Frequentazione della montagna innevata, non tutto il male viene per nuocere

Oltre allo scialpinimo, l'ultimo inverno ha visto una notevole crescita anche dei praticanti dello sci di fondo. Ne abbiamo parlato con Alberto Canevelli del Cai Gorizia

Val Saisera

Pista da fondo in val Saisera, location del corso del Cai Gorizia © Cai Gorizia

«Dodici mesi di Covid hanno cambiato la nostra vita e radicalmente invertito le posizioni nella nostra playing list preferita. Chi avrebbe mai detto che, tra le attività motorie che il Cai rappresenta e incoraggia, quella più “negletta” tra gli sport invernali, così ossessivamente adrenalinici, l’ultima della fila, passasse in testa a tutti gli altri? L’ultimo della classe va alla lavagna a spiegare a tutti quanto può essere bella la montagna d’inverno».

Queste le parole di Alberto Canevelli, organizzatore dei corsi di sci di fondo del Cai Gorizia. Con lui abbiamo riflettuto sull’ultimo inverno caratterizzato dagli impianti di risalita chiusi e dalla conseguente crescita non solo dello scialpinismo, ma anche della disciplina della quale è fortemente appassionato.

Hai mai praticato il classico sci da discesa?
«Anch’io come tutti, o quasi, vengo da una storia di sci da discesa ad oltranza. Settimane bianche irrinunciabili. Sella Ronda obbligatori, anche due giri, ricerca di piste nere o rosso molto scure per mettersi alla prova. File interminabili alla partenza degli impianti vissute come un rito ineluttabile ed ineludibile. Un costo previsto e messo nel conto già prima di arrivare sul posto. E poi giù veloci come saette e stare attenti a non investire nessuno e, quel che più conta, a non farsi investire. Due occhi davanti e quattro di dietro. Quest’anno ahimè tutto chiuso, impianti fermi, ormoni surrenalici dormienti. Con passo silenzioso, strisciante, un po’ imbarazzato per tanta attenzione, lo sci dentro il binario ha trovato la sua gloria, la sua apoteosi».

Veniamo allo sci di fondo. Quando hai iniziato?
«Come molti di noi, tanti anni fa, ho imparato anch’io a fare sci di fondo dove tutti i goriziani hanno imparato: a Loqua, piccolo villaggio montano in territorio dell’ex Jugoslavia. Ci si andava sempre con un certo timore, dopo due frontiere non proprio fraterne e domande di rito in lingua straniera impartite senza troppi entusiasmi dal doganiere di turno. E sì che la nostra ‘Propusnica’ di frontalieri ci apriva porte ad altri negate. Il percorso era sempre lo stesso, dalle ultime case del paese si arrivava nel bosco e poi in salita verso il passo dei Turchi. Poi la strada con fondo sconnesso e sempre ghiacciato, la piana dei Turchi e il Mala Lazna. Era come recitare un rosario, in un ambiente magico di neve esagerata, ma pur sempre un rosario, nulla a che vedere coi salmi cantati sulle piste di sci. Loqua ci ospitava per mezze giornate, qualche ora libera dopo il lavoro. In mezz’ora di auto avevamo gli sci ai piedi e giù a casa per pranzo».

Val Saisera_Fondo

Panorama della Val Saisera © Cai Gorizia

Qual era la tua attrezzatura?
«I miei primi Elan li ho comprati oltre confine, in un negozio ora improbabile, che vendeva di tutto, vestiti, mutande, pentole, scope e sci, con tanto di attacchi e scarpette. Recuperato qualche migliaio di dinari al mercato parallelo dei commercianti goriziani, potevi permetterti il lusso di andare di là e tornare con i tuoi nuovi Elan. Che belli però! Per noi sciatori ‘veri’ lo sci di fondo aveva un fascino romantico, un po’ retrò, di qualcosa di bello da fare con calma e nel silenzio assoluto».

