Storia del Cai a puntate, gli anni della ricostruzione

Linda Cottino ci guida negli anni dell'immediato dopo-guerra. Nel rilancio del paese gioca un ruolo fondamentale l'impresa del K2 nel '54

Nella pagina di fianco: i componenti della Spedizione Italia-Karakorum 1954. Foto A. Costa. Centro documentazione museo Nazionale della montagna – CAI-Torino

3 aprile 2020 - Dopo le due guerre e gli anni del fascismo è tempo di ricostruzione. Anche il Club alpino italiano gioca un ruolo nel rilancio del paese con l'impresa del K2. Ci racconta questo periodo storico Linda Cottino:

"Gli anni 1944 – 1954, nella storia del Cai e dell’alpinismo italiano, hanno due date di riferimento che non coincidono esattamente con il decennio, ma lo comprendono nel suo significato. La prima è quella del 12 marzo 1944, giorno della morte di Ettore Castiglioni al Passo del Forno in alta Valmalenco, mentre cercava di tornare in Italia dall’albergo svizzero dove era stato imprigionato, per la sua attività di passatore di profughi (fra cui Luigi Einaudi) per conto del Cln. La seconda va dal 14 al 17 settembre 1952, splendide giornate di sole, prima edizione del Filmfestival della Montagna di Trento (il primo festival di montagna al mondo, ora ve ne sono ben 22) che allora si chiamava “II Concorso internazionale cine-alpinistico CAI –Fisi”.

La morte di Castiglioni segna il passaggio, dopo l’8 Settembre 1943, dall’alpinismo di ardimento degli anni trenta, alla montagna in fiamme della Resistenza, dal VI grado ai partigiani, dalla montagna anche “vetrina” di exploit nazionalistici, ad una montagna rifugio e sfida di libertà. L’epopea della Resistenza si fonda sull’“andare in montagna”, e fra chi vi andò erano numerosi i Soci CAI e gli Alpini. Il 1952 invece, con il Filmfestival voluto da Amedeo Costa di Rovereto e da Enrico Rolandi di Torino, dopo che nel 1951 si era costituita la Commissione cinematografica del CAI, (forse non a caso alla vigilia della lunga narrazione sugli Ottomila e la conquista del “terzo polo”), segna l’ingresso dell’alpinismo nella dimensione mediatica che tanto lo determinerà negli anni successivi.

Fino a ingabbiarlo nella rete virtuale di oggi, dove il Gps ha so-stituito la carta topografica e il “bip” il “Berg Heil” delle vette. Sono anni, quelli dal 1944 al 1954, di rimescolamento, di rifondazione, nei quali si rintracciano le radici di tutti “gli alpinismi” cresciuti nell’ultimo mezzo secolo. Sono anni nei quali la montagna passa da luogo di possibili alternative di vita a scenario, spesso omologato, di rappresentazioni. Le conquiste, le fatiche restano, ma si trasfigurano quasi nei miti della celluloide (fino all’analogico ecc...).

Muta il linguaggio che trasmette le esperienze e quindi cambia anche sostanza l’approccio alle motivazioni. Quello dal 1943 al 1952 è quindi un decennio di svolta, che trova come “coronamento”, nel biennio successivo ’53-’63, la doppia salita alle due più alte cime della terra, l’Everest e il K2, in coincidenza con la loro prima documentazione cinematografica, resa pubblica proprio a Trento. L’Everest vede le riprese fermarsi poco sotto la vetta, mentre per il K2 la documentazione di Mario Fantin si completa con il “passo ridotto” girato dalle mani semicongelate di Compagnoni e Lacedelli, in scene che aprivano non solo un’emozione nuova, ma una dimensione nuova all’alpinismo.

A ben guardare le montagne trovano la loro forma attraverso gli occhi di chi le salgono. Gli antichi pastori quasi non le vedevano, le cime sparivano mescolate a nuvole bianche, poi i primi viaggiatori le scoprirono come “cattedrali” della natura, luoghi del sublime e dell’orrido. Ora la cinepresa disvela la montagna come il luogo delle infinite potenzialità e possibilità, non solo di conquista, ma di spettacolo, di studio, indirizzava i lanci di armi e di viveri ai partigiani.

