Loreggian alla Falesia Pizzarra, Arco. Foto Giovanni Danieli
Loreggian durante lo Skitour Rouies, aprile 2024. Foto Ben Tibetts
Loreggian, progetto South6, in Rätikon. Foto Alberto Sordi
La copertina del libro.Se vi foste seduti in qualche bar di Chamonix, qualche anno fa, avreste potuto incontrare una cameriera destinata a far parlare di sé come alpinista: Silvia Loreggian. Lo racconta lei stessa nel capitolo che le dedica Andrea Greci all’interno del volume Le vie dei sogni. L’alpinismo italiano di oggi e di domani, uscito a sua cura per CAI Edizioni, con la prefazione di Erri De Luca (pp. 176 18 euro, 2025).
Prima e dopo il Fitz Roy
Ogni grande sogno richiede il suo obolo. E così quando Silvia Loreggian, padovana classe 1990, Guida alpina, ha capito che direzione imprimere alla sua vita, ci si è buttata con la determinazione e la fantasia che l’hanno poi caratterizzata anche come alpinista. Basti pensare al progetto “South6”, realizzato nel 2025 insieme a Aurélia Lanoë: la traversata delle Alpi in bicicletta, partendo da Ventimiglia e scalando sei pareti sud, ovvero il Corno Stella, il Pilastro Centrale del Frêney (Via Bonington) sul Monte Bianco, da dove ha proseguito per la Cresta del Brouillard fino in vetta, poi Reissend Nollen (Wendenstöcke), Drusenfluh (Rätikon), Marmolada e Creta delle Chianevate (Alpi Carniche). Parliamo di 4000 metri di roccia scalati in un mese e 1500 chilometri di percorso, a mostrare il lato più sostenibile dell’alpinismo fin dall’avvicinamento.
Ma a Silvia piacciono anche le grandi avventure extra-europee, per aprire vie nuove in zone remote. Nel 2021 affronta le big wall di El Capitan, nello Yosemite, The Nose e Salathé Wall, salite in una settimana. Nel 2022 con Stefano Ragazzo, con cui fa cordata anche nella vita, apre in stile alpino la Via Kalypso nella inviolata Sato Pyramide (6100 m) in Nepal. Nel 2023 i due volano in Alaska dove aprono la Via Gold Rush sulla Parete Sud-Ovest di Cemetery Spire, nelle Kichatna Mountains. Una salita poi inclusa nella big list delle ascensioni più significative del 2023 dall’organizzazione del Piolet d’Or. Nel 2024 la grande opportunità di salire il K2 nell’ambito della spedizione femminile organizzata dal Club Alpino Italiano in occasione dei 70 anni dalla prima salita, un tentativo finito a 7300 metri, tutti guadagnati senza bombole di ossigeno. Il 2025 è anche l’anno del ritorno in Patagonia, stavolta nei panni della tutor del CAI Eagle Team, con la spedizione conclusiva del progetto guidato da Matteo Della Bordella. In coppia con Luca Ducoli, affronta allora l’Aguja Poincenot per la Via Whillans-Cochrane.
La via dei sogni
Passato il consueto dubbio iniziale (“quella che ho fatto o che devo ancora fare?”), per Silvia Loreggian la via dei sogni è “una mescolanza di vie che ho fatto e di vie che ancora sogno, ma che sogno anche in base all’esperienza che mi costruisco man mano”. E dunque: “Una via con roccia bellissima come quella della parte centrale della Marmolada, su una grande parete isolata, con un avvicinamento lungo in stile spedizione e un lungo periodo di immersione nella scalata, per rendere l’esperienza ancor più totalizzante. La ciliegina sulla torta dovrebbe essere il meteo perfetto, che invece, nei posti dove si trovano queste pareti bellissime, è orribile, come in Patagonia, in Karakorum o in Groenlandia”. Meteo bello ma pure caldo, “perché soffro il freddo”. Detto da un’alpinista fa sorridere, o forse meno, pensando al riscaldamento climatico.
Il sogno finora è stato vissuto solo in parte: “Meteo corretto non l’ho mai trovato, ma l’esperienza in Alaska è quella che si è più avvicinata all’ideale, perché ho vissuto un isolamento e un’intimità totali con quel posto, dove ci trovavamo solo io e il mio compagno di cordata e di spedizione. La parete dove abbiamo scalato era molto bella, però c’era un freddo micidiale, un vento assurdo. Difficile godersi la scalata quando è così”.
In realtà la parete dei sogni per Silvia è quella della Marmolada, con cui ha però un rapporto di amore e odio: “Tante vie che ho fatto lì corrispondono al mio ideale”. Se si trovasse in un luogo remoto sarebbe indubbiamente lì che traccerebbe la via dei sogni. L’importante è averne sempre uno: “Nell’alpinismo si va avanti solo avendo un sogno che ci spinge a raggiungere i nostri obiettivi, e ancor prima a crearceli, perché la dimensione creativa pesa molto rispetto ad altri sport che magari prevedono competizioni con obiettivi a cui uno si prepara di volta in volta, come vincere i mondiali o andare alle Olimpiadi. Noi alpinisti invece dobbiamo dare forma al sogno, ce lo dobbiamo costruire”.
Silvia rimane coi piedi per terra: “Sono sempre alla ricerca del prossimo sogno, ma senza perdere concretezza nella mia progettualità. La verità è che i sogni sono a ciclo continuo, se ne realizzi uno parti subito a cercare quello dopo. Adesso ho davanti un obiettivo specifico, a cui lavoro dall’ultimo anno”. Ma è come il compleanno: non si festeggia mai prima. Non ci resta che avere pazienza.
Alpinismo è… onestà
Torniamo per un momento a Chamonix, da dove siamo partiti. Perché quello è stato il momento in cui Silvia Loreggian si era messa a fare sul serio. Quello che le ha consentito oggi di far parte del volume Le vie dei sogni, curato da Andrea Greci.
Cresciuta con la famiglia tra le Dolomiti, dove ha sperimentato con i fratelli lo scialpinismo e l’arrampicata in falesia, ha scoperto l’arrampicata indoor solo dopo i vent’anni, all’inizio dell’università, mollando lo scoutismo. Più diventava “bravina”, come dice lei, e più le veniva voglia di mettersi alla prova, testando i suoi limiti fisici e mentali: una voglia di auto-sfida che non le è mai passata. Per Silvia, infatti, alpinismo è innanzitutto creatività priva di etichette, è rimanere umili inseguendo un miglioramento che non conosce un punto di arrivo definitivo, alimentato dal desiderio di progredire sempre di più. Onestà è la nota di fondo in un mondo sempre più interconnesso che spinge a forzare se stessi nella dimensione dell’apparenza, più che della sostanza.
La palestra l’ha aiutata a migliorare tecnicamente, pur non facendole mai venire la voglia di passare alle gare. È andata avanti così, fra studio e arrampicata, fino al primo lavoro: ma il “bagno di realtà” le è servito solo a capire meglio cosa non volesse fare nella vita. La vita vera la sta aspettando da un’altra parte.
Per la precisione in Patagonia, dove si ritrova, con biglietto di sola andata, insieme a Stefano Ragazzo, un incontro piuttosto decisivo per lei, non solo sentimentalmente. Il Fitz Roy rappresenta un giro di boa. Il lavoro lo aveva già mollato. Una volta a casa, tutto era diventato molto più chiaro. Tre salite da capocordata avevano fatto il resto: il Diedro Casarotto allo Spiz Lagunaz, la Cassin alla Torre Trieste e lo Spigolo Nord dell’Agner. Era venuto il momento di andare a Chamonix.