capre e forse altro. Una comunità vivente.

Le architetture dicono ancora che la vita era l’essere, qui a cuile Mussinu. La scala è ripida. Macchie di grigiore resistenti al tepore del sole. Sotto le pareti bianche , in una giornata d’inverno, oggi, unica.

Matteo Marteddu

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