Le montagne sentinelle del cambiamento climatico

La febbre del pianeta si misura nelle Terre alte: osservatori privilegiati e laboratori naturali per lo studio del clima. Ne parliamo con Daniele Cat Berro, ricercatore presso la Società Meteorologica Italiana e redattore della Rivista «Nimbus».

ghiacciaio monte bianco

Il Ghiacciaio del Monte Bianco con il Dente del Gigante © Cai

Vittoria fragile, accordo annacquato, così è stato definito il testo sul clima approvato al vertice Cop26. I circa duecento Paesi riuniti a Glasgow hanno infatti adottato un compromesso al ribasso, che riflette gli interessi e le contraddizioni dei grandi della Terra, perché l’India è riuscita ad ottenere un cambiamento all’ultimo minuto nel testo del patto sul clima facendo sostituire la formula “eliminazione graduale del carbone” con l’espressione “riduzione graduale”.
Viene confermato l’impegno di mantenere il surriscaldamento climatico entro 1,5°C al 2100 ma “l’impulso sarà debole e sopravviverà solo se manterremo i nostri impegni”, ha affermato perplesso e in lacrime il britannico Alok Sharma, presidente della Cop26.

Al di là dei bla bla bla della politica, come direbbe Greta, il problema della crisi climatica rimane e chi ne pagherà le conseguenze maggiori saranno le generazioni future. Così come rischiano di essere drammaticamente reali i dati di una ricerca pubblicata dal Met Office del Regno Unito, presentata al vertice di Glasgow, nella quale si afferma che un miliardo di persone sarà colpita da stress da caldo estremo se la crisi climatica aumenterà la temperatura globale di soli 2°C.

Prendiamo spunto dalle evidenze di questo studio britannico per un confronto più ampio sul tema del cambiamento climatico, in particolare sulle conseguenze del riscaldamento globale nei territori di montagna ma non solo, con Daniele Cat Berro, ricercatore presso la Società Meteorologica Italiana e redattore della Rivista «Nimbus».

Vista la sua decennale esperienza, come commenta questo studio pubblicato dal Met Office del Regno Unito?

«Si tratta di scenari simulati sul futuro che riguardano zone dei continenti soggette, in determinati periodi dell’anno, a condizioni di caldo fisiologicamente insopportabile. I risultati sono effettivamente drammatici: un miliardo di persone sarà esposto a condizioni potenzialmente mortali, che si realizzano al di sopra di particolari combinazioni di temperatura e umidità relativa, ad esempio 42 °C e 50%, oppure 37 °C e 70%».

Quali zone del mondo saranno maggiormente colpite dallo “stress da caldo estremo”?

«Le zone del sud-est asiatico, l’India, il Medio Oriente, la penisola arabica, che peraltro anche già altri studi in passato avevano delineato come aree particolarmente fragili e potenziale serbatoio di migrazioni umane enormi a causa degli effetti del caldo estremo e dell’accentuata desertificazione».

E in Italia? Penso, in particolare, alle nostre montagne?

«Anche se calori così estremi non riguarderanno le Alpi, le nostre Terre alte sono e saranno comunque molto esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, di cui rappresentano vere e proprie “sentinelle”, territori in cui possiamo accorgerci prima che in altri luoghi del cambiamento in atto. Penso, in particolare, ai ghiacciai, in quanto ambienti molto delicati e reattivi. Già nell’ultimo paio di secoli i ghiacciai alpini hanno perso praticamente quasi due terzi della loro superficie, in risposta ad un aumento della temperatura dell’ordine dei 2°C».

Con quali conseguenze?

«Intanto, un riscaldamento di 2°C comporta lo spostamento di 300 metri verso l’alto di tutti i piani altitudinali: della vegetazione, della fauna, degli ecosistemi in generale. Anche se non dovesse esserci un ulteriore surriscaldamento, comunque perderemo almeno un altro 40 per cento del volume glaciale delle Alpi, a causa dell’inerzia dell’ambiente glacializzato e dei lunghi tempi di risposta (decennali) alle variazioni del clima».

