L'altopiano di Brentonico © R. Cristofoli via Wikicommons
Come ben sappiamo, non tutto il verde “è uguale” e il tema della perdita di biodiversità è centrale nella gestione ambientale del nostro territorio. Il discorso è tanto più sensibile quando non si tratta più di vegetazione spontanea o silvicoltura, ma di colture o monocolture orientate a un preciso prodotto da portare sul mercato. Equilibrio in questi casi è la parola chiave da considerare e senza saltare alle conclusioni, i segnali che si levano dal territorio meritano di essere ascoltati.
In questo senso, abbiamo ricevuto dal Comitato biodiversità e salute per Brentonico una lettera di protesta per lo sviluppo dei vigneti sull'omonimo altopiano, una zona pregiata a livello naturalistico, che gli aderenti alla protesta ritengono sia fortemente minacciata dalle monocolture destinate alla produzione di vino. La pubblichiamo integralmente a seguire - invitando chi sentisse l'esigenza di aggiungere un contributo significativo al dibattito- a scrivere alla nostra redazione.
La lettera del comitato
“Il cambiamento climatico sta ridisegnando in modo drastico la geografia dell'agricoltura e, con essa, i paesaggi a cui siamo abituati. Sull'altopiano di Brentonico, in Trentino, alle pendici del Monte Baldo – dal 2013 Parco Naturale Locale e oggi in corsa per diventare Patrimonio UNESCO per la sua inestimabile biodiversità – è in atto un fenomeno che gli scienziati chiamano "migrazione verticale". Le temperature medie sempre più elevate e gli eventi meteo estremi stanno spingendo i viticoltori a fuggire dalle pianure ormai troppo calde, dove la maturazione si anticipa e la qualità del vino è a rischio, per cercare rifugio a quote superiori.
A guidare questa trasformazione, tuttavia, non sono le piccole aziende agricole locali, ma i grandi capitali esterni, pronti a investire in modo massiccio. I numeri dell'espansione sono impressionanti. Nel 1950 i vigneti sull’altopiano di Brentonico salivano al massimo fino a 600 metri di altitudine. Nel 2000, si erano alzati di poco: 750 metri. Nel 2024 i più alti si spingono ben oltre quota mille. Negli ultimi dieci anni, la superficie vitata a Brentonico è cresciuta del 44%, contro il 7% del Trentino. Soltanto tra il 2023 e il 2024 è aumentata di 17 ettari, che rappresentano da soli il 77% dell'intero incremento provinciale”.
Negli ultimi dieci anni, la superficie vitata a Brentonico è cresciuta del 44%, contro il 7% del Trentino.
Le ragioni del comitato
"Di fronte a questa aggressiva azione trasformativa e al rischio di vedere il territorio trasformato in una grande monocoltura viticola, la comunità locale non è rimasta in silenzio. I cittadini si sono auto-organizzati nel ‘Comitato biodiversità e salute per Brentonico’, sollevando quattro fondamentali criticità.
In primo luogo, la crisi idrica: le vigne sono coltivazioni che, a causa della crescente evapotraspirazione legata al caldo, richiedono enormi quantità d'acqua. Su un altopiano che porta ancora le cicatrici dei razionamenti della drammatica siccità del 2022, sottrarre preziose risorse idriche agli usi civili per destinarle a produzioni intensive esterne appare insostenibile.
In secondo luogo, vi è una forte preoccupazione per la salute pubblica, minacciata dall'uso massiccio di fitofarmaci necessari per la viticoltura tradizionale, i cui residui si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel suolo vicino agli abitati, esponendo i residenti (in primis i bambini) a gravi rischi tossicologici.
Il terzo allarme riguarda la biodiversità e il rischio idrogeologico: l'eliminazione di boschi, prati e pascoli non solo cancella un paesaggio storico, ma frammenta delicati ecosistemi e, sui ripidi pendii montani, aumenta drasticamente il rischio di frane ed erosione.
Infine, emerge una questione di giustizia economica e territoriale: gli investimenti di grandi realtà esterne generano un sistema che privatizza i profitti e scarica sulle comunità locali i danni ambientali e sanitari".
Un quarto dei residenti
"Il culmine di questa mobilitazione si è raggiunto l'11 marzo 2026, quando il Comitato ha consegnato formalmente al Sindaco una petizione firmata da ben 1.000 cittadini, una cifra notevole che rappresenta un quarto dei residenti e quasi la metà dei votanti alle ultime elezioni comunali.
Il Comitato ha ribadito la natura civica e apartitica dell'iniziativa, chiarendo che non si tratta di una battaglia contro i piccoli vignaioli storici o contro l'Amministrazione, ma di una lotta a difesa della sovranità territoriale contro i grandi investitori.
Il Comitato chiede la modifica del Piano Regolatore Generale per blindare le aree a prato, bosco e pascolo
La petizione avanza cinque richieste all'amministrazione comunale: avviare la modifica del Piano Regolatore Generale (PRG) per blindare le aree a prato, bosco e pascolo; varare entro 6 mesi un Regolamento urgente che blocchi i nuovi impianti nocivi nelle more della variante urbanistica; opporsi a ogni nuova richiesta dannosa presso gli enti preposti ad autorizzare; garantire totale trasparenza; se necessario, ricorrere al TAR contro autorizzazioni improprie.
In attesa della risposta formale del Sindaco di Brentonico (prevista entro 30 giorni), il Comitato ha esortato l’Amministrazione ad agire in fretta, perché le ruspe non si sono mai fermate".
Dalla protesta locale alla mobilitazione nazionale
"Nel frattempo, il comitato ha compiuto un ulteriore passo. Nella consapevolezza che la ‘migrazione verticale’ delle vigne non è un fenomeno isolato, il 21 marzo 2026 la mobilitazione è approdata online sulla piattaforma Change.org, con l'obiettivo di superare i confini locali e rivolgersi a tutti i territori di montagna e alta collina potenzialmente interessati dagli stessi stravolgimenti climatici e speculativi. Il riscontro è stato immediato: 500 firme raccolte in sole 48 ore. L'invito ai cittadini di altri territori è quello di firmare la petizione online e fare proprie queste istanze, promuovendo dal basso l'aggiornamento degli strumenti urbanistici a tutela dei propri ecosistemi.
La vicenda di Brentonico assurge così a simbolo di una sfida epocale: la necessità di porre limiti fisici, legali ed ecologici all'espansione economica, in rigorosa osservanza dell'Articolo 41 della Costituzione, il quale sancisce che l'iniziativa privata non può mai svolgersi in modo da recare danno alla salute e all'ambiente. Quella che oggi si combatte sulle pendici del Monte Baldo è una battaglia collettiva per dimostrare che è ancora possibile costruire un modello di sviluppo equilibrato, capace di levare il cartello ‘Vendesi’ dalle nostre montagne”.