Foto Matteo Della Bordella
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Foto Matteo Della BordellaNei giorni scorsi, Matteo Della Bordella e Dario Eynard hanno ripetuto con successo la via Philipp‑Flamm, sulla nord‑ovest del Civetta, in invernale. Non una nuova realizzazione, ma il ritorno sulle orme di un importante pezzo di storia dolomitica, vissuta nelle condizioni più severe che si potessero cercare. Come racconta Della Bordella nel suo post social: “Gli ultimi 3 giorni io e Dario Eynard abbiamo salito la via Philipp‑Flamm sulla parete nord‑ovest del Civetta. Scalare questa parete mitica nel cuore dell’inverno è stata esattamente l’avventura che cercavamo: una vera arrampicata invernale alla vecchia maniera con le mani congelate contro roccia, ghiaccio e vento…
"Nessuno intorno per 3 giorni, due bivacchi gelati straordinari (uno decisamente scomodo) e molta più neve del previsto hanno reso la salita davvero ‘piccante’. Siamo entusiasti e soddisfatti dell’esperienza complessiva e cerchiamo già la prossima!”
Un racconto breve che rende bene l’atmosfera epica e autentica dell’alpinismo invernale: isolamento, freddo intenso, bivacchi duri e terreno misto di roccia e neve. Che sia stata una preparazione a qualcosa di più intenso?
Qualunque possa essere l'obiettivo futuro della cordata, questa salita ci offre l'opportunità per tornare indietro nel tempo e raccontare la storia di una delle più iconiche e famose vie delle Dolomiti.
Il Diedro Philipp‑Flamm
La nord-ovest del Monte Civetta, nel cuore delle Dolomiti di Zoldo, la parete delle pareti. Un’immensa muraglia calcarea di oltre 1000 metri di dislivello, che ha sfidato e affascinato generazioni di scalatori per oltre un secolo. Proprio su questa parete si trovano alcune delle linee più difficili e prestigiose delle Dolomiti: tra queste spicca il Diedro Philipp‑Flamm, una via un tempo assai temuta che ha segnato una svolta nella storia dell’alpinismo dolomitico.
La prima ascensione di questo itinerario, diretto alla Punta Tissi (2992 m), è stata realizzata dal 5 al 7 settembre 1957 dai giovani alpinisti austriaci Walter Philipp e Dieter Flamm.
In un’epoca dominata da vie artificiali e chiodi di progressione, Philipp usa un approccio controcorrente. Lo spiega bene Enrico Camanni qui, su Lo Scarpone. Philipp utilizza pochissimi chiodi, andando contro la moda delle “vie a goccia d’acqua”, e dimostrando una capacità tecnica e mentale che lo pone almeno dieci anni avanti rispetto ai suoi contemporanei. Nell’estate del 1957, a vent’anni, incontra Dieter Flamm e insieme partono alla scoperta del grande diedro della Punta Tissi.
Inizialmente la cordata è composta anche da Claude Barbier e Dieter Marchart, ma i due devono fermarsi il primo giorno a causa di un infortunio di Marchart. Philipp e Flamm proseguono da soli, esplorando la via e affrontando il passaggio chiave del diedro. Bivaccano due volte in parete e, il terzo giorno, raggiungono la cima dei camini della Punta Tissi al tramonto. In totale, affrontano trentasette tiri di corda utilizzando in totale 43 chiodi di progressione e altrettanti per le soste. Con questa salita, i giovanissimi Philipp e Flamm sfiorano il settimo grado, portando il livello dell’arrampicata ad un nuovo standard.
D'inverno?
Servirono vent'anni perché qualcuno decidesse di “sfidare” la via delle vie in condizioni invernali. Già nel 1969 aveva fatto parlare la solitaria compiuta da Reinhold Messner. Ma d'inverno? Nessuno mai. Poi, nel febbraio del 1973 si affacciarono alla parete gli italiani Gian Battista Crimella, Gianni Rusconi, Giorgio Tessari e Giuliano Fabbrica. Fu una stagione particolarmente nevosa quell, e i giorni scelti dalla cordata non migliorarono la situazione, anzi. Le temperature erano basse, la montagna carica di neve, le fessure chiuse dal ghiaccio. La salita fu una vera e propria prova di resistenza e tecnica. Nella prima parte della salita i quattro decisero di fissare delle corde fisse, così da muoversi agevolmente sulle prime difficoltà e conservare le energie per affrontare i passaggi più duri, nella parte alta della via. Tra passaggi di roccia ghiacciata e fessure impraticabili, durante i sei giorni di salita bivaccarono due volte direttamente sulla parete, misurando la propria resistenza fisica e mentale e confrontandosi con un ambiente severo e isolato. Alla fine realizzarono una salita considerata ancora oggi come una delle realizzazioni più significative dell’alpinismo invernale sulle Dolomiti, perché dimostrò la possibilità di affrontare vie molto lunghe e tecniche anche nella stagione più rigida. Sedici anni dopo, sempre in inverno, sul diedro di sarebbe misurato Lorenzo Massarotto, questa volta in solitaria. Era il 3 gennaio 1989.