Seracchi, ghiacciai sospesi e riscaldamento globale

Qualche riflessione in margine agli eventi del Monte Bianco

Monte Bianco: la seraccata del Tacul (foto di Enrico Pelucchi)

Gran parte dei quotidiani hanno addebitato la causa della sciagura del 12 luglio al Mont Maudit (9 morti e innumerevoli feriti per una valanga caduta alle 5.30 del mattino) al caldo estivo o addirittura al riscaldamento globale. Evitando di imputare alla stampa le consuete accuse di ignoranza e approssimazione come è stato fatto pretestuosamente da qualche blog, Lo Scarpone ha chiesto lumi su quanto avvenuto a un’autorità assoluta in materia, il professor Claudio Smiraglia che ha a lungo guidato il Comitato scientifico del CAI e il Comitato glaciologico italiano. La redazione è lieta di poter mettere in rete le sue “riflessioni”, ringraziando il professor Smiraglia per l’impegno che ancora una volta ha profuso nella divulgazione di questi fenomeni ai quali è legata la sopravvivenza di chi si avventura in aree particolarmente a rischio (R.S.)

I drammatici eventi verificatisi sul Monte Bianco a metà luglio hanno ancora una volta messo in primo piano quanto l’alta montagna glacializzata continui a costituire un ambiente dove il rischio in nessun caso può essere azzerato e quanto le conoscenze dei fenomeni naturali e dei loro processi siano ancora limitate non solo per i frequentatori di questo ambiente ma anche per gli “esperti” o gli “scienziati”.

I COMMENTI riportati dalla stampa hanno imputato, come ci si poteva attendere, il crollo del seracco del Mont Maudit, che ha poi innescato la valanga, all’incremento termico. Ancora una volta quindi ci si richiama al riscaldamento globale, che senza dubbio sta modificando in misura sensibile l’ambiente dell’alta montagna. In qualche caso si sono levate voci a sottolineare che eventi del genere sono indipendenti dalla temperatura e che tutto va attribuito alla particolare dinamica dei ghiacciai di alta quota. In effetti i crolli di seracchi anche durante le ore notturne o di inizio mattina segnano la storia dell’alpinismo. Basterà solo ricordare le pagine quasi angoscianti che Walter Bonatti dedicò in “Le mie montagne” alle ascensioni e ai rischi sulle vie della Brenva al Monte Bianco.  

TIPOLOGIE ED ESEMPI. In realtà i processi evolutivi dell’alta montagna glacializzata sono di estrema complessità e varietà e non si prestano a rientrare in schemi preconcetti. Bisognerebbe innanzitutto distinguere fra “seraccata” e “ghiacciaio sospeso”. Nel primo caso ci si riferisce a settori di ghiacciaio anche molto vasti dove il passaggio da un letto roccioso lievemente inclinato ad uno molto inclinato genera un incremento della velocità di flusso e delle conseguenti tensioni che creano profondi crepacci intersecantisi; da questi si isolano grandi e instabili blocchi di ghiaccio, chiamati “seracchi”. L’insieme prende nome di “seraccata” (icefall in inglese); la più nota e famosa è sicuramente la Icefall del Khumbu sul versante sud dell’Everest. I “ghiacciai sospesi” (hanging glaciers in inglese) sono corpi di ghiaccio, anche di limitate dimensioni, che non necessariamente fanno parte di una seraccata, ma sono localizzati su ripide pareti. Esempi sulle Alpi possono essere quelli del versante sud delle Jorasses, della parete nord dell’Aiguille d’Argentière, del Ghiacciaio Superiore di Coolidge sul Monviso, della parete nord dei Lyskamm, della parete est del Weisshorn, della parete est del Monte Bianco. Molto spesso sono questi ultimi a creare i maggiori rischi durante le ascensioni.

