Escursionismo e accessibilità, la montagna come luogo d'incontro

Il manuale di "Escursionismo e accessibilità" pubblicato da CAI Edizioni in collaborazione con Terre di mezzo Editore è in libreria. Ne parliamo con gli autori: la Struttura di Accompagnamento Solidale presieduta da Fabio Pellegrino e Pietro Scidurlo. “Noi non siamo la nostra condizione, siamo persone che vivono una determinata condizione”

 

Da pochi giorni è in libreria il manuale di Escursionismo e accessibilità. Buone pratiche per l’autonomia e l’accompagnamento all’aria aperta (272 pp., 25 euro, CAI Edizioni 2026), con un glossario finale di “parole preziose”, pubblicato in collaborazione con Terre di mezzo Editore e con una prefazione di Lola Delnevo. È scritto a due teste: una è quella di Pietro Scidurlo, esperto di accessibilità, progettista di itinerari, viaggiatore, l’altra è quella della Sodas, Struttura di Accompagnamento Solidale nata in seno al CAI nel 2024 per promuovere l’inclusione attraverso la montagna e trasformare l’esperienza dell’escursionismo in strumento di crescita personale e socializzazione. 

Il manuale, che si focalizza in particolare sull’accessibilità per persone con disabilità motoria e sensoriale, fornisce informazioni concrete su ausili, attrezzatura, formazione, classificazione dei sentieri (e in particolare del Sentiero Italia CAI), ma vola altissimo quando parla dell’universo di valori che stanno dietro all’attività degli accompagnatori volontari del CAI, o dell’importanza che le persone in quanto individui hanno al di là della loro condizione o esigenze specifiche, promossa da Pietro da oltre 10 anni con l’associazione Free Wheels.

LA MONTAGNA COME LUOGO DI EDUCAZIONE ALLA DIVERSITÀ

Nell’introduzione si evidenzia un concetto fondante per chi si occupa di inclusione: la montagna diventa il luogo di educazione alla diversità. Significa che accessibilità non deve rimandare solo a disabilità, ma a chiunque abbia un bisogno specifico, anche temporaneo. “Potrebbe essere una persona anziana che fa fatica a camminare e ha semplicemente bisogno di qualcuno che la accompagni: è bello poter esaudire un desiderio” dice Fabio Pellegrino, presidente della Sodas, nata come evoluzione del gruppo di Montagnaterapia a lungo animato e ispirato da Marco Battain, mancato da poco. A lui la Sodas ha dedicato la sua parte del manuale di Escursionismo e accessibilità, quella che focalizza sull’escursionismo adattato: una delle due anime di cui si compone, insieme alla Montagnaterapia, tanto da avere due vicepresidenti dedicati e due specifici corsi di formazione. Se infatti la Montagnaterapia si rivolge a chiunque abbia necessità particolari di accompagnamento in montagna (persone con disturbi mentali, o con diabete e autismo), l’Escursionismo adattato riguarda solo chi ha una disabilità motoria. Nella concezione di Sodas si pratica con l’utilizzo di ausili, ovvero le Joëlette che, come si spiega nel prezioso glossario finale, è “una sedia da trekking a una o due ruote centrali”. “Sono due cose diverse, ma la relazione umana che si instaura è la medesima” ci tiene a dire Pellegrino che aggiunge anche come a volte le due anime si fondano, se si associano più patologie. 

