Crollo della Marmolada: quali interrogativi sulla frequentazione della montagna al tempo del cambiamento climatico

Le posizioni di Uncem e del Presidente del Club alpino italiano Antonio Montani

la porzione della calotta di ghiaccio crollata sulla Marmolada © cnsas

I sindaci dei Comuni montani devono imporre «precisi limiti e anche restrizioni alla fruizione. Altrimenti è necessario mettere in campo una battaglia per garantire un’autoresponsabilità individuale», ha dichiarato il Presidente di Uncem, Marco Bussone. Dopo il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, Uncem (Unione nazionale Comuni e Comunità Enti Montani) ha pubblicato una riflessione sulla frequentazione della montagna al tempo del cambiamento climatico.

A seguito di questa riflessione, il Presidente generale del Club alpino italiano Antonio Montani è intervenuto sul tema. Egli condivide il concetto di autoresponsabilità, ma inteso come l’esatto opposto dell’agire per divieti. «Il principio che vige nel sistema francese è quello che si avvicina di più alla mia visione: qualora dovesse essere presente un evidente stato di pericolo o situazioni al di fuori della norma è nostro dovere intervenire informando i fruitori delle condizioni e, in ogni caso, favorendo una trasmissione delle suddette informazioni. Allo stesso tempo, chi frequenta la montagna è consapevole che il rischio zero non esiste: a qualunque altitudine ci si assume personalmente dei rischi che possono chiaramente accentuarsi in alta quota. Questa consapevolezza individuale dovrebbe sgravare gli amministratori del territorio», spiega Montani.

Non esiste l’assenza di pericolo 

Per quanto riguarda la proposta di istituire un sistema di allerta basato su bandiere, per segnalare il grado di pericolosità, Montani non nega la necessità di informare della presenza di un pericolo reale, ma partendo dal presupposto che la montagna è sempre pericolosa, segnalando un percorso, non si sgrava l’escursionista da una responsabilità propria, né si banalizzano i possibili imprevisti in cui è possibile incorrere. «Per questo motivo parlare di bandiera rossa è una banalizzazione, perché in montagna la bandiera bianca, ovvero il rischio zero, non esiste. Non possiamo pensare di essere nelle condizioni, in questo preciso momento, di poter creare un bollettino simile a quello delle valanghe per l’alta montagna, assegnando quindi dei gradi di pericolo. Non siamo in possesso dei dati territoriali puntuali per poter fare questa analisi. Possiamo pensare di strutturare con professionisti, favorendo studi scientifici, attività territoriali che mappino l’alta montagna ad esempio analizzando la presenza di permafrost che di qui a 10/15/20 anni possano portare ad avere le informazioni, le risorse e i dati per un bollettino puntuale», afferma ancora«Sul massiccio del Monte Bianco esiste già un comunicato che settimanalmente trasmette informazioni sullo stato delle salite oltre ad indicare la situazione meteorologica in atto, tuttavia non parliamo di divieti o normative per il fruitore ma uno strumento che permetta allo stesso di poter autonomamente valutare la situazione», aggiunge. Prima del Covid erano circa 8500 gli interventi del Soccorso alpino, adesso abbiamo superato i 10mila interventi e il 97% degli incidenti, anche mortali, avvengono sui sentieri. Questi dati testimoniano che «non è vietando l’alta quota che si risolve il problema: la montagna è sempre pericolosa», continua.

L’importanza della formazione 

La responsabilità in montagna si alimenta con la formazione. «I nostri volontari intraprendono un percorso formativo per insegnare a soci e non soci come si va in montagna. L’esperienza è fondamentale per comprendere il tipo di situazione in cui ci si trova e allo stesso tempo è necessario conoscere le regole di comportamento, sempre mantenendo un approccio graduale: occorre una nuova cultura delle Terre alte basata sul rispetto e la prudenza. Per questo motivo sarà necessario sia per i professionisti della montagna, sia per i nostri titolati che per i semplici fruitori, investire sulla personale attività di formazione, in modo particolare per quanto riguarda gli ambiti scientifici soggetti a forti modificazioni e avanzamenti quali la meteorologia, l’ambito nivologico e glaciologico», conclude Montani.