Le invernali, un concetto vuoto se privato del contesto ambientale © Damiano Levati
L'alpinismo non è solo conquista © Archivio Barmasse
Che emozioni suscita una scalata? © Achille Mauri/MonturaLa scorsa settimana abbiamo pubblicato la prima parte dell'intervista a Hervé Barmasse: il valdostano ha dialogato con noi di alpinismo e di come viene raccontato, di cosa si può o si dovrebbe intendere oggi con questa parola usata in contesti tanto differenti. Oggi chiudiamo il cerchio, andando a toccare i temi del cambiamento climatico, del concetto di limite, della professione di guida alpina e del significato personale che l'alpinista può dare a determinate “imprese”.
La montagna che cambia
“Serve una presa di coscienza sul cambiamento climatico.
Ma se gli alpinisti continuano a parlare di inverni gelidi e imprese invernali siderali quando i dati metereologici dicono l’opposto come si fa? ”
Le condizioni che troviamo in montagna non sono più le stesse, sembra piuttosto evidente.
Sì, e questo è il richiamo più urgente che la terra ci invia. Vedere il prato fiorire a marzo dove un tempo c’erano metri di neve, o stare in maglietta a 3.500 metri in pieno inverno, ci obbliga a una riflessione. Non possiamo più guardare solo il calendario; dobbiamo guardare la realtà dei fatti e non restare ancorati a schemi del passato se il presente ci urla il contrario. Dobbiamo imparare l'adattabilità. La montagna ci sta chiedendo di cambiare il nostro modo di abitarla e di viverla. Questo mutamento climatico è una chiamata alla responsabilità e serve una presa di coscienza.
Ma se gli alpinisti continuano a parlare di inverni gelidi e imprese invernali siderali quando i dati metereologici dicono l’opposto come si fa? Con questa comunicazione non aiutiamo di certo una transizione.
Recentemente hai pubblicato un video “divulgativo” in cui mostravi un crepaccio sul Breithorn e mettevi in guardia dai pericoli della situazione specifica. Secondo te essere un alpinista di fama internazionale aiuta il messaggio a essere ascoltato maggiormente?
Rappresento la quarta generazione di guide alpine della mia famiglia: la montagna è nel mio DNA prima ancora che nel mio curriculum. La fama è solo un amplificatore, ma la vera forza sta nell'autenticità. Quando ho mostrato quel crepaccio sul Breithorn, non parlavo come un atleta.
Divulgare non significa mettersi in cattedra, ma tendere una mano a chi sta iniziando. Se le mie parole hanno evitato un pericolo anche a una sola persona, allora quel messaggio ha più valore di qualsiasi record.
“La guida alpina non deve solo capire chi ha di fronte, ma anche aiutarlo ad arrivare a fare il ragionamento giusto. In casi estremi, a “spegnere” il tuttologo”
Come è cambiato il mestiere di guida? La gente ascolta ancora la guida o vuole fare di testa propria?
Oggi succede un po' in tutti gli ambienti che ci sentiamo competenti in tante materie, ma la guida alpina deve avere quel carisma e quella conoscenza non solo per capire chi ha di fronte, ma anche per farlo arrivare a fare il ragionamento giusto. In casi estremi, a “spegnere” il tuttologo [ride, ndr].
Adrenalina o emozione? All'alpinista la scelta
Chi ha toccato determinati picchi alpinistici come i tuoi, certi highlights, come vive i periodi tra una “grande impresa” e l'altra, o il distacco da un certo tipo di alpinismo?
Sulle “grandi imprese” possiamo aprire visioni differenti. Cosa cerchiamo? Nuove sfide tecnologicamente e tecnicamente sopra i limiti ma relativamente sicure o nuove avventure? Il Numbur Peak dell'autunno scorso è un highlighs se lo paragono al concatenamento sul Gran Sasso?
Se invece, come picchi alpinistici, intendiamo quello che ho fatto sul Cervino, sicuramente non è facile replicare certe esperienze. Quando a un certo punto ho aperto una via in solitaria sul Cervino, il mio riferimento era Walter Bonatti. Posso alzare ancora l'asticella del mio limite su questa montagna? La risposta è sì. Ho ancora un progetto, ma il livello di rischio è così alto che ci vogliono condizioni particolari che forse non si presenteranno mai. Nell’attesa preferisco non correre il rischio di ripetermi, continuo a cercare nuove avventure, nuovi Highlights su altre montagne. Esperienze che mi emozionino.
I periodi “vuoti”? Non ho mai sentito l'esigenza di aggiungere numeri, nemmeno in passato. Non mi sono mai sentito “in dovere” di fare e accumulare exploit. Ho sempre ricercato esperienze differenti che mi facessero vivere situazioni ed emozioni differenti. Per questo motivo sono passato dal salire pareti di roccia inviolate, come la Nord Ovest del Cerro Piergiorgio, a vie nuove in solitaria, concatenamenti e stile alpino su montagne tecniche di 6000 e 7000 metri o alte come lo Shisha Pangma 8027 metri. Tutto fa parte di una ricerca personale di un percorso che ho deciso di seguire senza badare a mode o tendenze del momento.
“Cercare costantemente il limite estremo è un esercizio rischioso. I grandi maestri ci hanno insegnato che la soddisfazione interiore non può dipendere solo dai pericoli che un’ascensione propone”
Con il passare degli anni il proprio concetto di limite viene ridefinito?
Cercare costantemente il limite estremo è un esercizio rischioso. I grandi maestri, i nostri antenati, ci hanno insegnato che i canoni cambiano, ma la soddisfazione interiore non può dipendere solo dai pericoli che un’ascensione propone. Una montagna, una via nuova presentano altre caratteristiche. L’estetica, la purezza dello stile, l’avvicinamento. Se cercassi di essere ciò che ero a vent'anni, sarei solo la "brutta copia" di me stesso.
Oggi la mia parola chiave è Creatività. Il limite non è più un muro da abbattere, ma un confine da esplorare. Due anni fa, quando ho visto quella foto del Gran Sasso scattata dallo spazio da Luca Parmitano ho creato un’avventura dal nulla: è stata una scintilla, pura e semplice.
Non temo il tempo che passa perché la capacità di meravigliarsi può crescere all'infinito e l’alpinismo insegna che spesso è l’esperienza a regalarti le imprese più importanti di una carriera.