Veniamo all’oggi, all’ultimo inverno così particolare
«È bello che molti abbiano ritrovato l’entusiasmo del lento, del ritmo di danza. Per tanti anni il nostro Bruno Del Zotto si è fatto portavoce acclamato di questo sci, organizzando corsi e seminando passione. Lo scorso anno, e ancor più questo, lo sci di fondo si è ripreso un posto in prima fila. Il Covid certo gli ha dato una mano, ma non tutto il male viene per nuocere».

Che cosa ti piace raccontare di quello che hai visto?
«È stato bello vedere le nostre valli, inaspettatamente colme di neve, riempirsi di maglie di tutti i colori, berretti, fuseaux più o meno sgargianti, zainetti leggeri e voglia di andare. Chi più veloce, chi meno, chi pattinando, chi seguendo obbediente il solco davanti che indica una via, una certezza.
Potrà sembrare un’orazione alla ‘Cicero pro domo sua’ e in un certo senso lo è, ma penso che la soddisfazione sia da cogliere più che dal mio vanto di aver voluto riorganizzare corsi, dal sorriso e dalla voglia di esserci di tutti, nessuno escluso. Maestre preparate e stimolanti, esigenti e pazienti. Allievi guardinghi e prudenti, a volte spericolati e incoscienti. Il brivido della discesa si apprezza anche con gli sci stretti che poco rispondono ai comandi impartiti. Il volo acrobatico appartiene anche a lui».

Corso Fondo Cai Gorizia

I partecipanti al corso del Cai Gorizia © Cai Gorizia

Parlaci del corso del Cai Gorizia che hai organizzato
«Partiti con 37 adesioni, un numero decisamente eccessivo, siamo passati attraverso le varie fasi del Covid, zigzagando tra Dpcm, fasce a colori e FAQ sibilline. Un tripudio di annunci che duravano lo spazio di una settimana, se non di una sera: aperture, chiusure, chissà… Molti dei primi adepti non hanno resistito alla frustrazione, hanno abbandonato, lo zoccolo duro ha resistito e sono veramente fiero di loro, non hanno tremato o non lo hanno dato a vedere. Altri sono arrivati a sostituire i primi. Intreccio di classi e di tecnica scelta. Purtroppo sul campo è rimasto lo skating, non è sopravvissuto alla fuga di molti. Pazienza, mi sono detto, il prossimo anno senz’altro. Peccato che la stessa frase mi era stata strappata anche la scorsa edizione. Vabbè un po’ di frustrazione ci sta. Siamo finalmente partiti e questo è stata una grande vittoria, di tutti, sciatori e maestri. Le domeniche di sole in uno scenario da fiaba ci hanno ripagato delle attese sfibranti».

Quante uscite siete riusciti a fare?
«Di quattro previste ne abbiamo potute fare solo tre. Poi chiusi di nuovo e stavolta ad oltranza. Proviamo ad attendere, forti della garanzia che la Scuola sci di Tarvisio ci dà di poter vedere cosa succede dopo Pasqua. Nessuno molla, restiamo pronti a partire di nuovo, gli sci in garage ma pronti e ancora frementi. Il virus però non ha voluto neanche lui mollare la corsa e la nostra regione è risultata la peggiore d’Italia. Mi chiama Daniela e le tocca ammettere che il corso è arrivato al capolinea, nessuna possibilità di riprendere anche se, giura, la neve in Saisera è ancora perfetta. Neanche a guardarla possiamo più andare».

Cosa ti è rimasto di questa annata?
«L’obiettivo, voltandosi indietro, è stato raggiunto. Anche quest’anno la montagna e lo sci hanno vissuto giornate epocali. Il fondo, da pratica faticosa vista un po’ di traverso da tanti di noi abituati al cimento e alla velocità, è diventata regina. La cornice dei nostri monti e dei boschi sepolti da candida neve le ha suonato le trombe».