SAT Trento, Alessandro Corazza racconta il suo Manaslù

Domani sera via alla primo degli incontri dove l'alpinista satino racconterà la scalata alla vetta della "montagna dello spirito" hilalayana, raggiunta a settembre 2017.

Alessandro Corazza

8 gennaio 2018 - Tutto è partito in SAT quando Alessandro Corazza, socio del sodalizio dal 2007, in una serata alpinistica ideata qualche anno fa dalla sezione di Trento, ha conosciuto un gruppo di alpinisti che organizzavano spedizioni sull’Everest altre vette himalayane.

Un sogno, gli 8.000, per Alessandro, fortissimo scalatore satino, che nel frattempo, nel 2015, assume l’incarico di presidente della Commissione Escursionismo di SAT centrale.

Alessandro non arrampica per lavoro, non è guida alpina ed ogni spedizione comporta assenze prolungate e sacrifici non indifferenti, ma niente avrebbe ostacolato quel sogno accarezzato da lungo tempo. Così il 25 settembre scorso Corazza arriva in vetta al Manaslù con una spedizione composta da 10 scalatori dei quali 4 italiani e 12 sherpa e sulla cima sventola il gagliardetto della SAT in segno di ringraziamento nei confronti di chi ha fatto sì che il suo sogno diventasse realtà.

Ora Alessandro è pronto a portare la scalata alla “montagna dello spirito” in giro per il Trentino, prima importante tappa domani 9 gennaio alla fondazione Caritro alle 20.30 nell’ambito delle serate culturali organizzate dalla sezione SAT di Trento. A seguire ci saranno Rovereto, Cognola, Aldeno, Fondo, Mori, con date ancora da definire.

Qual è stata - abbiamo chiesto ad Alessandro - la sensazione più forte che hai portato a casa da questa impresa?
“La facilità con la quale si può perdere la vita – racconta – il Manaslù è una montagna piena di crepacci, dove batte un vento fortissimo, non si sale in cordata, dove ci sono corde fisse metti un moschettone, altrimenti sei libero e se cadi devi sapere che nessuno può venire a prenderti è troppo rischioso. A me è capitato, sono finito in un crepaccio fermandomi a 20 metri, per fortuna avevo un chiodo, l’ho piantato nel ghiaccio e con picozza e ramponi sono riuscito a risalire, ma lì ho visto veramente la mia fine”.

La stampa specializzata riferisce che il Manaslù quest’anno è stato il più gettonato tra tutti i 14 ottomila per quale motivo?
“La via normale è il sogno di molti alpinisti, ma lassù ho visto gente morire per mal di montagna ed ho visto anche la maggior parte dei partecipanti alle spedizioni fermarsi al terzo campo base situato a 6.800 metri. A volte, appunto perché molto frequentato e molto ambito, si pensa che il Manaslù sia una vetta più accessibile di altre ma non è così. Non ho usato ossigeno se non nella discesa dopo una permanenza di 5 ore in vetta per aspettare gli altri i polmoni iniziavano a soffrire, ma in generale il fisico mi ha supportato bene".

Avevi già affrontato quote rilevanti, prima, dopo o durante la preparazione in vista di questo traguardo?
“Ho affrontato in questi ultimi anni i 6.900 dell’Aconcagua, l’Elbrus, ed altre innumerevoli imprese attorno ai 5-6.000 metri ed ho intrapreso una preparazione atletica monto intensa sulle montagne di casa iscrivendomi anche al corso di accompagnatore di media montagna. Ho imparato moltissimo dalla esperienza sul Manaslù e con le serate in giro per il Trentino vorrei trasmettere un messaggio ai giovani sul fatto che anche chi non è un professionista della montagna, con una preparazione adeguata e con  passione, può raggiungere traguardi importanti. La montagna va vissuta amata e rispettata, si va in alto un passo dopo l’altro, senza mai forzare i propri limiti”.

Comunicato Società degli alpinisti tridentini

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