Elio Bonfanti e l'arrampicata su ghiaccio: "Era tutto un cercare... non immaginavamo cosa sarebbe successo"

L'alpinista piemontese ripercorre le gioie della sua carriera. "Grassi? All'inizio ero un suo cliente, poi smise di chiedermi i soldi ma ero in imbarazzo". "Se il livello tecnico oggi è altissimo è merito dello spit, diciamolo"

Elio Bonfanti è diventato alpinista in un periodo storico di grande fermento, quando a Torino il Nuovo mattino stava riscrivendo le regole del gioco, o per lo meno contestava le consuetudini date. Senza polemica e con un appassionato spirito rivolto al fare, Bonfanti ha arrampicato con i migliori scalatori dell'epoca, ha esplorato nuove tendenze, è diventato istruttore per tanti giovani. Oggi continua a scalare e continua a osservare con uno sguardo curioso le tendenze che animano l'ambiente.


L'arrampicata per te è stata ricerca di una dimensione diversa o era già il tuo ambiente naturale?

Direi la seconda. Non dovevo fuggire da niente, già a 5-6 anni andavo per roccette, a 13 mi hanno portato a fare il Naso del Lyskamm, il mio battesimo è stato quello. A instradarmi è stato mio cugino, Guido Morello. Poi ho avuto la fortuna di arrampicare con scalatori molto forti.


Gian Carlo Grassi è stato sicuramente uno di questi. Che cordata era la vostra?

Io con lui ho iniziato come cliente. Dopo un corso roccia e un corso ghiaccio aveva iniziato a chiamarmi. Io pensavo che mi cercasse come cliente, quindi un po' ero tentato e un po' restio, anche perché di soldi non è che ne avessi in avanzo. Un giorno ho accettato e siamo andati ad aprire una via, la via della super vipera, nelle gole del torrente Sessi, a Caprie. A fine giornata mi ha detto che soldi non ne voleva, era tutto a posto. La settimana dopo la cosa si è ripetuta, ma ero in imbarazzo. Tanto che poi ho chiamato sua moglie e le ho spiegato la cosa, ma lei mi ha risposto che se non mi chiedeva soldi era perché non ne voleva.


Era un rapporto allievo-maestro?

No, affatto. Gian Carlo era molto democratico. Mi spingeva ad andare da primo. Tecnicamente scalavo abbastanza bene e se c'erano dei passaggi che oggi vengono definiti “boulderosi”, mi mandava avanti volentieri. Dove c'era da avere pelo sullo stomaco però prendeva in mano lui la situazione, era impareggiabile. Mi trattava da pari e abbiamo avuto anche le nostre belle discussioni. Era una persona eccellente sotto il profilo umano, piacevole. E con il passare del tempo iniziò anche a confidarsi delle frustrazioni, dei dispiaceri alpinistici. Tanto che un giorno aprimmo una via che si chiamava L'attesa che non paga e infatti Gian Carlo non godeva di molta attenzione. Contrariamente ad altri non si pubblicizzava con salite più “spendibili” o in zone più alla moda. Lui al pubblico è arrivato dopo, come molti che non ci sono più.

 

Gian Carlo Grassi era molto democratico ed era una persona eccellente sotto il profilo umano. Dove c'era da avere elo sullo stomaco però andava avanti lui


L'arrampicata su ghiaccio era agli albori in Italia. Eravate consapevoli che stava iniziando qualcosa di nuovo?

Erano gli albori: si partiva in esplorazione, non c'era Gulliver che diceva quali sarebbero state le condizioni che si sarebbero potute incontrare. E poi non c'era una attrezzatura specifica, non da noi. La prendevamo dall'estero…ma anche lì, non è che ci chiedessimo se oltre confine ci fosse qualcuno più avanti di noi. Dopo ho scoperto che in Canada o Norvegia certe cose si facevano già da tempo, o che Cesare Maestri già ai suoi tempi aveva arrampicato su ghiaccio. A quel tempo noi andavamo e basta, senza farci troppe domande.


Com'era stata recepita l'arrampicata su ghiaccio nell'ambiente?