“È bello poter esaudire un desiderio”.  F. Pellegrino

IL CAI E L’INCLUSIONE

Nel manuale si spiega com’è nata e com’è organizzata Sodas, quali sono i principi che la ispirano, come si diventa un accompagnatore solidale e come funzionano gli ausili, focalizzando poi anche su cosa significa accessibilità sui sentieri, con testimonianze e suggerimenti di percorsi idonei lungo il Sentiero Italia CAI (è già online la mappa del SICAI accessibile). “Paradossalmente oggi non è difficile avere una Joëlette, ma poi bisogna costruire la rete dei volontari, ovvero il capitale umano, perché da solo il capitale infrastrutturale non basta: servono almeno 5 persone per ogni ausilio, uno davanti, uno dietro, due di controllo, uno di coordinamento e poi ti devi dare anche il cambio” spiega Fabio. Il corso di formazione può durare anche solo un week-end intensivo, per la Montagnaterapia ci sono delle lezioni online, poi si parte con la pratica insieme agli istruttori: si punta molto sulla responsabilità, perché in ogni caso, come qualunque attività praticata in seno al CAI, non si prescinde mai dal concetto di frequentazione responsabile della montagna, a cui si aggiunge la responsabilità specifica verso un’altra persona, anche in termini assicurativi. In ambito di Montagnaterapia, si lavora di più sulla costruzione di un progetto, quindi non solo sulla singola uscita, ma su una serie di attività che possano dare valore a quell’esperienza. Significa per esempio coinvolgere il guardiaparco, per insegnare ai ciechi a riconoscere gli alberi attraverso i sensi e gli odori toccando la corteccia: “Noi portiamo queste persone a scoprire la montagna e devono avere la possibilità che hanno tutti per farlo”.

“Paradossalmente oggi non è difficile avere una Joëlette, ma poi bisogna costruire la rete dei volontari, ovvero il capitale umano”. F. Pellegrino

DIVENTARE ACCOMPAGNATORI SOLIDALI

Ci rivolgiamo a tutti i soci CAI che si fanno bloccare dalla paura all’idea di approcciarsi alla disabilità, emerge spesso quando tengo i corsi di Montagnaterapia. Prima di tutto bisogna togliere il pietismo: molti vedono la disabilità come una sfortuna, ma la verità è che siamo tutti esseri umani, ognuno per quello che è. Dopo tanti anni, posso dire che quando si parte insieme su un sentiero la disabilità non è mai l’argomento principale. Ho conosciuto un ragazzo biamputato laterale, che ha perso una gamba e un braccio sullo stesso lato a causa di un incidente in moto, e ha le protesi: mi ha parlato dei suoi progetti, del fatto che studia scienze naturali, insomma, come si fa con chiunque”. 

“Prima di tutto bisogna togliere il pietismo: molti vedono la disabilità come una sfortuna, ma la verità è che siamo tutti esseri umani”. F. Pellegrino

La prima caratteristica di chi voglia diventare un accompagnatore solidale infatti è “la voglia di condividere insieme un’avventura in montagna e la capacità di creare una connessione: noi ci teniamo a dire sempre che le persone le accompagniamo, non le trasportiamo, e camminiamo con loro, con i loro genitori, con i loro caregiver. Si finisce sempre per avere indietro molto più di quello che si offre. La dimensione della condivisione, che anche Lola Delnevo (nuovo membro di Sodas, NdR) evidenzia nella sua presentazione, è fondamentale ed è un valore che caratterizza proprio noi come CAI: per noi è importante lo stare insieme, il fare gruppo, la relazione umana nell’andare in montagna, indipendentemente dal tipo di ausilio che utilizzi, carrozzina, handbike da sterrato o altro”. 

“Per noi è importante lo stare insieme, il fare gruppo, la relazione umana nell’andare in montagna, indipendentemente dal tipo di ausilio che utilizzi”. L. Delnevo 

IL FONDAMENTALE RAPPORTO CON IL TERRITORIO

L’esperienza di Fabio Pellegrino è partita con l’Alpinismo Giovanile: oggi si occupa soprattutto di accompagnare ragazzi diabetici con la Montagnaterapia, un’attività “dall’alto valore di restituzione” che svolge dal 2017 all’interno della sua sezione di Cuneo, ma non solo. “Il rapporto con il territorio è fondamentale: è una buona pratica sancita anche dalla Carta Etica della Montagna, nata proprio da una collaborazione fra CAI Piemonte e Regione Piemonte, sancisce dei principi generali di approccio etico ed è stata firmata da molti, anche fuori dal CAI. È etico creare connessioni con un territorio, perché significa andare in un luogo non per sfruttarlo, ma per conoscerlo”. E questo approccio si collega a un altro punto toccato nell’introduzione programmatica al manuale, ovvero che l’accessibilità deve integrarsi con la sostenibilità ambientale: la frequentazione della montagna non deve esserci a ogni costo. Un principio che sottende un rispetto quasi sacro della persona e della natura, come due facce della stessa medaglia. “Trovo più grave che le barriere fisiche si trovino nelle città, dove sarebbe più facile eliminarle, anziché in montagna, dove dovremmo muoverci col passo più leggero possibile”.