DINAMICA GLACIOLOGICA. Fra le due tipologie vi è sicuramente una grande differenza dal punto di vista della dinamica glaciologica. Le seraccate sono parti di ghiacciai più vasti, la loro evoluzione (crolli, eventuale fusione, etc.) non interferisce con il bilancio di massa del ghiacciaio di cui fanno parte ed è sostanzialmente guidata dalle leggi fisiche della reologia (flusso) dei ghiacciai. I ghiacciai sospesi formano un sistema glaciale completo che tende all’equilibrio fra accumulo e ablazione. L’ablazione, cioè la perdita di massa del ghiacciaio, avviene normalmente per crollo dalla fronte di frammenti di ghiaccio di varie dimensioni (in inglese dry calving), anch’essi denominati “seracchi”. Il ghiacciaio tende in questo modo a mantenere le sue dimensioni e le sue caratteristiche geometriche con l’equilibrio fra quanto accumulato nella parte alta per neve o valanghe e quanto perso nella parte bassa per crollo. Il sistema è complicato da numerosi parametri sia interni (spessore, inclinazione, morfologia più o meno regolare del letto roccioso), sia esterni (entità dell’accumulo nevoso e dell’accumulo da valanga, temperatura dell’aria) e dalle loro variazioni nel tempo.

FONDAMENTALE è la distinzione termica: i ghiacciai possono infatti essere costituiti da ghiaccio “temperato” o “caldo” quando il ghiaccio è costantemente alla temperatura di fusione per tutto il suo spessore tranne un sottile strato superficiale che resta sotto zero durante l’inverno. In questo caso vi è abbondante acqua di fusione e il movimento avviene soprattutto per scivolamento sul letto roccioso e  in minore misura per deformazione interna. E’ la situazione tipica della maggior parte dei ghiacciai alpini. Quando il ghiaccio è al di sotto del punto di fusione viene definito “freddo” e il suo movimento, più lento rispetto al caso precedente, avviene soprattutto per deformazione interna. E’ la situazione tipica delle regioni polari. In realtà vi è una tipologia intermedia (“ghiacciai politermici”), che sono formati da ghiaccio di entrambi i tipi. Il ghiaccio “freddo” si trova però anche sulle Alpi, soprattutto sui versanti nord ad alta quota (oltre i 3300-3500 m) e forma la maggior parte dei ghiacciai sospesi, che per questo motivo restano ancorati anche su pareti molti ripide. Ad esempio, i ghiacciai sulla parete nord dell’Aiguille d’Argèntiere (fronte a 3500 m), sul versante sud delle Grandes Jorasses (4000 m), sulla parete nord dei Lyskamm (4200 m), il ghiacciaio del Taconnaz (3300 m), quello sulla est del Weisshorn (4100 m) sono “freddi”. Quelli dell’Eiger (3200 m), del Mönch (3600 m), dell’Altels (3000 m) sono politermici. Quelli dell’Allalin (2500 m), del Superiore di Coolidge (3000 m), del Balmhorn (2900 m) sono “temperati”.

L’INFLUSSO DELLE TEMPERATURE. Ne deriva che per i ghiacciai “temperati” le alte temperature estive, ma anche le intense precipitazioni allo stato liquido, possono modificare le condizioni di scivolamento basale, ad esempio incrementando la quantità di acqua al contatto ghiaccio-roccia o creando una disorganizzazione del reticolo idrografico endoglaciale e subglaciale. Classico il caso sulla parete nord-est del Monviso dove il Ghiacciaio Superiore di Coolidge nel luglio 1989 collassò quasi interamente dopo precipitazioni intense e dopo l’apertura qualche anno prima di un crepaccio trasversale nel suo settore superiore, che costituiva una via preferenziale di percolazione delle acque di fusione. L’evento avvenne in tarda serata e solo per questo motivo non ci furono vittime sul frequentatissimo sentiero per il rifugio Quintino Sella. 

