Cani, fauna selvatica e montagna: una convivenza da ripensare

La montagna è uno spazio condiviso, fragile e interconnesso. La scienza ci mostra come anche un cane sano e controllato possa avere effetti duraturi sugli ecosistemi alpini. Ridurre questi impatti non significa rinunciare alla montagna, ma imparare a frequentarla con maggiore consapevolezza.

Spesso consideriamo il cane come il compagno ideale per le nostre escursioni, ma la scienza ci invita oggi a riflettere su un’impronta ecologica insidiosa e molto più profonda di quanto immaginiamo: essendo il carnivoro più abbondante al mondo, il cane domestico esercita una pressione costante sugli ecosistemi naturali che va ben oltre l'ovvia predazione. Studi recenti evidenziano una vera e propria cascata di effetti negativi: la semplice presenza di un cane, anche se tenuto al guinzaglio, viene percepita dalla fauna selvatica come una minaccia predatoria, innescando fughe che sottraggono energie vitali, indispensabili per le specie migratorie che percorrono migliaia di chilometri per raggiungere le aree di svernamento, e disturbano la riproduzione, specialmente negli uccelli che nidificano a terra. A questo impatto visibile se ne aggiunge uno chimico e biologico spesso ignorato: i residui dei trattamenti antiparassitari possono essere rilasciati nell'acqua durante un semplice bagno, risultando tossici per gli organismi acquatici, mentre le deiezioni non raccolte agiscono come fertilizzanti alterando la chimica del suolo e introducendo patogeni pericolosi per la fauna locale.

 

La minaccia sanitaria nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

Se l'impatto predatorio di un cane è facilmente intuibile (un inseguimento, un abbaio), esiste una minaccia molto più silenziosa e difficile da controllare: quella sanitaria. Uno studio condotto nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, pubblicato nel 2021, ha analizzato lo stato di salute di cani domestici (sia cani da pastore che cani dei guardaparco) e della fauna selvatica (volpi, tassi, faine) che convivono nello stesso territorio. L'obiettivo era capire se i cani potessero agire da "untori" involontari per la fauna locale.
Lo studio ha rilevato che i cani domestici possono essere portatori di patogeni letali per la fauna. In particolare, è stata riscontrata un'alta prevalenza di anticorpi contro il cimurro e parassiti come Neospora caninum e Toxoplasma gondii
Il virus del cimurro, in particolare, rappresenta una minaccia mortale per tassi, faine e volpi. Lo studio ha confermato che questo virus circola attivamente tra i carnivori selvatici del Parco, suggerendo che i cani possano agire sia da vittime che da fonte di infezione, innescando potenziali epidemie che decimano le popolazioni selvatiche.
Un dato allarmante riguarda i parassiti Neospora e Toxoplasma. Sebbene spesso asintomatici nel cane, questi protozoi possono essere rilasciati nell'ambiente tramite le feci. Se ingeriti dagli erbivori selvatici (come camosci e stambecchi) tramite il pascolamento su prati contaminati, il Toxoplasma gondii può causare aborti, interferendo con la riproduzione degli ungulati e minacciando la conservazione di queste specie simbolo delle Alpi.
Sebbene i cani da pastore (spesso meno controllati e liberi di vagare) siano risultati i più esposti a questi patogeni, lo studio ha mostrato che anche i cani dei guardaparco, regolarmente vaccinati e curati e quindi paragonabili ai cani degli escursionisti, possono entrare in contatto con questi patogeni o fungere da vettori.
Questo studio ci dimostra che il divieto di introdurre cani in alcune aree protette o l'obbligo tassativo del guinzaglio sono vere e proprie misure di biosicurezza. Un cane, anche se sano e vaccinato, rilascia nell'ambiente tracce biologiche che possono innescare una catena di contagi devastante per la fauna selvatica, dai piccoli mustelidi ai grandi ungulati. 

 

Quadro normativo e gestione dei cani nelle aree protette 

Al momento della pubblicazione dello studio, nel 2021, il quadro normativo nei Parchi Nazionali alpini mostrava un approccio eterogeneo e in larga parte permissivo e, ad oggi, non esiste una normativa unificata e aggiornata. Su quindici Parchi Nazionali presenti sulle Alpi, il divieto totale di accesso ai cani domestici è in vigore solo nel Parco Nazionale Svizzero. In tutti gli altri casi (93,3%), l’accesso è consentito almeno ai cani da lavoro, come i cani da pastore o i cani di assistenza. Inoltre, nel 66,6% delle aree protette i cani dei turisti sono ammessi purché tenuti al guinzaglio, suggerendo che il rischio riconosciuto a livello gestionale sia prevalentemente legato alla predazione o al disturbo diretto della fauna. Aspetti altrettanto rilevanti, come la possibile trasmissione di malattie infettive tra cani domestici e fauna selvatica, non sono invece considerati nelle normative di gestione, con l’unica eccezione del Parco Nazionale Svizzero, dove tutte le attività umane sono vietate. Questo quadro evidenzia come, fin’ora, la regolamentazione si sia concentrata su una visione parziale dell’impatto dei cani, lasciando ampio spazio alla responsabilità individuale dei proprietari nel ridurre i rischi per gli ecosistemi.

 

Le scelte del padrone come leva del cambiamento

In questo contesto normativo frammentato, e in parte lacunoso, il ruolo del singolo proprietario diventa ancora più centrale. Le aree verdi montane, come boschi e radure, vengono spesso percepite come risorse inermi, di cui ciascuno può usufruire senza considerare gli effetti cumulativi delle proprie azioni. È comprensibile che il singolo proprietario non colga l’impatto del proprio comportamento, soprattutto quando osserva altri fare lo stesso. Tuttavia, la somma di molte scelte individuali porta a un progressivo degrado ambientale, rendendo inevitabili misure restrittive o addirittura divieti di accesso ai cani in aree particolarmente vulnerabili. Eppure, esiste un’alternativa semplice ed efficace per ridurre gran parte degli impatti negativi: il comportamento responsabile del padrone. Tenere il cane al guinzaglio, raccoglierne sempre gli escrementi, mantenere una distanza di sicurezza dalla fauna selvatica e rispettare le regole locali sono scelte che, se adottate in modo diffuso, possono prevenire disturbi gravi senza rinunciare alla frequentazione della montagna e degli ambienti naturali.
Per affrontare il problema dell’impatto dei cani domestici sull’ambiente, serve un dialogo aperto e maturo su come tutelare il profondo legame che unisce le persone ai loro animali, riconoscendo però che questo rapporto comporta anche delle responsabilità. La chiave di volta non è il cane in sé, ma chi lo accompagna: sono le decisioni dei proprietari, giorno dopo giorno, a determinare se la convivenza tra attività umane, animali da compagnia e fauna selvatica possa essere davvero sostenibile.

 

Riferimenti bibliografici

  • Bateman, P. W., & Gilson, L. N. (2025). Bad dog? The environmental effects of owned dogs. Pacific Conservation Biology, 31, PC24071.
  • Costanzi, L., Brambilla, A., Di Blasio, A., Dondo, A., Goria, M., Masoero, L., Gennero, M. S., & Bassano, B. (2021). Beware of dogs! Domestic animals as a threat for wildlife conservation in Alpine protected areas. European Journal of Wildlife Research, 67, 70.