Anche il socio Sat e Cai, Gigino Battisti, faceva il “passatore” e perse le dita di una mano in un congelamento mentre accompagnava alcuni antifascisti oltre confine. Gigino Battisti poi, quando divenne primo sindaco di Trento liberata, fra i primi provvedimenti promosse la ricostituzione della Sosat. Fermenti vivi, dunque, anche negli anni più tragici. Gli episodi di eroismo che li contrassegnarono sono stati più volte raccontati, e meriterebbero una raccolta sistematica.

È interessante osservare, peraltro, come il crollo del regime non abbia travolto il Sodalizio, costretto a diventargli contiguo, segno che le sue radici affondavano in ideali e terreni ben più profondi. Il CAI venne commissariato e ne divenne reggente Guido Bertarelli, ma ancora nel 1943 furono fondate tre nuove sezioni, quella di Apuania Massa, di Rimini e di Forte dei Marmi. Nel 1944 – l’anno più duro e tragico – il CAI contava ancora 45mila soci che rinnovarono la tessera (erano 70mila nel 1933) in 140 sezioni, salvo poi dividersi in due settori dopo l’occupazione alleata di Roma, il 6 giugno 1944, quando Guido Brizio divenne reggente a Roma per le sezioni centromeridionali. Il dopoguerra vide una rinascita del CAI a tutti i livelli. Se negli anni del fascio la montagna liberava dai riti del regime, nel 1946-48 la gita in montagna, anche con le famiglie, divenne un respiro alle città bombardate (la tessera Cai, con i suoi sconti, prometteva sogni, dopo la tessera del pane) mentre i giovani che uscivano dalla guerra misuravano la pace – e le sue occasioni – raddoppiando le sfide di ardimento.

Il 26 aprile 1945, il giorno successivo alla Liberazione, Vittorio Ratti, il grande amico e compagno di Riccardo Cassin, cadeva combattendo per la libertà nella sua Lecco, ma tre anni dopo, nel 1949 un giovanissimo Walter Bonatti lo riscattava entrando, come scrisse Massimo Mila “nell’alpinismo di gran classe” con la ripetizione della parete Nord del Badile, e con la via Cassin dello spigolo della Walker il 13 e 14 agosto. È l’avvio non solo di una carriera, ma di una testimonianza inarrestabile.

Nel 1948 torna a Trento da Roma anche Cesare Maestri, diciannovenne, che inizia ad arrampicare alla scuola di Gino Pisoni finché “esplode” con la via Graffer allo Spallone del Campanil Basso fino alla “mitica” prima solitaria del 1953 sulla via delle Guide al Crozzon di Brenta, che salda così l’epopea di Bruno Detassis (che aveva arrampicato con Castiglioni ed era stato in campo d’internamento) alla nuova generazione di alpinisti, ed anche ad una stagione di competizione e rivalità, negli stili e nei modi, proprio fra Bonatti e Maestri. Il 1953, come detto, è l’anno dell’Everest; il 1954 quello del K2. Cassin prova la delusione di non essere selezionato per la spedizione, Bonatti per essere stato costretto ad un bivacco notturno forzato a oltre 8100 metri di quota con le successive tristi accuse di aver rischiato di compromettere l’ascesa di Compagnoni e Lacedelli usando le bombole durante il bivacco notturno e di aver abbandonato Mahdi sulla parete la mattina dopo. Vicenda definitivamente chiarita con la relazione dei tre saggi voluta dal CAI. Ma con quella spedizione il CAI riesce ad esprimere al massimo un alpinismo ancora legato ad una dimensione corale, ad uno sforzo comune. La montagna non si è ancora frantumata negli individualismi. E attorno al K2 alpinismo e cinema si uniscono in una sintesi capace di andare oltre le emozioni e di segnare il futuro.

Al di là della storia e delle lunghe polemiche sulla vicenda di Bonatti a 8000 metri, vertiginosa anticipazione dei futuri exploit himalaiani, chi ha vissuto il ritorno della spedizione del K2, chi, ragazzo, nell’atrio del Teatro Sociale di Trento ha visto i volti segnati, ma felici di Compagnoni e Lacedelli, Bonatti e Abram non può dimenticare. Erano il CAI quei volti. Non c’è più stata, come per Italia-K2, un’identificazione tanto piena e corale con un’impresa di alpinismo".

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