WEBINAR E INCONTRI

In fondo basta poco, è tutta questione di sensibilità: non cambia molto a un rifugista se nel menù tiene anche una pietanza senza maiale, per chi è musulmano, oppure cibi adatti a chi soffre di celiachia, sapendo come fare. Per questo Sodas ha in programma una serie di webinar per creare delle occasioni trasversali al CAI di formazione, rivolta in generale ai professionisti della montagna a vario titolo, su temi vari che arrivano a toccare anche il disagio giovanile, in cui l’andare per boschi e sentieri può aiutare moltissimo. Per i rifugisti era già stata realizzata la serie web “Una montagna di valori” (2025, disponibile sul canale Youtube di Sodas), mentre nel 2022 il CAI aveva sostenuto la distribuzione della docufiction diretta da Gabriele Vacis sul tema dell’autismo, “Sul sentiero blu”, con i ragazzi del professor Roberto Keller (un luminare nel settore che ha saputo mettere i suoi ragazzi al centro) in viaggio sulla Via Francigena. Alessandro Beltrame ha di recente girato una sorta di sequel intitolato “In cammino con i lupi”, dal nome del trekking organizzato la scorsa estate, con il finanziamento della sede centrale del CAI, dalla Sezione di Cuneo con Sodas, sempre con il professor Keller, se passerà la selezione potremo vederlo al prossimo Trento Film Festival. Dove nel 2024 era stato proiettato “Cambiamenti in quota”, un breve ma intenso documentario che focalizzava su tre diversi progetti da nord a sud. Il 14 giugno si terrà un raduno di Joëlette nella zona dell’Est Monterosa, il 13 e 14 settembre fra Rovereto e l’Altopiano del Brentonico il consueto Raduno annuale di escursionismo adattato “A ruota libera” quest’anno organizzato dalla SAT (qui per iscriversi qui), che sarà anche un momento di ricordo di Marco Battain.

C’è una richiesta incredibile dal territorio” rivela Fabio. “Abbiamo progetti in tutta Italia ma servono volontari e anche finanziamenti, per non pesare su queste famiglie che spesso sono già provate economicamente. Viviamo un tempo in cui i servizi sociali e medici saranno sempre più in difficoltà, temo”. Le sezioni eventualmente interessate ad ampliare la loro offerta possono contattare la Sodas (info sul sito) e organizzare un corso di formazione. Al momento sono attive 100 sezioni (su oltre 500 totali nel CAI), e circa 1700 volontari, stando all’ultimo sondaggio risalente però a qualche anno fa, in attesa che si faccia una nuova mappatura. Sono 200 le persone che ogni anno frequentano i corsi, dal Piemonte alla Sicilia. Un sintomo della vitalità del capitale umano interno al Club Alpino Italiano. “Queste esperienze fanno stare bene le persone: grandi scrittori, come Mario Rigoni Stern o Nuto Revelli, hanno raccontato le storie di quelli che pensiamo essere gli ultimi, ma forse sono proprio loro ad aver più da dire”.

AGIRE NON SOLO PER SÉ, MA PER TUTTI

Scidurlo, attivo sul tema dell’accessibilità dal 2013, da quando capì che quella non poteva essere solo una missione personale. “Quando nel 2012 ho intrapreso l’esperienza del Cammino di Santiago, una delle cose che più mi è mancata erano le informazioni di base: sono partito senza sapere dove avrei mangiato, dove avrei dormito, se avrei trovato delle strutture e dei servizi che rispondessero ai miei bisogni. Eppure io non ero la prima persona con disabilità motoria che affrontava il Cammino Francese, il più camminato al mondo (la via più nota di accesso a Santiago, NdR). Significava che chi lo aveva percorso prima non aveva mai raccolto una serie di informazioni utili per chi avrebbe avuto le stesse necessità dopo, oppure, se lo aveva fatto, non le aveva mai condivise. Eppure, quell’esperienza mi aveva dato un benessere profondo, non poteva morire con me, dovevo renderla fruibile anche ad altri come me”. Ecco perché da lì è nato prima un blog, poi Free Wheels, un’associazione fondata, con altri, per “far provare grandi emozioni anche a chi non può camminare con le proprie gambe o vedere con i propri occhi”, come si legge sul sito, restituendo “la libertà di poter andare ovunque con le nostre ruote, con i nostri strumenti, con le nostre possibilità”. “Niente di quello che faccio nella vita è fine a se stesso, ho sempre bisogno di pensare che abbia una ricaduta sul prossimo”. 

