Elicotteri in volo verso il campo base dell'Everest © ShutterstockNegli scorsi giorni, la vetta più alta del mondo si è trovata improvvisamente al centro delle cronache per una serie di scandalose vicende aventi per protagonisti alcuni clienti avvelenati o spinti impreparati nella cosiddetta ‘zona della morte’ da guide senza scrupoli. Le notizie hanno sostenuto che si trattasse di un vasto complotto, capace di coinvolgere in questi cosiddetti ‘falsi salvataggi’ sia guide che compagnie turistiche, oltre ai piloti di elicottero e al personale ospedaliero.
Gran parte delle cronache riportano il vero e finora le accuse hanno dato luogo ad oltre trenta arresti. Ma si tratta di imputazioni che compiono in realtà quasi un decennio, affondando le proprie radici nel 2018. Che cos'è cambiato dunque per far sì che il mondo se ne accorgesse? E, soprattutto, siamo sicuri che queste situazioni riguardino direttamente l'Everest?
Che cosa è accaduto dieci anni fa
Le accuse di pratiche scorrette, se non addirittura criminali, da parte delle compagnie locali di trekking e spedizioni sull'Himalaya esistono praticamente fin dagli albori del turismo in Nepal. Tuttavia, nel 2018, i media internazionali hanno iniziato a indagare su una questione specifica: allora sembrava infatti che le condizioni cliniche di alcuni escursionisti diretti ai campi base delle principali vette himalayane fossero state manipolate per far sì che venissero elitrasportati in ospedali privati. Una manipolazione avvenuta non soltanto esagerando i loro problemi di salute sulla carta, ma facendoli addirittura aggravare nella pratica, somministrando loro bicarbonato di sodio o spingendoli a salire a quote più elevate tanto rapidamente da sviluppare di conseguenza il mal di montagna acuto.
Annabel Symington dell'AFP è stata tra le prime giornaliste a denunciare la truffa, in un articolo poi ripreso da altre importanti testate giornalistiche, tra cui il New York Times e il The Guardian. Ma quando alcune compagnie assicurative internazionali minacciarono di interrompere le proprie attività in Nepal, le autorità avviarono delle indagini che portarono infine all'adozione di misure davvero lievi nei confronti dei colpevoli, guardandosi bene dal rivelare eccessivamente il lato oscuro di un settore così promettente come il turismo himalayano.
Che cosa è cambiato oggi
In Nepal, le cosiddette Proteste della Generazione Z andate in scena lo scorso anno, non si sono limitate a rovesciare il precedente governo ma hanno anche contribuito a portare significativi cambiamenti nel Paese. I nuovi leader eletti hanno posto la lotta alla corruzione al centro della loro agenda politica e così l'indagine sui falsi salvataggi è stata riaperta a fine 2025.
L'Ufficio investigativo centrale (CIB) della polizia nepalese ha segnalato i primi arresti nel gennaio 2026 mentre nelle ultime settimane, con l'avanzare delle indagini, sono stati fermati svariati organizzatori di escursioni, gestori di compagnie di elicotteri e ospedali, nonché assicuratori locali. Il 20 marzo, il CIB ha pubblicato il fascicolo completo dell'indagine, in cui i pubblici ministeri hanno raccomandato l'avvio di un procedimento penale contro 33 persone. Dieci di questi sospettati sono stati arrestati, mentre 23 risulterebbero tuttora latitanti, secondo quanto riportato dall'Everest Chronicle.
Quartier generale del dipartimento di polizia nepalese © Everest ChronicleCome avvenivano (e avvengono) le frodi
Secondo le indagini della polizia, il sistema fraudolento già evidenziato nel 2018 sarebbe continuato fino ad ora. I turisti venivano spesso costretti ad accettare trasferimenti in elicottero verso ospedali privati, attraverso il sistematico ricorso a due sistemi: dapprima presentando loro uno scenario ben più grave quando i loro sintomi erano in realtà ben più lievi e in un secondo momento, qualora questo non avesse funzionato, aggravando tali sintomi intenzionalmente. Spesso, inoltre, i conti venivano gonfiati, facendo in modo che gli elicotteri con più passeggeri falsificassero le liste di imbarco e addebitassero il costo complessivo dell'operazione come se fosse stato effettuato un volo ad personam, cosa che andava a beneficio diretto delle compagnie assicurative coinvolte.
Ad alcuni clienti, invece, quando si dimostravano semplicemente stanchi di camminare, veniva offerta la possibilità di simulare un malore per far scattare un'operazione di salvataggio, che in realtà consisteva in un semplice trasporto aereo a Kathmandu, poi addebitato alla compagnia assicurativa. Allo stesso modo, gli ospedali coinvolti nel sistema fatturavano trattamenti non necessari (o inesistenti) e versavano percentuali alle compagnie di elicotteri e di trekking.
Everest o non Everest?
Quindi, sebbene la questione sia stata a lungo denunciata nel corso degli anni, l'indagine in corso e la conseguente esposizione pubblica della polizia nepalese ne hanno ufficializzato gli estremi. Si tratta di un duro colpo per l'industria del trekking del Paese e, di conseguenza, per tutti i settori del turismo di montagna. Ma allo stesso modo, finora, di Everest e di alpinismo non si è minimamente parlato. Gli operatori sospettati sono infatti tutti appartenenti ad agenzie di viaggi e di trekking. La maggior parte dei clienti presumibilmente truffati erano escursionisti diretti al campo base delle vette più blasonate, fra cui Annapurna e Manaslu, quando non impegnati in trekking diversi nella regione del Langtang. Non vi è praticamente alcun accenno all'Everest e men che meno al coinvolgimento, come parti lese, di alpinisti.
Purtroppo, i media internazionali hanno automaticamente associato questa truffa all'Everest. I quasi 5.000 pazienti coinvolti sono stati definiti ‘alpinisti' da molti siti di notizie, e le agenzie truffatrici sono state identificate come 'guide dell'Everest' anche da tv generaliste, nonostante nel rapporto pubblicato non sia presente alcun caso specifico relativo a spedizioni sulla montagna più alta del mondo, per la quale - ben inteso - vigono regole piuttosto stringenti.
Il campo base dell'Everest, in continua espansione © Seven Summit TreksQuali regole per la vetta più alta del mondo
Le recenti normative del Dipartimento del Turismo e dell'Autorità per l'Aviazione Civile del Nepal hanno sottolineato la necessità di controllare qualsiasi trasporto aereo di emergenza al fine di prevenire truffe di questo tipo. L'obiettivo è anche quello di impedire che gli elicotteri vengano utilizzati come ‘comodi taxi’ per gli scalatori stanchi che scendono dalla vetta, mascherando poi questi trasporti aerei come operazioni di soccorso. Questa pratica è perentoriamente vietata sull'Everest, quasi più che in ogni altro Ottomila, fermo restando come, a causa delle condizioni estreme di tali aree, sia difficile indagare con precisione su quanto accade al di sopra dei campi base. In generale, la recente indagine e gli arresti perpetrati rimangono dei segnali positivi, che dimostrano l'interesse delle autorità nel contrastare gli abusi.
Ma il fatto che i media continuino a confondere la salita all'Everest con un trekking verso il suo campo base non contribuisce di certo a mitigare gli effetti di una notizia tanto nefasta per l'industria alpinistica, un business che, volente o nolente, è necessario alla popolazione nepalese per la propria sopravvivenza. E al quale - esclusi questi tristi casi, spesso imputabili però agli interessi esterni di stakeholders stranieri - il Nepal ha dimostrato storicamente di saper prestare un notevole servizio.