E se la temperatura per fine secolo aumentasse di circa 4°C, ovvero nello scenario senza riduzione delle emissioni-serra, cosa accadrebbe?

«Oltre il 90 per cento del ghiaccio attuale di tutte le Alpi scomparirebbe. Tutto quello che riusciremo a fare per piegare questa curva sarà di guadagnato. L’obiettivo primario è quello di rallentare e contenere il più possibile questi cambiamenti. Si tratta di fenomeni di portata globale che non hanno precedenti in almeno duemila anni, come emerge anche dall’ultimo rapporto IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite».

Ghiacciacio Monte Bianco

Il Ghiacciaio Pré de Bar (Monte Bianco) nel 1897 (sx) e nel 2015 (dx) © Druetti, archivio CGI (foto sx) e S. Jobard (foto dx)

Sulle Alpi abbiamo come grande indicatore del cambiamento climatico i ghiacciai, il cui comportamento è inequivocabile, ne esistono altri?

«Certo. Penso, ad esempio, alla riduzione dello spessore della neve, all’accorciamento della stagione innevata di circa un mese – soprattutto in primavera, a Sud delle Alpi e sotto i 2mila metri -, ma anche al permafrost che scongela sempre più a lungo, maggiormente in profondità e a quote più elevate. Inoltre, c’è l’aspetto che coinvolge gli ecosistemi, le comunità viventi: le piante e gli animali rispondono al cambiamento climatico migrando in parte verso l’alto, a varie velocità secondo il tipo di specie. Ci sono quelle più pronte e reattive a migrare, altre meno e per questo rischiano di trovarsi in maggiore sofferenza e a rischio estinzione. Poi c’è il tema della sicurezza legata agli itinerari alpinistici che in alta montagna, dagli anni Settanta ad oggi, sono completamente cambiati, così come si è modificata l’attrattività turistica delle Terre alte».

Questo per quanto riguarda le zone montane. Scendendo verso valle quali saranno i cambiamenti?

«Le conseguenze della fusione dei ghiacciai e della permanenza della neve porteranno all’alterazione dei regimi di fiumi e torrenti. In futuro dovremo gestire a livello idropotablie, idroelettrico e agricolo, un’acqua che non sarà più disponibile nei tempi a cui siamo abituati adesso e nelle quantità che ci servirebbero. In particolare, il momento più critico sarà quello della stagione estiva con i fiumi in secca a causa sia dell’anticipo della fusione nivale in primavera, sia del minore contributo di fusione da parte dei ghiacciai in estinzione, sia delle precipitazioni più scarse in estate. Ma il problema più grande di tutti sarà l’aumento dei livelli marini, che a livello mondiale è di circa 3,7 millimetri all’anno, incremento equamente ripartito, come causa, tra il maggior apporto di acqua dolce dai ghiacciai in fusione e la dilatazione termica dell’acqua dei mari divenuta più calda per il riscaldamento globale. Le stime indicano come più probabile un aumento tra mezzo metro e un metro entro la fine di questo secolo. A livello mondiale questo è un dramma. Oggi ci sono oltre 100 milioni di persone che vivono in aree sotto il metro sul livello del mare. Solo questo dato fa capire bene la portata, anche geopoltica e sociale, del fenomeno».

Cosa occorre fare per rallentare e contenere il cambiamento climatico?

«Le parole d’ordine sono mitigazione, per evitare il peggio, e adattamento per affrontare e gestire quella parte di cambiamenti ormai inevitabili. Occorre avviare una transizione ecologica che significa ridurre i consumi, puntando ad uno stile di vita più sobrio, anche secondo un principio di equità che dia la possibilità a coloro che non hanno avuto alcuna responsabilità storica in merito all’attuale situazione di raggiungere un livello di vita accettabile. Traghettando queste popolazioni attraverso uno sviluppo intelligente e innovativo, che non passi attraverso i nostri errori del passato. Non a caso, alla Cop26 di Glasgow il vicepresidente della Commissione Ue Timmermans ha annunciato che la Commissione europea stanzierà 100 milioni di euro in più per l’adattamento dei paesi poveri ai cambiamenti climatici».