La natura umana degli incidenti da valanga

La stagione invernale è in linea con le statistiche ma sta emergendo una tendenza preoccupante: sono tante le persone impreparate che si cimentano con la montagna innevata

Una valanga © Cnsas

La natura umana è la vera ragione della pericolosità delle valanghe. Quest’ultime non sono solo fenomeni naturali, ma possono essere causate anche da scialpinisti o da escursionisti incauti. «Nel 95% degli incidenti in montagna, le valanghe sono generate dalle vittime o dai compagni stessi», spiega Igor Chiambretti, membro del servizio valanghe del Cai e direttore tecnico di Aineva, l’associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe.

Le valanghe più pericolose sono quelle caratterizzate da bassa magnitudo, ovvero quelle causate dal passaggio degli scialpinisti sulla neve o dall’induzione di fenomeni franosi. Le valanghe naturali cadono in territori non frequentati e proprio per questo in molti casi non causano vittime. Altro discorso invece, è quello in cui queste ultime colpiscono edifici costruiti nei valloni o nei pendii delle montagne.

L’abitudine non equivale all’esperienza

«Per quanto riguarda gli incidenti avvenuti quest’anno, la stagione invernale è in linea con le statistiche ma sta emergendo una tendenza preoccupante: sono tante le persone impreparate che si cimentano con la montagna innevata», spiega Chiambretti. «Prima della pandemia erano soliti fare sciate di prossimità vicino alle piste, ora preferiscono i fuoripista. Si tratta di un fenomeno già esistente, ma che nell’ultimo periodo si è accentuato», continua.

In molti casi la causa degli incidenti mortali è dovuta alla scarsa conoscenza dell’equipaggiamento (ad esempio molti non portano con loro artva, pala e sonda, altri invece non le usano correttamente) e alla scarsa preparazione sulla morfologia dei territori e sulla conformazione nevosa degli stessi.

Le operazioni di ricerca sul monte Velino

Riduzione del rischio

Più in generale, quando si va in montagna in inverno, il rischio è sempre presente: per questo motivo è necessario ridurre il più possibile tale componente, parte di ogni attività sulle terre alte. «Oltre a un minimo di capacità di esecuzione della microtraccia e a una corretta preparazione ed il giusto equipaggiamento, è necessario avere un’ottima disciplina del gruppo. Insomma, non bisogna cedere alle cosiddette trappole euristiche che causano incidenti: dalla familiarità, all’eccesso di determinazione, agli effetti della ricerca del consenso sociale, passando per la competitività», puntualizza Chiambretti.

Insomma, il profilo che accomuna la potenziale vittima o causa di incidenti è simile per tutti. La responsabilità per questi fenomeni però, varia in base alle attività. «Se dovessi fare una stima generale: il 30% degli incidenti è causato da attività di scialpinismo, il 14% da discesa in generale, il 17,5% riguarda fuoripista, il 38% si riferisce a incidenti e collisioni», spiega Chiambretti.

Quando si finisce travolti da una valanga, le probabilità di salvezza sono determinate da diversi fattori. Prima di tutto, il numero di persone coinvolte, poi la dimensione della valanga e la morfologia del sito. «Un pensiero va alle ricerche nei confronti dei quattro dispersi sul Monte Velino, al confine tra Abruzzo e Lazio. Prima di tutto bisogna pensare alla complessità delle ricerche, dall’altro al tempo: si stima che dopo i primi 15-20 minuti dall’evento le probabilità di sopravvivenza siano molto basse. Allo stesso tempo, le valanghe sono state diverse, quindi il territorio di ricerca è molto vasto».