Dentro Alpstream, dove si studia la fragilità dei fiumi alpini

I fiumi alpini stanno reagendo in modo rapido e drammatico al cambiamento climatico. Tra siccità estreme, piene improvvise e acque sempre più calde, i fiumi alpini diventano sentinelle del futuro. Con il professor Stefano Fenoglio entriamo nel lavoro di Alpstream, il laboratorio a cielo aperto che studia come conservare e tutelare gli ecosistemi fluviali.

I fiumi coprono meno dell'1% della sua superficie terrestre, una frazione minuscola, eppure questi corsi d'acqua ospitano tra il 6 e l'8% della biodiversità complessiva del pianeta. Oggi questo patrimonio è a rischio proprio dove nasce: sulle Alpi. Per capire cosa sta succedendo alle nostre acque, abbiamo intervistato il professor Stefano Fenoglio, co-fondatore del centro di ricerca Alpstream a Ostana (CN), nato nel 2019 dalla sinergia tra il Parco del Monviso e gli atenei piemontesi (Università di Torino, Politecnico e Università del Piemonte Orientale).

 

Perché studiare proprio i fiumi alpini? 

«Perché sono il tratto più delicato degli ecosistemi fluviali», spiega Fenoglio. Sono i primi a risentire della variazione della copertura glacio-nivale, agendo come un campanello d'allarme immediato. I segnali del cambiamento climatico sono ormai inequivocabili e, secondo il professore, essenzialmente due. Il primo è una «variazione schizofrenica delle portate». Se un tempo i regimi fluviali erano prevedibili, scanditi dallo scioglimento delle nevi e dalle piogge autunnali, oggi assistiamo a un'alternanza violenta: «Nel 2022 abbiamo assistito in Piemonte a una delle peggiori siccità che si ricordino... e poi nel 2023 c'è stata un'alluvione». Il secondo segnale è l'aumento delle temperature dell'acqua. In alcuni torrenti alpini, come il Malone a nord di Torino, sono stati registrati picchi estivi di 30 gradi. «L'acqua calda significa acqua con poco ossigeno», sottolinea Fenoglio, spiegando come questo porti alla morte per soffocamento di pesci tipici di queste zone, come lo scazzone, abituati ad acque fredde e ben ossigenate

 

Alpstream: un laboratorio a cielo aperto

Per monitorare questi fenomeni è nato Alpstream, un centro voluto dal Parco del Monviso insieme all'Università e al Politecnico di Torino. Situato a Ostana, il centro non è solo una base logistica per portare gli studenti sul campo, ma un vero e proprio laboratorio sperimentale all’avanguardia. Il fiore all'occhiello sono i "mesocosmi": un sistema di canali artificiali dove i ricercatori possono manipolare le condizioni idrauliche. Qui è possibile simulare siccità, piene o cambiamenti di portata per studiarne l'impatto sulla biodiversità in tempo reale, esperimenti impossibili da realizzare in natura senza variabili di disturbo
Le ricerche condotte qui e nei fiumi limitrofi hanno svelato realtà preoccupanti. Il progetto PRIN NoAcqua, ad esempio, ha dimostrato che la siccità intermittente, un fenomeno nuovo per le Alpi, causa una perdita di biodiversità che persiste come una "memoria biologica" anche dopo il ritorno dell'acqua. Un altro studio cruciale ha indagato la zona iporreica (l'interstizio ghiaioso sotto il letto del fiume) che si pensava fosse un rifugio sicuro per gli invertebrati durante le secche, ma i dati raccolti tramite piezometri nel Po hanno smentito questa ipotesi: pochissimi organismi riescono a sopravvivere rifugiandosi in profondità. La ricolonizzazione del fiume, quindi, avviene quasi esclusivamente tramite la deriva (drift) da monte, rendendo ancora più vitale la continuità del corso d'acqua.

 

“Siamo una specie fluviale”

Al di là della biologia e dell'ingegneria, Alpstream punta a recuperare anche l'aspetto antropologico del fiume. «Noi siamo una specie fluviale», ricorda Fenoglio, sottolineando come il 95% della popolazione mondiale viva ancora oggi a pochi chilometri da un corso d'acqua. Le popolazioni alpine, in particolare, hanno un legame ancestrale con l'acqua: basti pensare alle "bialere" o “bealere”, termine del dialetto piemontese di origine celtica (da “beda” che significa fossato) che indica i canali scavati per secoli per irrigare e muovere mulini. Dai fiumi dipendiamo per l'acqua che beviamo, per l'energia idroelettrica e per l'agricoltura. I fiumi sono anche, storicamente, l'unico sistema naturale in grado di allontanare i nostri rifiuti, una funzione che ha permesso lo sviluppo delle nostre città. Oggi questo legame tra essere umano e realtà fluviale si rinnova attraverso la didattica e l'educazione. Alpstream ospita studenti da tutta Europa grazie al progetto UNITA - Universitas Montium, che crea ponti tra atenei di aree montane (dalla Romania al Portogallo), favorendo lo scambio di buone pratiche per chi vive nelle "terre alte".

 

Guardare al futuro: la necessità di dati storici

Uno dei problemi principali nella gestione delle acque in Italia è la mancanza di una robusta serie di dati storici. Senza sapere com'era il fiume cinquant'anni fa, è difficile prevedere come sarà domani. «Se non hai dati pregressi, vivi proprio alla giornata», avverte Fenoglio. Per questo, il monitoraggio a lungo termine è fondamentale, così come la formazione delle nuove generazioni. Il centro Alpstream è diventato un punto di riferimento per la didattica, ospitando summer school e studenti anche provenienti dal nuovo corso di laurea in "Scienze e Tecnologie per la Montagna" dell’Università di Torino, con l'obiettivo di formare esperti che sappiano gestire la montagna non con la mentalità del passato, ma con strumenti adatti alle sfide del presente.

 

L'obiettivo finale? Un approccio interdisciplinare

I fiumi sono ambienti complessi e, come conclude Fenoglio, per salvarli c'è bisogno che ingegneri, biologi, chimici e amministratori lavorino insieme. L'obiettivo di Alpstream va quindi oltre la biologia e mira a creare un modello di gestione interdisciplinare. Ingegneri idraulici lavorano fianco a fianco con ecologi e biologi per capire come la morfologia del fiume influenzi la vita che ospita. I fiumi non sono solo oggetti di studio, ma sistemi viventi da comprendere nella loro complessità. Mettere attorno allo stesso tavolo saperi diversi non è più un’opzione, ma una necessità per continuare a far scorrere la vita, dalle sorgenti alpine fino a valle.