Non era vista proprio come una categoria. C'erano le palestre di roccia e potevano starci allo stesso modo le cascate. Ma, per esempio, A Giampiero [Motti, ndr], poco importava di pubblicare certe salite. Aveva attenzioni per cose più vicine al suo, di mondo, o alle grandi nord e noi eravamo appena all'inizio. Era molto coinvolgente, ma era davvero tutto un cercare, un provare senza riferimenti. Una volta andavi a fare una cascata di tre tiri e tornavi a casa stremato. Sia sul piano fisico che psicologico.


C'è stato un momento che ha portato a un “clic”, un cambio di passo?

Sì ed è stata l'apertura di Repentance a Cogne [1989, ndr]. Ha dato la stura all'alta difficoltà. È stata molto corteggiata, tentata da molti e ha fatto scuola. Da quel momento in poi era certificato che ci si potesse spingere più in là di quanto avessimo mai provato…ma prima di allora l'arrampicata su ghiaccio non era vista come una vera e propria attività, veniva identificata con un gruppo ristretto di persone.

 

Repentance a Cogne ha segnato un cambio di passo nell'arrampicata su ghiaccio


Noto una passione dei giovani per storie come quella di Grassi e per l'arrampicata di quel periodo. Sei d'accordo?

Sì e mi stupisce abbastanza che molti giovani tra quelli che si avvicinano alla montagna abbiano fame di storia. Vogliono capire certi personaggi, contestualizzandoli nei loro anni. È una cosa bella, tanto più che l'alpinismo ha avuto una accelerazione esponenziale. L'asticella si è alzata, ma c'è attenzione anche al passato.


Chi ti piace dei giovani d'oggi?

Amo incondizionatamente François Cazzanelli. Ama la ricerca, non trascura la storia, si mette in gioco. Lo vedo come uno degli ultimi romantici, oltre a essere un fuoriclasse. C'è una generazione di ragazzi che amano davvero la montagna, l'ho visto di persona perché era il periodo in cui insegnavo nelle scuole. Fanno la guida per passione e non sono personaggi.


Cosa deve insegnare un buon istruttore oggi?

A tornare a casa. È qualcosa che non sempre viene colto. Una volta non c'erano previsioni meteo, noi davvero partivamo con il brutto perché poi poteva solo migliorare. Ma se caricava, facevamo dietrofront, non ci mettevamo nei pasticci. Oggi c'è una sorta di impazienza, di incapacità di rinunciare.


È tornata di moda anche la Valle dell'Orco, come altri posti del “trad”. Cosa ne pensi?

È uno dei nostri paradisi di roccia ed è anche sottoutilizzato, c'è spazio per fare ancora qualcosa di significativo. Una volta la Valle dell'Orco era temuta, oggi i ragazzi hanno a disposizione strumenti eccellenti per fare quello che chiamano “trad”. E poi sono molto preparati fisicamente. Ma forse era più trad il nostro, anche se non si chiamava così.

 

Richiodare le classiche a spit? Bisogna vedere dove e come, ma se il prezzo da pagare è la pelle…non bisogna avere dogmi


Cosa ne pensi del gran parlare che si fa di chiodature e richiodature?

Che bisognerebbe andarci morbidi sull'argomento, evitare gli schieramenti. Non è un crimine mettere uno spit se il prezzo da pagare è non tornare a casa. Ricordiamoci sempre che ora possiamo fare tutti i passi indietro che vogliamo sulle chiodature, ma se siamo al livello di oggi è perché prima si è spittato parecchio. E poi nella vita bisogna capire chi sei e cosa vuoi. Vuoi diventare Auer? Se lo diventi forse puoi avere la verità in tasca, ma altrimenti io credo sia più importante portare a casa la pelle.


Spit anche sulle classiche?

Bisogna sempre capire dove e come, ma di nuovo senza dogmi. Si dice che per riattrezzare le vie vecchie è meglio mettere un chiodo. Ma certi chiodi sono lì da sempre, fino a diventare delle protezioni fisse perché nessuno va a toglierli. E poi in certi posti la roccia muove: nel vallone di Sea le fessure stirano e sputano i chiodi. Allora o ci portiamo il martello per ribatterli, oppure forse a volte si può pensare di mettere uno spit senza creare uno scandalo.