Come le valanghe "nutrono" i ghiacciai nell'era del riscaldamento globale

Dalle Alpi all'Himalaya, sono molteplici i casi di ghiacciai la cui scomparsa appare rallentata per effetto delle valanghe. Uno studio internazionale ha provato a quantificare il fenomeno.

Il 26 gennaio 2026, una imponente valanga si è riversata sul Ghiacciaio del Belvedere, in Valle Anzasca, sul versante orientale del Monte Rosa. L’evento è stato documentato dalle webcam del progetto Ghiaccio Vivo, iniziativa nata nel 2014 dalla collaborazione tra l’Associazione Meteo Live VCO e il CNR-IRSA di Verbania (Istituto di Ricerca sulle Acque), allo scopo di osservare quanto accade sul ghiaccio del Belvedere, per comprendere e prevedere come stia mutando l’ambiente alpino in conseguenza del cambiamento climatico.

Il progetto ha permesso di registrare finora oltre 150 eventi valanghivi. Il distacco di fine gennaio risulta essere tra i 3 eventi più significativi registrati dall’avvio del monitoraggio. Una delle domande che si accompagnano all’osservazione delle valanghe, che sul Belvedere si verificano tutto l’anno, seppur concentrandosi tra autunno e primavera con rarefazione estiva, è se queste possano rappresentare un’ancora di salvezza per i ghiacciai nel contesto del riscaldamento globale.

 

Le valanghe che “salvano” i ghiacciai

Il Belvedere è un esempio emblematico di ghiacciaio che sembra "resistere" proprio grazie a questo nutrimento bianco. La conformazione topografica permette alle pareti circostanti di scaricare neve direttamente sul corpo glaciale, compensando parzialmente la fusione glaciale in accelerazione. 

All’effetto “conservativo” delle valanghe sul bilancio di massa glaciale, è stata dedicata una ricerca pubblicata di recente sulla rivista scientifica Nature Communications, realizzata da un team internazionale di ricercatori, guidato dall’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL) di Davos, in Svizzera. Lo studio ha cercato di quantificare, su scala globale, l’impatto delle valanghe sulla sopravvivenza glaciale.

"Per capire come si svilupperanno i ghiacciai in futuro, è importante sapere quanta neve cade sulla loro superficie", afferma Marin Kneib, glaciologo presso il WSL e l'ETH di Zurigo, primo autore dell'articolo. 

Analizzando i circa 200.000 ghiacciai del Pianeta, mediante misurazioni satellitari e l’utilizzo di modelli di ricostruzione dell’evoluzione dei ghiacciai e del movimento delle masse nevose, i ricercatori hanno scoperto che il 3% della neve che si accumula sulla superficie dei ghiacciai deriva dalle valanghe, con picchi dell'11% sulle Alpi, 19% nell’Himalaya orientale e 22% in Nuova Zelanda.

La ricerca evidenzia come il ruolo delle valanghe diventerà centrale con il progredire del riscaldamento globale. “In regioni come la Nuova Zelanda, l'Asia, l'Europa centrale, le Ande, il Caucaso, la Scandinavia, l'Alaska e il Canada occidentale e gli Stati Uniti, le valanghe svolgono un ruolo chiave per il bilancio di massa dei ghiacciai e si prevede che diventeranno sempre più importanti con il ritiro dei ghiacciai dovuto al riscaldamento climatico”, spiegano i ricercatori.

A trarre vantaggio dalle valanghe saranno soprattutto i ghiacciai più piccoli, con superficie inferiore al chilometro quadrato. In Europa centrale, in uno scenario di basse emissioni, questi piccoli corpi glaciali potrebbero conservare fino a tre volte più ghiaccio rispetto a quanto stimato dai modelli tradizionali, che solitamente ignorano il contributo apportato dalle valanghe. 

Uno scenario alquanto positivo, si potrebbe pensare. Non è così, perlomeno non del tutto. L’articolo chiarisce che le valanghe abbiano potenzialmente una doppia faccia: se da un lato "nutrono" il ghiacciaio, dall'altro possono asportare neve laddove i ghiacciai siano abbarbicati su pendii particolarmente ripidi, come accade nelle Ande tropicali, dove l'8% del potenziale accumulo scivola via verso valle. Inoltre, la rimozione della neve dalle pareti ad alta quota, espone il ghiaccio vivo e le rocce alla diretta luce solare, accelerando di conseguenza la degradazione del permafrost e aumentando il rischio di instabilità dei versanti. Al contrario, in condizioni di scarsa pendenza, come avviene nell’Artico, le valanghe risultano avere un impatto quasi nullo sul bilancio di massa. 

Tornando alle Alpi, nonostante l’effetto “cuscinetto” delle valanghe, le proiezioni per il futuro prossimo non sono rosee. Entro il 2100 si stima infatti che la catena alpina sia destinata a perdere circa l’80% di massa glaciale, rispetto ai valori del 2000.

Riuscire a realizzare modelli di evoluzione dei ghiacciai sempre più accurati, rappresenta per gli scienziati un elemento di supporto, per prevedere nel dettaglio le conseguenze che la fusione glaciale potrà avere sulla disponibilità di risorse idriche. Come evidenziato dal WSL, lo studio è da considerarsi una prima stima di un processo finora poco attenzionato. Il proposito degli scienziati è di perfezionare i modelli, e dunque le previsioni sul futuro dei singoli ghiacciai e associati bacini idrografici, raccogliendo maggiori dati per stimare l’apporto di neve da valanghe, mediante osservazioni in loco e telerilevamento