Lupo appenninico © Ambquinn, pixabay
Enrico Ferraro, tecnico faunistico e accompagnatore di media montagna © Enrico Ferraro
Un orso bruno nelle valli del Trentino © Andrea Ferraro
Un Lupo Italiano, la specie presente in Trentino © Andrea Ferraro
Un orso bruno (Ursus arctos), la specie presente in Trentino © Frank Vassen, wikicommons
Sciacallo dorato © Jan Ebr, wikicommons
Come si svilupperà la convivenza a breve e medio termine con i grandi carnivori in Trentino e in Italia? È stato questo il tema della conferenza I grandi carnivori e Noi: quale futuro? tenutasi mercoledì 1 aprile a Bleggio superiore. Enrico Ferraro, tecnico faunistico e accompagnatore di media montagna, ha analizzato nel corso della serata come evolverà nei prossimi anni la coesistenza con orsi, lupi e le altre specie presenti nei boschi di Alpi e Appennini. Abbiamo parlato con Ferraro proprio della complessa relazione della popolazione col selvatico, e del futuro prossimo dei grandi carnivori alla luce anche dei fatti di cronaca degli ultimi anni.
Una convivenza complessa
Quale sarà il futuro dei grandi carnivori nei prossimi 10 o 20 anni?
Il futuro della lince, tra tutti, è quello meno roseo. Dopo il passaggio di B132, l’esemplare che proveniva dalla Svizzera e rimasto a lungo nel Brenta, non ci sono stati altri avvistamenti in Trentino, mentre il primo branco di sciacalli è stato registrato a Fiavè, poco a ovest del monte Brento, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, e attualmente i branchi sono almeno quattro.
Il lupo, invece, continuerà a vivere nelle nostre zone in futuro, e a lungo. Generalizzando, se l’area appenninica non vedrà grossi incrementi numerici dato che ha già raggiunto la densità massima per specie, nella parte alpina vedremo ancora un aumento dei branchi. Rimangono infatti ancora alcune aree, come parte della Lombardia, del Friuli, dell’Alto Adige o del Trentino occidentale, in cui la specie non è presente in maniera stabile.
“Nei prossimi 5-10 anni i branchi di lupi in Trentino potrebbero aumentare”
È molto probabile che nei prossimi 5-10 anni il numero di branchi in Trentino possa aumentare, sia per occupare le poche aree ancora libere sia perché potremmo assistere a una contrazione dell’area mediamente occupata dal singolo branco, di circa 200 km2. Questo dato, però, è stato recentemente rivisto al ribasso da uno studio sulla provincia di Belluno, ed è quindi possibile ipotizzare che nei prossimi anni si possa anche raggiungere il valore di 40 branchi nella provincia di Trento considerando anche i branchi confinanti. Servirebbe, però, un monitoraggio più attento, anche se in Trentino già si attua un buon monitoraggio della specie ogni anno.
E per l’orso?
Sulla dinamica di questa specie c’è un grande punto interrogativo. Fino ad oggi l’orso è sempre aumentato di numero, con tassi di incremento poco più alti delle più rosee aspettative. Occorre ricordare che il progetto Life Ursus, terminato nel 2004, è stato voluto ed accettato da gran parte della popolazione, ma le radici di questo progetto vanno ricercate addirittura a fine Ottocento e inizio Novecento, tanto che venne deciso di proteggere la specie già nel 1939. Recentemente, col progetto Life Ursus, la reintroduzione degli orsi è stata a lungo discussa nelle sedi istituzionali prima di venire attuata, come testimoniato anche da un amministratore locale nel corso dell’incontro di ieri. È vero anche che, probabilmente, non si era ben compresa la pericolosità della specie, seppur sia stata messa nero su bianco dallo “Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno sulle Alpi centrali”.
Sul numero di esemplari, fino a tre anni fa (gli ultimi dati disponibili risalgono al 2023, ndr.) il numero di orsi era in aumentato nonostante alcuni casi di bracconaggio, con 98 adulti circa più i cuccioli. Ma, a partire dal 2023 con il tragico evento della morte di Andrea Papi, certamente la gestione dell’orso è cambiata. Il clima sociale è mutato completamente, ed è evidente come vi sia stato un aumento nel numero di orsi uccisi illegalmente, anche tra gli esemplari che non erano mai stati problematici. Parallelamente anche l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha correttamente dato parere favorevole ad un maggior numero di interventi nei casi che riguardano orsi problematici.
Certamente, fin dall’inizio del progetto Life Ursus e poi dal 2004 con la gestione “ordinaria della specie” era possibile intervenire, anche in maniera forte, con la rimozione degli individui. Tra l’altro lo stesso “Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno sulle Alpi centrali” riportava la possibilità della rimozione degli individui problematici nel caso le prime azioni di dissuasione non avesse portato a cambiamenti nel comportamento dell’orso problematico. È anche interessante notare come lo stesso studio, in alcuni passaggi, non citi nemmeno la possibilità della cattura e captivazione permanente del singolo orso, ma parli direttamente di abbattimento.
Quale effetto avrà il bracconaggio sui numeri della specie?
Non è ancora possibile capirlo, dobbiamo attendere i dati del censimento genetico del 2025. Oltre alle tre rimozioni del 2023, gli orsi rinvenuti senza vita tra 2023 e 2024 sono stati circa una decina. In alcuni di questi casi abbiamo evidenze di bracconaggio, una pratica sicuramente in aumento, anche se in certi casi potrebbe essersi trattato di scontri tra orso e orso a causa del maggior numero di esemplari. Dai valori di stima della popolazione per il 2025, disponibili a breve, vedremo se l’effetto del bracconaggio registrato nell’ultimo biennio ha portato ad un rallentamento della crescita della popolazione o addirittura ad un calo della stessa.
