Selfie di Alex Honnold in cima al Taipei 101 © Facebook Alex HonnoldIeri, 25 gennaio 2026, l’alpinista statunitense Alex Honnold ha portato a termine una delle sfide più spettacolari e discusse degli ultimi anni: la salita in free solo (senza corde e senza attrezzatura di sicurezza) del grattacielo Taipei 101 a Taipei, Taiwan.
La salita si è svolta lungo la facciata sud-est dell’edificio Taipei 101, alto 508 metri e con 101 piani. Honnold ha iniziato l’ascesa alle 9:00 locali e, dopo circa 1 ora e 31 minuti, ha raggiunto il punto più alto. Durante la salita, Honnold ha usato piccoli spigoli, giunti architettonici e sezioni ornamentali del grattacielo come appigli e appoggi, alternando sezioni verticali, balconi e segmenti più tecnici. Alla fine della scalata, il climber ha posato per un selfie in cima, poi è sceso con una corda fino a riunirsi alla moglie, Sanni McCandless Honnold.
L’evento, intitolato Skyscraper Live ed effettuato con il pieno supporto delle autorità di Taipei e dei gestori del Taipei 101, è stato trasmesso in diretta su Netflix con un ritardo di sicurezza di dieci secondi.
Urban free solo
Il free solo di edifici di questa portata non è esattamente una novità, ma la scalata del Taipei 101 senza alcuna protezione è un primato. Una figura storica in questo ambito è il francese Alain Robert, soprannominato il “French Spiderman”: già noto negli anni 1990–2000 per aver scalato centinaia di grattacieli in tutto il mondo, spesso senza permesso e senza protezioni.
Robert aveva salito il Taipei 101 nel 2004, ma usando una corda di sicurezza a causa delle condizioni meteo con pioggia intensa e impiegando quattro ore, quindi non si trattava di un free solo puro.
Polemiche ed etica
La salita realizzata da Honnold ha suscitato polemiche su più fronti. A partire dal concetto di rischio e spettacolarizzazione. Sia all'interno che all'esterno della comunità dei climber molte persone hanno espresso preoccupazione per la scelta di trasmettere un’attività così pericolosa in diretta televisiva. L'idea è quella che così facendo si andrebbe a normalizzare o spettacolarizzare il pericolo. Allo stesso modo altre critiche sono piovute direttamente su Alex Honnold che, pur essendo padre di due bambine, ha deciso comunque di affrontare un rischio enorme mettendo in gioco la sua vita. Da qui è nata una discussione sulla responsabilità verso la famiglia e sulla differenza tra sport estremo e intrattenimento. Ancora il coinvolgimento dei media e la scelta di Netflix di mandare in onda lo speciale ha rafforzato il dibattito su come i grandi media trasformino imprese sportive in prodotti di intrattenimento televisivo, con alcune critiche che sottolineano il potenziale di contagio sociale e imitazione di gesti potenzialmente letali.
Eppure, collegati sulla piattaforma streaming c'erano milioni e milioni di persone, con il fiato sospeso e il cuore i gola, a guardare la progressione di Honnold, metro dopo metro. C'era, con buona pace di ogni polemica, anche chi queste discussioni le ha intavolate, portando all'attenzione mediatica riflessioni su etica, sport, alpinismo e mediaticizzazione.
La realtà è che al centro di tutto questo c'è un ragazzo con delle capacità sopra agli standard che, come da sua stessa dichiarazione, l'avrebbe fatto anche gratis se non ci fosse stato il contorno mediatico della diretta mondiale. Sì, perché Honnold è stato pagato una cifra “imbarazzantemente piccola” rispetto alle aspettative del suo agente, ma questa cifra non copriva certamente il rischio di quanto stava realizzando. Era il compenso per la spettacolarizzazione della salita.
Rileggendo tutta la storia, la scalata del Taipei 101 sembra raccontare meno una ricerca del limite fine a se stessa e più una continuità con il percorso di Honnold: un atleta che ha sempre dichiarato di non essere attratto dal rischio in quanto tale, ma dalla possibilità di controllarlo. Il free solo, nella sua visione, non è un gesto di sfida alla morte, bensì l’esito di una preparazione ossessiva, di una lettura minuziosa dei movimenti, di una fiducia assoluta nei propri mezzi. È una pratica che, proprio per questo, rimane radicalmente personale e difficilmente replicabile.
Il problema nasce quando questa dimensione intima e individuale viene inglobata in un racconto globale, trasmesso in diretta, commentato in tempo reale e consumato come intrattenimento. Skyscraper Live ha trasformato una salita estrema in un evento collettivo, amplificando emozioni, tensioni e paure, ma anche spostando il baricentro dell’impresa: non più solo un atto sportivo, bensì un prodotto culturale, con tutte le ambiguità che questo comporta. Ed è forse qui che si gioca il vero nodo della questione. Non tanto nel chiedersi se Honnold “dovesse” farlo, o se il rischio fosse giustificabile, ma nel domandarsi cosa succede quando l’alpinismo, e più in generale lo sport estremo, entra pienamente nel circuito della spettacolarizzazione di massa. Quando il gesto tecnico diventa narrazione, quando il silenzio della concentrazione lascia spazio alla regia, al countdown, al pubblico.
La salita del Taipei 101 resterà negli archivi come un’impresa senza precedenti per esposizione, contesto e purezza del gesto. Ma resterà anche come un punto di svolta, un momento in cui è diventato impossibile separare del tutto l’uomo dall’evento. In mezzo a vetro, acciaio e milioni di sguardi puntati verso l’alto, Alex Honnold ha scalato un grattacielo senza corda e assicurazioni, e questo è quello che conta.