UN OSTACOLO CULTURALE

Pietro con Free Wheels si rivolge a tutti, ma nel manuale soprattutto alle persone con disabilità motoria e sensoriale. Ma sarebbe sbagliato associare il tema dell’accessibilità solo a quello della disabilità, come affermato anche da Pellegrino: “Tutti noi abbiamo bisogno di accessibilità di qualsiasi natura”. Pensiamo per esempio a chi ha particolari esigenze alimentari, o alle famiglie con bambini. “L’accessibilità deve diventare trasparente, mettendo in chiaro una serie di informazioni che ancora oggi si ottengono solo telefonando alla struttura dove intendiamo recarci, con il rischio anche che chi ci risponde non sia preparato per farlo. Ecco a cosa servono le mappature che fa Free Wheels, o i rilievi dell’accessibilità”: l’obiettivo è arrivare ad avere le informazioni che per esempio caratterizzano i sentieri di montagna, con simboli e sigle che aiutano il potenziale escursionista a capire se può affrontarlo e come. “Bisognerebbe farlo per tutto, so che è un lavoro mastodontico, ma prima o poi qualcuno deve farlo”. La stessa disabilità è un mondo molto vario. Ed è anche importante che non sia solo il Pietro di turno a parlare di accessibilità, ma che ognuno di noi si faccia carico di questo tema, proprio perché riguarda tutti.

“L’accessibilità deve diventare trasparente. So che è un lavoro mastodontico, ma prima o poi qualcuno deve farlo”. P. Scidurlo

Infatti “Il primo ostacolo nell’accessibilità è culturale. Una mancata di presa di consapevolezza. L’accessibilità non si risolve nel simbolo internazionale con la carrozzina bianca su sfondo blu (ISA), è invece la caratteristica di un luogo, di un’esperienza, di una struttura che consente la piena partecipazione a chiunque, è garantire la piena partecipazione a ognuno di noi a un’esperienza che è stata ancor prima pensata, disegnata, progettata, realizzata attorno ai bisogni di chiunque”. 

LE PAROLE COSTRUISCONO PONTI

Le parole sono contenitori. Dentro c’è la vita. Ci sono le persone. Con la loro dignità”, si legge nel Manuale: è una citazione di Franco Bomprezzi, giornalista nato con la rara “malattia delle ossa di cristallo” (qualcuno ricorderà il film Il bambino di cristallo, uscito nel 2025, che raccontava la storia di Austin che ne era affetto e della sua famiglia). Per Pietro era molto importante ricordare la figura di questo giornalista che in vita si è tanto speso per i diritti delle persone con disabilità.

Nell’ambito esplorato dal manuale di Escursionismo e accessibilità, l’importanza del linguaggio è affrontata e sancita dal glossario finale, elaborato a partire dal documento intitolato Comunicare la disabilità, messo a punto da Antonio Giuseppe Malafarina, Claudio Arrigoni e Lorenzo Sani per il Coordinamento per le Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti. Le parole si possono considerare la punta dell’iceberg di una sensibilità e di una comprensione generale della diversità che viene da molto più lontano. “È un tema molto ampio, io per primo sto molto attento al linguaggio perché mi fa capire come la persona dall’altra parte mi tratta o mi tratterà. Se usa un linguaggio non appropriato è perché non è preparata sul tema e non arriverà mai a comprendere quali sono i miei bisogni. Il linguaggio ci definisce, perché attraverso di esso possiamo far comprendere quanto rispetto e qual è la giusta distanza che noi impostiamo tra noi e quell’argomento. Le parole sono importanti, costruiscono ponti e abbattono muri”.

“Il linguaggio ci definisce, perché attraverso di esso possiamo far comprendere quanto rispetto e qual è la giusta distanza che noi impostiamo tra noi e quell’argomento. Le parole sono importanti, costruiscono ponti e abbattono muri.”

