Il 17 luglio 2023 le Alpi orientali sono state investite da una "piccola Vaia" che ha tristemente ricordato, anche se in maniera ridotta, la tempesta del 2018. Un segno, inequivocabile dei cambiamenti climatici in atto che pongono anche le montagne in una condizione di crescente fragilità.
La Penisola è da giorni tormentata da Caronte! Così, come il mitologico traghettatore l’hanno denominato i media per enfatizzarne la potenza: è il gran caldo che in questi giorni sta rendendo la vita difficile un po’ a tutti noi. Calore in atmosfera significa energia, e di conseguenza alta probabilità che questa si scarichi con violenti fenomeni che possono interessare zone più o meno ampie. Martedì 17 luglio la furia si è abbattuta sulle alture del Nord-Est, provocando danni, disagi e sgomento. Non dimentichiamoci che nella mente della gente di questo esteso lembo d’Italia è ancora ben impressa la devastazione della tempesta Vaia di fine ottobre 2018. Le prime parole giunte dagli amici bellunesi e trentini facevano riferimento proprio a quel nome che fa ancora paura: “è stata una piccola Vaia!”.
È facile comprendere come l’emotività giochi un ruolo fondamentale, ma in scala ridotta e localizzata (per fortuna) gli effetti sono stati analoghi. Non dimentichiamoci della debolezza che i boschi portano impressa dal dopo Vaia. Gli alberi diradati e in aggiunta pesantemente feriti dal bostrico offrono una resistenza sempre minore al vento e ora basta molto meno per vedere la copertura verde cedere al suolo. Ed è ciò che è successo in più versanti proprio martedì, un effetto domino non certo piacevole. Veniamo alla mera cronaca. La bufera si è scatenata nel pomeriggio e ha colpito l’Alto Adige, il Trentino, la fascia montana e pedemontana del Veneto e
la Carnia. Molti i disagi al traffico, specie in Alto Adige, dove i tronchi caduti hanno intralciato le sedi stradali. Particolarmente colpite anche la Val di Fassa e
la Val di Fiemme, interessate dalle immancabili folate di vento e da pesanti grandinate. Chicchi di dimensioni notevoli sono caduti anche nella pedemontana veneta, in particolare sul Monte Grappa. Pure il Comelico non è stato esente da danni, con infrastrutture scoperchiate e, manco a dirlo, cadute di alberi.
È facile cadere nella trappola della retorica e usare aggettivi impropri nel descrivere queste situazioni, ma i filmati che girano nel web raccontano la realtà e rimanere freddi e asettici nel guardarli diventa cosa improbabile. Le riflessioni non dovrebbero però concentrarsi sul singolo evento, ma sulla frequenza con cui questi si verificano.