L’ESEMPIO DEL MAUDIT. Per i ghiacciai “freddi”, che sono in pratica “incollati” al letto roccioso, il movimento è prevalentemente determinato dalla lenta deformazione del ghiaccio, che si comporta come un fluido estremamente viscoso. Ipotizzando ad alta quota una fusione nulla o ridottissima ed eventualmente presente solo nello strato più superficiale, tutta la dinamica del ghiacciaio è guidata dalla gravità e l’influenza della temperatura è minima. Ne consegue che il riequilibrio delle masse (ad esempio con un crollo che va ad equilibrare un incremento di accumulo non compensato dalla fusione) può avvenire anche nelle ore più fredde della giornata. A questa categoria appartiene molto probabilmente (anche se non risultano osservazioni dirette, che esistono invece per il vicino Ghiacciaio di Taconnaz), la zona seraccata del Mont Maudit, dove è avvenuto il tragico evento del 12 luglio. In realtà l’area costituisce uno dei bacini superiori di alimentazione del grande Ghiacciaio dei Bossons, che scende quasi a Chamonix. Le sue caratteristiche morfologiche e topografiche tuttavia sono tali da far assimilare questo bacino ai ghiacciai sospesi precedentemente descritti, che nella letteratura internazionale vengo significativamente denominati anche avalanching glaciers

CONFERME SPERIMENTALI di quanto sopra riportato derivano dalle osservazioni compiute dai colleghi svizzeri guidati da Martin Funk sul ghiacciaio sospeso delle Grandes Jorasses in Val Ferret. In alcune occasioni il distacco durante l’inverno di porzioni frontali di questo ghiacciaio, impattando sui ripidi pendii inferiori, aveva causato valanghe di neve (o meglio di ghiaccio e neve) che nel 1952 avevano provocato danni fino a Planpincieux.  I crolli estivi hanno provocato invece incidenti mortali sulla normale delle Grandes Jorasses (ad esempio nel 1996 quando vi furono otto vittime). Funk che dal dicembre 1996 ha coordinato le misure al Ghiacciaio delle Grandes Jorasses per verificarne, come è stato fatto, le possibilità di prevedere i crolli tenendo conto dell’aumento della velocità del ghiacciaio sospeso, realizzò nel 1997 misure di temperatura basale. I risultati, compresi fra -4 e -5 C°, indicarono che il ghiacciaio era a base fredda e che quindi la sua destabilizzazione non poteva essere imputata a un riscaldamento, ma piuttosto ad un incremento dell’accumulo nevoso (circa 2,5 m all’anno).

IN QUALSIASI ORA. Ad alta quota i crolli di seracchi o di vasti settori dei ghiacciai sospesi possono quindi avvenire anche in mancanza di incrementi termici e in qualsiasi ora della giornata. In ogni caso si deve aggiungere e sottolineare che l’aumento delle temperature di questi ultimi decenni ha sicuramente reso più rischiose vaste parti dell’alta montagna (si pensi solamente alle trasformazioni dei ghiacciai o alla fusione del permafrost o, per quanto riguarda i ghiacciai sospesi, alla variazione delle caratteristiche termiche del ghiaccio da “freddo” in temperato, fenomeno che richiede anni); quindi un comportamento ancora più responsabile e prudente deve essere la norma per chiunque si avvicini alla montagna.

ZONE DA EVITARE. Come scrive lo stesso Funk “l’individuazione delle situazioni a rischio per i ghiacciai sospesi rimane una sfida, poiché i processi di destabilizzazione dai quali si generano crolli e valanghe di ghiaccio non sono osservabili direttamente. Solo i loro effetti, ad esempio variazioni della geometria, formazione di crepacci, incremento della velocità, possono essere individuati” e “contribuire alla maggiore accuratezza previsionale”. “La strategia più sicura – continua Funk, che oltre ad essere uno dei più noti glaciologi internazionali, è anche guida alpina – è quella di evitare le zone a rischio”, suggerimento di cui va sicuramente tenuto conto, ma che spesso contrasta con gli entusiasmi di chi si accosta alla montagna.

Claudio Smiraglia

CAI-Corsico

Università degli Studi di Milano

Comitato Glaciologico Italiano

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