Clima pazzo, i 40 ricci di Genova stanno bene e tornano in libertà

Davide Rufino, zoologo e volontario del Cras: “Non era mai capitato di accoglierne così tanti, risentono del cambiamento climatico”. Ma prima di improvvisarsi soccorritori meglio chiedere agli esperti

 

Per una quarantina di ricci europei l’arrivo della primavera non coinciderà solo col risveglio della natura, ma anche con il ritorno alla libertà. In questi giorni il Cras di Genova, il Centro per il Recupero di Animali Selvatici, si prepara a reinserire in natura oltre quaranta esemplari di Erinaceus europaeus, la specie di riccio più diffusa in Europa. Dopo aver trascorso l’inverno negli spazi del centro, gli esemplari in salute verranno liberati a piccoli gruppi e potranno tornare a vivere in natura.

Un lieto fine, dunque, per i molti cuccioli che, durante lo scorso autunno, erano stati trovati in condizioni di salute precarie e consegnati nelle mani dei volontari e delle volontarie del centro, ma anche un segnale tangibile che la natura sta cambiando. “Non ne erano mai arrivati così tanti in un solo autunno – spiega Davide Rufino, zoologo e volontario del Cras di Genova –. Di solito ne arrivano di più in estate, in inverno ne abbiamo accuditi così a lungo al massimo una dozzina. Ci sono stati portati soprattutto tra settembre e novembre, pesavano 100 o 200 grammi l’uno, mentre adesso alcuni pesano fino a 800 grammi e sono pronti per tornare in natura”.

L’alterazione delle stagionalità colpisce anche i ricci

Il numero di ricci in difficoltà durante l’autunno, avvertono dal centro, potrebbe essere una diretta conseguenza del mutare delle stagioni. I ricci femmina, infatti, possono partorire fino a due volte l’anno: una in primavera, quando le condizioni sono più favorevoli, e una a fine estate o inizio autunno quando, però, non è disponibile altrettanto nutrimento, e i cuccioli non vengono svezzati correttamente dalle madri.

“Sono esemplari nati molto tardi che probabilmente non avrebbero superato la stagione fredda”

Per questo, con l’allungarsi della fase mite dell’autunno che si è verificata lo scorso anno, numerosi ricci femmina hanno esteso la stagione riproduttiva fino a fine ottobre, col rischio che i piccoli non riuscissero ad accumulare energie sufficienti per l’inverno: “È per questo motivo che le persone li trovano in giro debilitati. Sono esemplari nati molto tardi che probabilmente non avrebbero superato la stagione fredda. Sospettiamo che alcuni siano nati a ottobre inoltrato, non un periodo convenzionale. Di solito il secondo parto avviene a settembre o poco oltre, aggiunge Rufino.  

Il ruolo dei Cras

Quando le persone allertano i Cras a inizio inverno per un riccio, molte volte in seguito al primo abbassamento delle temperature tra ottobre e novembre, non si tratta di abbandono. I piccoli ricci che vengono trovati in questo periodo, infatti, sono spesso esemplari che si sono allontanati troppo dalla madre, o sono ancora troppo inesperti per procacciarsi del cibo e non hanno sufficienti riserve di grasso. “In questi casi, diciamo a chi ci chiama di portarceli. Dopo gli esami da parte dei nostri veterinari li curiamo con i dovuti medicinali se hanno malattie, e separiamo gli esemplari malati da quelli sani. Se stanno bene li teniamo al caldo e diamo loro da mangiare, poi pensano loro stessi ad accumulare le scorte”, afferma lo zoologo.

Prima di venire nuovamente liberati in natura, però, i ricci sani affrontano un lungo periodo di adattamento. Una volta in forze, i piccoli vengono spostati in un recinto esterno dove possono abituarsi alle varie temperature del giorno e della notte, così come a cacciare piccoli insetti: “Liberarli nel bosco senza preparazione, seppur lontano dalle strade, non sarebbe una buona idea. Una volta che sono pronti a tornare nel loro habitat li liberiamo a piccoli gruppi di due o tre ricci ben distanziati tra loro, perché vogliamo evitare che entrino in competizione tra di sé. In più, devono adattarsi ai ritmi dei ricci che vivono già in natura”, continua Rufino. 

No al “fai-da-te” coi ricci in difficoltà

Uno degli errori da non fare quando ci si imbatte in un riccio, in ogni caso, è il “fai-da-te”. Detenere un animale selvatico, infatti, è illegale, e prima di raccogliere un animale è opportuno chiamare il Cras più vicino e descrivere le condizioni di salute dell’esemplare. Spetterà poi ai volontari e agli operatori dei Centri di recupero intervenire nel caso in cui il riccio, in casi come questi, necessiti di cure specialistiche, affidandolo al centro più vicino.

“Non date da mangiare ai ricci, prendono cattive abitudini”

Una delle accortezze che ognuno di noi può adottare, conclude Rufino, è lasciare attorno a sé un ambiente sano: “Oggi c’è la moda di lasciare nei giardini una ciotola piena di crocchette per i ricci. Ma quello non è un cibo che trovano in natura, e rischiano solo di adottare cattive abitudini e di tramandarle di generazione in generazione. Piuttosto, è meglio non usare pesticidi, diserbanti o sostanze chimiche, e non tagliare il prato all'inglese. Mantenendo una parte di giardino incolta e coltivando diversi tipi di piante si ha varietà, dove c’è varietà c’è vita e arrivano anche insetti e invertebrati per i ricci”.