Dal lavoro forzato alla piolet traction: reinventare l’arrampicata su ghiaccio

Tra il 1968 e il 1973 l’alpinismo passa dalla lenta fatica dello scavare gradini (sulle verticalità più importanti) alla fluidità della piolet traction. Una rivoluzione tecnica che trasforma pareti impossibili in nuove linee di salita.
Le Grandes Jorasses © Wikimedia Commons

Nel gennaio del 1968 René Desmaison e Robert Flematti si appendono al Linceul, il Lenzuolo, della parete nord delle Grandes Jorasses. La scalata è trasmessa in diretta. “In due giorni avanziamo solo di duecento metri – scrive Dasmaison –. Dobbiamo incidere delle tacche nel ghiaccio per i piedi e per le mani; è così duro che rompo due chiodi da ghiaccio ‘a cavatappi’ mentre i tubolari entrano a fatica e non tengono bene. Devo piantarli con grandi colpi di martello, ma si piegano e si strappano con una mano sola… Non era più alpinismo, ma lavoro forzato!

Per più di una settimana Desmaison e Flematti salgono come formiche lo scivolo gelato di ottocento metri a sinistra dello sperone Walker, scavando e imprecando, e inviando ogni giorno una radiocronaca agli ascoltatori. Sembra che la tecnologia abbia finalmente la meglio sulle ripide pareti ghiacciate, e invece ci vogliono nove giorni perché una delle più forti cordate del mondo veda la cima dello scudo vetrato su cui non batte il sole. Oltre che dalle complicanze mediatiche, la lentezza dei due alpinisti dipende dalla tecnica e dai materiali che hanno fatto grandi progressi in roccia ma sono rimasti quasi bloccati, anch’essi congelati, nell’arrampicata su ghiaccio. Anche se le piccozze si sono fatte più corte, dentate e leggere, oltre i cinquanta gradi di pendenza serve ancora scavare centinaia di scalini per salire: tacche per le mani e gradini per i piedi. “Una scala per galline” la definiscono i maligni. “Lavoro forzato” commenta Desmaison, pragmatico.

Sei inverni dopo cambia tutto. Le guide Walter Cecchinel e Claude Jager scalano in tre giorni il couloir nord est dell’Aiguille du Dru sul Monte Bianco, uno spaventoso budello di ghiaccio che si insinua tra il Grand e il Petit Dru facendo impallidire la fama del Linceul. L’ultimo giorno del 1973 Cecchinel e Jager affrontano una cascata gelata con pendenze vicine alla verticale. È tutto un altro arrampicare da quando la tecnica dei ramponi a punte avanti è entrata nel bagaglio degli alpinisti. L’innovazione decisiva deriva dal modo di impugnare la piccozza e di piantare i ramponi. All’École Nationale de Ski et Alpinisme di Chamonix la nuova tecnica è stata definita piolet traction, ed è una progressione che Walter Cecchinel, dal 1970, insegna alle aspiranti guide. “La novità – spiega Jager – sta nell’impugnare la piccozza non più secondo il sistema di ancoraggio classico, il vecchio metodo francese, né in appoggio, l’attuale tecnica austro-tedesca, ma afferrando con la mano la parte bassa del manico. L’altra mano esercita anch’essa una trazione servendosi di un martello da ghiaccio a becco ricurvo, o di una seconda piccozza con le medesime caratteristiche. Così si procede con il massimo di sicurezza anche sui pendii più ripidi e persino al limite della verticale”.

La tecnica frontale alza di colpo le prestazioni abbattendo i tempi di scalata. È un po’ come reinventare l’arrampicata su ghiaccio, scoprendo linee di salita che prima degli anni Settanta sembravano inimmaginabili: colatoi verticali, seracchi, cascate gelate.