Enrico Camanni in un fotogramma del podcastHo avuto modo di ascoltare e partecipare alla serie di video interviste intitolata “Oltre la vetta”, curata da Sofia Farina e edita e diffusa dal Club Alpino Italiano. So che sta riscuotendo ottimi risultati e ne sono felice perché Sofia è bravissima, ma vorrei sottolineare la portata culturale dell’iniziativa che reputo, oltre che coraggiosa, estremamente innovativa. Quasi rivoluzionaria nel suo genere.
L’alpinismo è una disciplina (forse farei meglio a scrivere una passione) che ha sempre avuto seri problemi con il lutto e la morte. Il primo motivo è semplice: l’alpinismo l’hanno sempre raccontato gli alpinisti e non le persone li aspettavano a valle – genitori, fratelli, figli, fidanzate e fidanzati –, sperando di vederli tornare sani e salvi. Il punto di vista cambia tutto. Faccio un esempio. In molti gridarono allo scandalo quando Alison Hargreaves morì sul K2 perché consideravano immorale che una mamma lasciasse due orfani per soddisfare la passione. Ma ai padri non è forse concesso da sempre? Evidentemente non era una questione di genere, ma di rischio e responsabilità. Credo che l’essenza del gioco-scalata sia sempre la stessa – amore e ossessione – e che in due secoli non sia cambiato niente. Continuiamo a chiederci il perché e continuano a mancarci le parole. Forse la storia degli alpinisti non dovrebbe scriverla chi scala le montagne ma chi resta giù ad aspettare.
Il secondo elemento è il rischio. Ci piace andare in parete perché bisogna sapersi muovere, scegliere la via, fare delle scelte, essere all’altezza, ma spesso dimentichiamo, o rimuoviamo, il fatto che l’avventura è rischiosa per definizione. Ovviamente non cerchiamo l’incidente, ma ci scaliamo assieme, nel senso che può succedere a tutti e in qualsiasi momento. E qui emerge la reazione: per decenni si è glorificato l’alpinismo eroico che faceva della vetta un altare, dell’incidente una prova e della morte un gesto sacrificale. Giustamente i giovani degli anni settanta hanno detto che era una sciocchezza, che morire in montagna non era né più bello né più virtuoso, ma dalla malattia delle croci si è passati alla retorica opposta, cioè la dissacrazione forzata, l’ironia a tutti i costi, la battuta anche in situazioni difficili e dolorose. La conseguenza è che, prima e dopo, ci sono sempre mancati la parola, il racconto e l’elaborazione dell’ombra. Per la prima volta “Oltre la vetta” sta affrontando e forse in parte risolvendo questo tabù. Guardatela, è una serie profonda e umanissima.