Salutiamo il 2025 e ci affacciamo a un nuovo anno, con lo sguardo sempre rivolto in alto, verso la montagna. Non per cercare risposte facili, ma per continuare a porci le domande giuste. Quello appena terminato non è stato un anno qualsiasi: il 2025 è stato proclamato dalle Nazioni Unite Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai, e questo ha dato un nome, una cornice e una responsabilità a ciò che da tempo la montagna ci sta raccontando.
I ghiacciai, spesso percepiti come elementi lontani, quasi immobili, sono in realtà tra i protagonisti più sensibili del cambiamento in atto. Custodiscono la maggior parte dell’acqua dolce del Pianeta, regolano i cicli idrici, influenzano paesaggi, ecosistemi e la vita di milioni di persone a valle. Sono archivi di clima e di memoria. Eppure, proprio loro, oggi, cambiano più in fretta di quanto siamo abituati a immaginare.
Sono temi noti, raccontati da tempo, dati e immagini che abbiamo imparato a riconoscere. E forse anche per questo il 2025 è scivolato via con una presenza più discreta di quanto ci si potesse aspettare: l’Anno Internazionale dei Ghiacciai ha contribuito a tenere alta l’attenzione, ma spesso in modo silenzioso, quasi sommesso. Un primo appuntamento storico che ha aperto una strada più che segnato un traguardo, lasciando la sensazione che molto resti ancora da dire, da condividere e soprattutto da tradurre in consapevolezza diffusa.
Chi frequenta la montagna, però, non ha bisogno di grafici per accorgersene. Le lingue di ghiaccio arretrano estate dopo estate, i nevai non superano la stagione, le pareti cambiano stabilità e volto. La cronaca recente lo ha ricordato più volte, tra crolli improvvisi, soccorsi e condizioni che mutano rapidamente. Non è solo una questione ambientale: è un cambiamento che tocca il modo stesso di andare in montagna, di leggerla, di rispettarla.
Anche l’alpinismo, inevitabilmente, sta cambiando. E a questo proposito mi piace citare l'amico François Cazzanelli, penso sia stato uno dei primi a toccare pubblicamente il tema, anni fa. Il suo modo di andare in montagna, soprattutto qui sulle Alpi, racconta bene come il mutare delle condizioni stia aprendo scenari nuovi: il cambiamento climatico rende oggi percorribili linee e versanti che fino a pochi anni fa non venivano nemmeno presi in considerazione, soprattutto in inverno. Dall'altra parte, itinerari classici e consolidati possono diventare improvvisamente più delicati o pericolosi, obbligando a rivedere abitudini e certezze.
In questo contesto l’alpinismo si sposta, si adatta, cerca nuove strade. L’inverno, che al tempo di Toni Gobbi era un “palliativo alle ambizioni himalayane”, diventa spazio di possibilità, dove il freddo stabilizza ciò che nelle stagioni più calde diventa fragile. Anche su un massiccio esplorato e frequentato da decenni, come il Bianco, si aprono così nuove linee e nuove letture, frutto di uno sguardo capace di interpretare il presente senza rimpiangere il passato. È un alpinismo che nasce dall’osservazione delle trasformazioni in atto, dalla capacità di accettare che la montagna cambi e, con essa, il modo di andarci. Non per inseguire la novità a ogni costo, ma per continuare a frequentarla in modo coerente con ciò che oggi è, e non con ciò che era.
La montagna che oggi è chiede prudenza, perché non tutto si può forzare e non ogni linea va inseguita. Chiede attenzione, perché ogni scelta pesa e ogni passo ha conseguenze. Chiede competenza, studio, preparazione. E chiede anche solidarietà, come ricordano le tante storie di chi in quota lavora, osserva, soccorre e si prende cura di un ambiente tanto affascinante quanto esigente.
Cambiano i ritmi, si spostano le stagioni, mutano le priorità. Oggi in montagna si riscopre il valore dell’attesa, dell’osservazione paziente. Si impara a dare peso ai dettagli, a costruire relazioni più profonde con i luoghi e con le persone che li abitano. Si riscopre una bellezza diversa, meno immediata e meno urlata, ma non per questo meno intensa o meno autentica. È con questo spirito che vogliamo inaugurare il nuovo anno, con un augurio che non è fatto solo di buone salite o di giornate perfette, ma di consapevolezza.
Che il 2026 sia un anno di passi un po’ più lenti e di sguardi un po’ più lunghi.