Un mondo rarefatto e quasi onirico, tra mare, montagna, balene e bambini

Intervista a Ester Armanino, autrice de “Una balena va in montagna”, edita da Salani e Cai: una favola rivolta a grandi e piccini, dove le parole si fondono con gli straordinari acquerelli di Nicola Magrin.

L'autrice presenta il libro al Muba di Milano (ottobre 2019)

20 maggio 2020 - «La trama del libro è piccola ma intensa: c'è una balena, che si chiama Niska, che un giorno si chiede da dove proviene l'acqua del mare. Così inizia a risalire i fiumi allo scopo di arrivare alla sorgente e darsi una risposta. Durante questo viaggio sorgono però degli intoppi, avvengono degli inconvenienti e la storia si infittisce».

Queste le parole di Ester Armanino, autrice de Una balena va i montagna, favola illustrata con gli acquerelli di Nicola Magrin uscita lo scorso autunno per la collana “I caprioli”, edita da Salani Editore e Club alpino italiano. Nella storia la balena curiosa risale il fiume, sempre più in alto, fino a incastrarsi in prossimità della sorgente, in montagna, dove avviene l'incontro con il bambino montanaro. Saranno le lacrime di Niska a ingrossare il fiume (ormai diventato un ruscello) e a liberarla, consentendole di caricarsi il bambino “in groppa” e portarlo giù, a vedere il mare.  

Come viene rappresentata la montagna nella favola, attraverso le parole e gli acquerelli?
«La montagna di questa storia, per come è rappresentata e per come è raccontata, è quasi un luogo da sogno, un po' rarefatto: più simile all'acqua e alla vita che alla roccia inanimata. Quando vado in montagna mi sorprendo sempre di quanta acqua ci sia, dappertutto, a partire ovviamente dai ghiacciai, ma anche in tutte le forme di vita e nella vegetazione. Nel libro, dunque, insceno una montagna molto più simile al mare di quello che si possa pensare. Io con la mia immaginazione e Nicola Magrin con i disegni l'abbiamo rappresentata come una sorta di tutt'uno con il mare, un unico sistema, non come due mondi divisi. Mare e montagna sono quindi due mondi che si assomigliano».

Si tratta di una favola rivolta anche a bambini grandicelli, diciamo sui dieci-undici anni.
«E' una favola certamente rivolta ai bambini più piccoli: ho un'amica con un figlio di un anno, che sembra amare queste illustrazioni, anche se ovviamente non riesce a capire molto della storia. Oppure ci sono bambini che non sanno ancora leggere e se la fanno raccontare dai genitori. Naturalmente poi i più grandicelli, ma anche gli adulti, possono leggere la favola da soli: è una storia rivolta a tutti, come del resto tutte le cose semplici. Ho cercato una semplicità quasi poetica, penso infatti che le cose più piccole e semplici sono quelle che accomunano tutti, che tutti possono condividere».

Qual è il valore della relazione tra testo scritto e acquerelli?
«C'è una forte connessione tra le parole e gli acquerelli, anche per come la storia è venuta fuori, per come l'ho scritta. Le storie non nascono tutte in una volta, ma c'è un processo: bisogna viverle con i loro personaggi per arrivare a una versione finale. Durante la scrittura mi sono fatta aiutare, lasciandomi ispirare dalle illustrazioni che Nicola Magrin aveva già fatto. A volte ho cambiato o invertito momenti della favola sulla base dei suoi disegni. Anche nelle parole, infatti, cercavo quella leggerezza che trasmettono gli acquerelli. Questa tecnica, che Magrin padroneggia benissimo, è infatti molto leggera, consente venature e sfumature. Parole e immagini erano quindi già fuse dall'inizio di questo processo creativo».

Qual è il messaggio educativo che si vuole mandare ai bambini?
«Il concetto secondo il quale le domande sono più importanti delle risposte. Sono infatti le domande che ci mettono in moto, che ci fanno cercare. Spesso la risposta è diversa da quella che ci aspettavamo, oppure rimane sconosciuta perché non l'abbiamo trovata, però l'esperienza di ricerca ha arricchito la nostra vita, quindi penso che i bambini possano ritrovare il valore delle domande. Il libro, del resto, parte da una grande domanda che si pone la balena e continua con un'altra domanda che si pone il bambino, ed è attraverso la ricerca di una risposta che i due si incontrano. Il loro incontro e la loro amicizia valgono molto di più di aver ottenuto o meno una risposta».

Nei laboratori organizzati con i bambini durante le presentazioni hai chiesto di immaginare e disegnare il finale. Quali sono stati quelli più divertenti che hanno immaginato?
«Ci sono stati tantissimi finali divertenti: molti hanno fatto in qualche modo volare la balena, attraverso palloncini o grazie all'aiuto di amici. Alcuni hanno chiamato addirittura una squadra di salmoni per sollevarla e riportarla giù. I bambini hanno sempre mostrato una grande fantasia. Io e Anna Girardi (coordinatrice editoriale del Cai n.d.r.) ci siamo divertite molto durante questi laboratori. Il finale che mi ha colpito di più è stato una sorta di riscrittura della favola, da parte di un bambino che forse l'aveva già letta e che ha aggiunto tantissimi dettagli suoi, come il fatto che il bambino aiuta la balena a piangere piangendo anche lui. Oppure, alla fine, quando il bambino torna in montagna, raccoglie diverse stelle alpine per mandarle giù con una barchetta. La balena le trova alla foce e rimanda su la barchetta piena di stelle marine. Questi dettagli, così emotivi e personali, mi hanno colpito molto: oltre che essere divertente, è stata anche un'esperienza molto arricchente». 

Quali sono state le domande più frequenti dei piccoli?
«Mi ricordo tantissimi argomenti di cui abbiamo parlato, come il ciclo dell'acqua per esempio. I bambini delle elementari, che lo avevano appena studiato in classe, me lo hanno spiegato davvero bene. Abbiamo poi parlato di cosa contengono le lacrime, di emozioni, di sconfitte, di domande, di amicizia. Mi ha molto colpito la varietà di argomenti che si possono affrontare con i più piccoli, anche in modo molto serio. Partendo da una storia semplice, i miei giovani uditori sono riusciti a porsi grandi domande. Abbiamo anche parlato degli scheletri di balena che si trovano in montagna, rispolverando quindi la storia geologica del nostro pianeta, quando le attuali montagne erano ricoperte d'acqua».

Due parole su di te: qual è stato il percorso che ti ha portato a scrivere una favola di montagna?
«Amo la montagna e mi piace andarci, anche  se, abitando a Genova, sono una creatura di mare. Io stessa quindi mi sento una specie di balena quando vado sulle Terre alte, mi lascio affascinare dalla natura che si trova. Di sicuro l'incontro con Nicola Magrin, che invece è una persona di montagna (tutta la sua arte gira attorno a questo immaginario), ha fatto sì che scaturisse questo libro. Era diverso tempo che aspettavo uno spunto per raccontare una storia adatta ai più piccoli. E grazie all'incontro con Nicola è arrivato».

Lorenzo Arduini

Qui sotto è visualizzabile il video dell'intervista

 

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