“Senza anche un solo orso dalla Slovenia si rischiano problemi di consanguineità”
Se consideriamo la sopravvivenza della specie nel medio-lungo termine, oltre al il bracconaggio, nel caso del Trentino vi potrà essere un possibile problema per la sopravvivenza della specie dovuta alla scarsa variabilità genetica della popolazione. Nel corso del 2025 è stata ripetuta un’indagine proprio su questo aspetto e avremo a breve i risultati. Sebbene non siano ancora emersi problemi legati alla consanguineità, tutti gli orsi nella nostra zona sono figli di cinque linee materne e due sole paterne.
È un aspetto molto complesso e servono certamente competenze da genetisti, ma è ipotizzabile che in futuro possano emergere problemi in questo salvo che non si registri un ingresso dalla Slovenia, magari anche di un solo maschio che arrivi a riprodursi con qualche femmina. Questo animale dovrebbe attraversare tutta l’area alpina del nord-est, ma non è un evento impossibile essendo già avvenuto al contrario. È più difficile, almeno nel futuro prossimo, pensare ad un’azione di traslocazione anche solo di due individui per aumentare la variabilità genetica della popolazione.
La legislazione che riguarda lupo e orso è destinata a cambiare nel breve termine?
Dipenderà molto dal clima sociale. Ad oggi, l’orso è una specie ancora inserita “nell’allegato IV” della Direttiva Habitat, dunque a protezione rigorosa, ed è già stato dichiarato che questa classificazione non verrà modificato. Il lupo è stato declassato e inserito “nell’allegato V”, rimanendo una specie protetta ma che potrebbe essere oggetto di gestione venatoria, anche se è impensabile che in Italia arriveremo mai ad inserire il lupo nell’elenco delle specie cacciabili.
“La norma degli otto orsi abbattibili all'anno va a tutela della specie”
Anche la discussa norma degli otto orsi abbattibili all’anno, in realtà, può esser vista come qualcosa che va a è a tutela della specie, perché impone un limite massimo e non un limite minimo. Uno dei principi degli abbattimenti in deroga, infatti, è che non si vada a intaccare lo stato di conservazione di una specie. Quella norma non fissa una quota di abbattimento al pari dei piani di abbattimento di altre specie, semplicemente fissa un valore massimo, ma deve essere comunque fatta un’istruttoria specifica, caso per caso, per richiedere la deroga relativa ad ogni singolo esemplare. Basti pensare che a quel valore di otto orsi non ci si è mai neanche avvicinati nel caso degli abbattimenti legali e autorizzati.
Perché il lupo è stato declassato da “allegato IV” ad “allegato V”?
In Italia siamo passati da 150-300 lupi circa a oltre 3500, in Europa siamo oltre i 21000 esemplari, con un evidente incremento numerico. Al tempo stesso, non possiamo negare che la ragione del declassamento sia stata anche una scelta prettamente politica, sotto la spinta di alcuni portatori di interesse. Occorre però ricordare come anche per le specie in “allegato V” si debba comunque garantire lo stato di conservazione soddisfacente, per cui a livello comunitario la norma prevede che seppur siano possibili abbattimenti, fino anche ad inserire la specie tra quelle cacciabili, si deve comunque garantire lo stato di conservazione soddisfacente.
Poi, parlando per l’Italia, rimane in essere la L. 157/92, in cui il lupo rimane inserito attualmente nell’elenco delle specie particolarmente protette, ed anche una sua eventuale modifica difficilmente porterà ad inserire il lupo nelle specie cacciabili. Riassumendo, seppur potrebbero essere meno stringenti le richieste per eventuali abbattimenti in regime di controllo della specie, la stessa rimane protetta.
Probabilmente, però, era un declassamento che andava effettuata a livello nazionale. Altre nazioni adottano approcci molto differenti, come in Francia, dove però nonostante l’alto tasso di abbattimenti (fino al 20-21% della popolazione di lupi) il numero rimane stabile su valori di poco sopra al migliaio. In Norvegia e in Svizzera, invece, l’approccio è estremamente contrario alla conservazione della specie. Per questo, praticano moltissimi abbattimenti e conservano solo un numero minimo di esemplari, ma non dimentichiamo che per queste due nazioni non si applica la Direttiva Habitat.
Qual è il futuro di queste specie negli altri stati Europei?
Sul futuro di queste specie e sulle varie legislazioni pesa molto l’aspetto sociale. La Francia, come anticipato, pratica un 20% circa di abbattimenti da alcuni anni. Se applicassimo la stessa percentuale all’Italia, vorrebbe dire abbattere oltre 700 esemplari sugli oltre 3500 presenti. Invece, in Italia ad oggi gli abbattimenti legali sono stati solo due lo scorso anno (uno per Bolzano ed uno per Trento). Una percentuale come quella francese non verrebbe assolutamente accettata.
“In Italia serve un nuovo piano di gestione del lupo”
In Italia, il piano di gestione del lupo è del 2002 ed aveva cinque anni di validità. Tra il 2015 ed il 2016 il Ministero aveva dato mandato alla redazione di un nuovo piano di gestione, ma la Conferenza stato-regioni non ha mai trovato un accordo, soprattutto sul tema più scottante degli abbattimenti. Un approccio molto differente rispetto agli stati scandinavi, dove ci sono già stati casi – come in Finlandia – di procedure di infrazione da parte dell’UE per la gestione scorretta della specie.
In Svizzera, nonostante un referendum sulla modifica della legge sulla caccia – proprio per consentire un maggior abbattimento dei lupi – sia stato respinto col 51,9% dei voti, la legge è stata comunque modificata per consentire l’abbattimento di interi branchi inclusi i cuccioli anche se non sono dannosi, o per certe situazioni fino a 2/3 dei cuccioli presenti.