C’è un sogno per ogni stagione: l’alpinismo camaleontico di Alessandro Beber

Perché accontentarsi di un sogno solo? L’alpinista trentino ne insegue uno per ogni disciplina che pratica, e dunque quasi tutte quelle che si possono fare in montagna. Il suo ritratto è uno dei tredici inseriti nel volume “Le vie dei sogni. L’alpinismo italiano di oggi e di domani”, a cura di Andrea Greci, uscito per CAI Edizioni con una prefazione di Erri De Luca.

Versatile, tecnico, vulcanico. E grande amante della storia, nonostante la laurea in Geografia. Trentino del 1986, è fra i 13 alpinisti intervistati da Andrea Greci nel volume Le vie dei sogni, uscito con una prefazione di Erri De Luca per CAI Edizioni (pp. 176, 18 euro). Il mestiere di Guida alpina lo assorbe per gran parte del suo tempo, ma non rinuncia a coltivare progetti personali, fra cui la pubblicazione di una guida dedicata alle avventure scialpinistiche nel Lagorai e DoloMitiche – Opere d’arte a cielo aperto, un reportage composto da piccoli video iniziato nel 2011 per documentare la storia dell’alpinismo in Dolomiti.

 

L’alpinismo delle stagioni 

A Beber piacciono le “montagne con la punta”, esteticamente slanciate, con pareti continue, come il grado di difficoltà che oppongono all’alpinista, da affrontare arrampicando su roccia o su ghiaccio, o con gli sci ai piedi, anche quando la pendenza arriva a 60 gradi. Le montagne blasonate non lo attirano in quanto tali, irresistibili per lui sono le pareti che i più ritengono insignificanti, e le ha spesso cercate vicino a casa: nella Valle del Brenta, in Valsugana, nel Lagorai. Questo non gli ha impedito di viaggiare in tutto il mondo, in Algeria, Mali, Canada e Groenlandia, Giappone e Nuova Zelanda. 

Da segnalare vie nuove come Colonne d’Ercole, in Civetta, aperta sulla Punta Tissi con Alessandro Baù e Nicola Tondini, premio Silla Ghedina come migliore salita dell’anno in Dolomiti (2012), vinto nuovamente nel 2018 per la Via CRAM, aperta con Matteo Faletti sulla Est di Cima Brenta, e nel 2021 per Fiaba della Sera sulla Pala di San Martino, con Alessandro Baù. Poi Chimera Verticale in Civetta (aperta fra il 2007 e il 2008 con Alessandro Baù, Daniele Geremia e Luca Matteraglia) e Enigma sulla Torre Triste, con Baù e Nicola Tondini, nel 2022. In invernale, Argento Vivo sulla Piccola Civetta, fra le 20 migliori ascensioni dell’anno per la giuria del Piolet d’Or 2013, mentre con gli sci è stato protagonista della Ski Trans Alt Tirol, una traversata invernale del Tirolo storico completata nel 2018. Chi vuole provare a conoscerlo anche oltre la montagna, può guardare il bel film di Gabriele Canu Altrove, premio “Città di Imola” all’ultimo Trento Film Festival 2025, dove è stato presentato.

 

La via dei sogni

La risposta di Alessandro Beber pesca direttamente dal mondo delle idee alpinistiche: “La mia via dei sogni è un’arrampicata fatta con gli amici, in un posto eclatante dal punto di vista naturale e paesaggistico, remoto, con difficoltà sostenute, meglio se su roccia sana e compatta”. Scendendo dalle idee alla realtà: “Penso a vie in Marocco, Canada, Patagonia, ma a voler essere autoreferenziale, direi Colonne d’Ercole in Civetta. La verità però è che a me piace interpretare la montagna in maniera differente a seconda delle stagioni e delle condizioni. Quindi se penso all’estate mi vengono in mente le vie in Civetta, o quella collezione in Brenta che avevo chiamato Poker d’assi (Brenta Alta, Campanile Basso, Crozzon di Brenta e Cima Tosa), che sono le pareti più rappresentative della zona, aperte in stile tradizionale. D’inverno è la Via Cram sulla Cima di Brenta. In primavera penso alle prime discese con gli sci, come dalla Parete Sud della Cima di Brenta”. 

Se fosse un animale Beber sarebbe un camaleonte, sempre abbinato all’ambiente che lo circonda: “Per me utilizzare gli sci, i ramponi e le piccozze, piuttosto che le scarpette e il magnesio, è semplicemente adattarmi alla montagna in quel determinato momento. Che sia una discesa di sci ripido, una via di ghiaccio, una via di roccia, lo spirito d’approccio non cambia: fare qualcosa di sconosciuto, con un livello di incognita alta, mettendomi in gioco in maniera importante dal punto di vista psico-fisico. Per questo la mia via dei sogni dipende dal dove, dal come, dal quando. Seguo l’ispirazione del momento, perché se torni troppe volte in parete a rifare la stessa cosa la magia iniziale se ne va”. 

Quella magia fa tutta la differenza: “Il sogno è una lotta per trasformare una pura suggestione mentale in realtà. Senza il sogno l’alpinismo diventa pura pratica sportiva, a me non interessa”.

 

L’alpinismo è… un’arte

Questa non è una via”. Dato che per Beber l’alpinismo è un’arte (non solo di sopravvivere, come predica Messner), possiamo rubare la celebre frase di Magritte per esprimere la sua convinzione che una via non è mai… una via e basta, ma rappresenta un pezzo di storia. Perché è il “coefficiente umano” a dare valore a una parete, il “patrimonio culturale” che ci sta dietro e che è importante trasmettere. Non solo tecnica, ma coinvolgimento mentale prima e crescita personale poi. Una visione che lo avvicina molto ad Alessandro Baù, con cui ha condiviso molti progetti importanti. Non solo conoscenza storica, ovviamente, ma anche preparazione tecnica, impegno, fantasia, e tanta passione. Sarà che di formazione è laureato in Geografia dei processi territoriali, Beber al territorio è particolarmente attento. Le Dolomiti sono il suo mondo, un mondo che riserva ancora molte sorprese. Come Cazzanelli sulle Alpi occidentali, anche lui crede che con un po’ di creatività si possa ancora fare molto. Basta prendersi il giusto tempo ed essere sempre sinceri.