Bisogna imparare a utilizzare i termini corretti: “Non andiamo a chiamare le persone cieche come ‘non vedenti’, le persone sorde come ‘non udenti’, le persone con disabilità come ‘disabili’. Diciamo invece persona a mobilità ridotta, persona cieca, persona con celiachia, non ‘celiaco’. Celiaco è una condizione, disabile è una condizione. Noi non siamo la nostra condizione, noi siamo persone che vivono una determinata condizione”. Ancora: “Una volta sono andato in un hotel e mi sento dire ‘La sua carrozzina può andare ovunque qua’. Ma sono io persona che spingo la mia carrozzina e la faccio andare ovunque. O quante volte la gente non parla con la persona con disabilità, ma con l’accompagnatore, come se la persona con disabilità non esistesse, non avesse un’autonomia. Ecco, questa è la prima cosa che dobbiamo far cambiare e la montagna può essere lo spazio giusto per farlo”.

“Noi non siamo la nostra condizione, noi siamo persone che vivono una determinata condizione”. P. Scidurlo

PERCHÉ LA MONTAGNA È LUOGO DI INCONTRO

La montagna si presta particolarmente bene a essere “luogo di incontro, che unisce, che include”. Come mai? “Perché è uno spazio trasversale dove ognuno di noi può esprimersi al meglio, perché mette chiunque nella possibilità di farlo. La montagna, in quanto spazio all’aria aperta, riporta un po’ alla semplicità delle cose, al poter camminare, al poter stare assieme, essendo se stessi indipendentemente dai nostri bisogni di accessibilità”. 

In montagna l’accessibilità passa, come in generale all’aria aperta, da tanti piccoli fattori. “Le persone non vanno in montagna solo per camminare, o per mangiare dell’ottimo cibo nei rifugi, o per dormire guardando le tre cime di Lavaredo. L’accessibilità di un’esperienza outdoor, quindi anche in montagna, è fatta di tutte queste cose insieme”. Riguarda dunque l’esperienza itinerante, l’ospitalità, gli spazi, i servizi. “Se vogliamo veramente rendere la montagna fruibile a tutti, dobbiamo poter garantire viandanza, quindi esperienze da vivere, ospitalità ad ogni livello, servizi, cioè poter mangiare, curare, vivere qualsiasi tipo di momento all’aria aperta”.

ACCESSIBILITÀ E SOSTENIBILITÀ

Il rispetto per le persone non deve tuttavia prescindere da quello per l’ambiente. Non si può promuovere l’accessibilità a ogni costo. Dò sempre per scontato che il rispetto dell’ambiente venga tutelato, cioè realizzare accessibilità in montagna non significa stendere ‘lingue di cemento’ nei parchi più belli d’Italia, o fare impianti di risalita per raggiungere delle aree dove di fatto poi non puoi fare nulla, perché in rifugio non riesci a entrare o il sentiero non ti consente di camminare. Ma nel momento in cui siamo in grado di rispettare l’ambiente, allora possiamo anche immaginare di renderlo uno spazio per tutti”.

"Do sempre per scontato che il rispetto dell’ambiente venga tutelato. Realizzare accessibilità in montagna non significa stendere ‘lingue di cemento’ nei parchi più belli d’Italia". P. Scidurlo

Com’è successo con una delle più belle esperienze vissute da Pietro, quando con alcuni amici è andato in Val Viola, in Valtellina, raggiungendo per la prima volta un rifugio sopra i 2000 metri. “Non è stato semplice perché il sentiero non era sicuramente accessibile alle mie esigenze, ma ce l’ho fatta grazie alle persone che erano con me, dimostrando che accessibilità e accoglienza sono un binomio inscindibile. Se ci fosse stato un sentiero percorribile in autonomia avremmo fatto bingo, però un passo alla volta sicuramente potremo raggiungere questo traguardo”. Il più ambizioso riguarda il Sentiero Italia: “Le persone hanno bisogno di rimanere sul territorio più giorni, per questo dobbiamo lavorare sodo e provare a immaginare che non subito, ma nel 2030, almeno 100, 200, 300 chilometri di Sentiero Italia possano essere un’esperienza per tutti. Serve visione, quella che il CAI ha già dimostrato pubblicando il manuale”.