Sergio Gorna, Fedora Donati e Armando Costa in cima alla Paganella dopo averne scalato la via Diretta il 1° giugno 1958 © Archivio Monica BaldessariTrucco perfetto, vestiti dai colori sgargianti e unghie rigorosamente laccate di rosso. Non sembra il ritratto preciso di un'alpinista, eppure la donna che corrisponde a questa descrizione lo fu senz'altro. Fedora Donati - nata a Mezzolombardo, piccolo centro del Trentino, nel 1930 - alla giovane età di 29 anni vantava già un curriculum di tutto rispetto, che comprendeva le più importanti e difficili salite presenti all'epoca nel Gruppo di Brenta. Dallo Spigolo Fox del Campanile Basso, con passaggi di V superiore, allo Spigolo Dibona sul Croz dell'Altissimo, una parete con uno sviluppo di oltre 1.000 metri, passando per lo Spigolo Nord del Crozzon di Brenta, cima forse più severa dell'intero massiccio.
Un'attività di altissimo livello, che comprendeva capatine all'Ortles, sul Cevedale e in Presanella: quasi pionieristica considerando l'epoca, soprattutto per una donna. Ed è qui che la storia assume una piega forse un po' triste. Legatasi in cordata a fuoriclasse del calibro di Cesare Maestri, Marino Stenico e Bruno Detassis, Fedora non assurse mai alle cronache alpinistiche del tempo, se per maschilismo deliberato o ingenua negligenza non è dato saperlo.
Fedora Donati, la nipote Monica e Armando Costa nell'agosto 1958 © Archivio Monica Baldessari“Fu una figura importante, la seconda di cordata ideale” ricorda Armando Costa, guida alpina e suo prezioso amico per gran parte delle salite portate a termine dalla Donati. “Aveva un coraggio quasi maschile, che proprio per questa ragione venne spesso considerato, erroneamente, incoscienza. Eppure arrampicava davvero bene, era perfettamente in grado di distinguere i pericoli e le difficoltà in parete”. Capace di superare passaggi complessi con decisione estrema, possedeva anche un intuito fuori dal comune che le permetteva di individuare l'appiglio buono, pure il più nascosto.
“E questo nonostante le unghie lunghissime che amava sfoggiare". A ricordarlo, stavolta, è Monica Baldessari, nipote di Fedora. “Mia madre era sua sorella e ricordo che nel 1998, quando la zia morì, ai funerali presenziò anche Cesare Maestri. Gli promisi di andare a trovarlo e mantenni la parola soltanto vent'anni più tardi, appena prima che ci lasciasse anche lui. Fu Maestri, durante il nostro incontro, a parlarmi della sua meticolosa attenzione per il look”.
Presa in giro dal Ragno delle Dolomiti proprio per via delle lunghissime unghie, Fedora era solita rispondergli che pure le aquile possiedono notevoli artigli. “Le piaceva vestire in maniera appariscente, ma mai volgare” prosegue Monica, “Quando era lontana dai sentieri, indossava quasi sempre i tacchi alti e non rinunciava mai ad un'ingente quantità di trucco, nemmeno in parete. Proprio Maestri mi raccontò di come, durante i bivacchi, fosse solita struccarsi alla sera e ritruccarsi appena sveglia, prima di cominciare ad arrampicare".
Fedora Donati impegnata in un'aerea discesa in corda doppia © Archivio Monica BaldessariNon mancò, in quel periodo a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, uno sfortunato incidente. Nel 1959, Fedora si trovava sulla via Vinatzer-Rifesser al Sass dla Luesa, insieme ai compagni di cordata Armando Costa e Romano Lughezzani. La cordata era a 300 metri da terra quando, sull'ultima lunghezza difficile prima dei camini terminali, li sorprese la pioggia, che presto diventò grandine.
Costa stava procedendo su un delicato tratto di roccia friabile quando, sul passaggio chiave, dovette mollare la presa, sia per via della stanchezza che per il freddo alle mani dovuto a quel repentino cambio della meteo. Nel farlo, ebbe però l'accortezza di avvertire Lughezzani, che lo stava assicurando. Il pauroso volo di quaranta metri fu dunque abilmente trattenuto dal compagno e a salvare la cordata ci pensò una squadra di Catores gardenesi, dopo aver visto sventolare la mantellina blu della Donati in parete, dal Passo Gardena. Le operazioni di recupero durarono una notte intera, durante la quale Fedora dimostrò invidiabile sangue freddo.
Armando Costa, Fedora Donati e Sergio Gorna in vetta al Campanil Basso dopo averne affrontato la via Preuss il 22 settembre 1957 © Sergio Gorna“Fu lo stesso atteggiamento che mantenne nel decorso della sua malattia” racconta la nipote Monica. “Durante gli anni Settanta, complice l'inizio di una nuova vita con il suo compagno, zia Fedora non cercò più le scalate difficili, nonostante frequentasse ancora la montagna e amasse trasmettere anche a noi la sua passione. Aveva cominciato ad appena 15 anni, nel 1945, e fino alla morte rimase un'orgogliosa socia del CAI, nella locale sezione SAT di Mezzolombardo. A giugno del 1998 ci fu la diagnosi di un brutto male, che se la portò via nel dicembre dello stesso anno. Ma si preparava con tranquilla e lucida meticolosità alla morte: aveva già indicato al compagno i nomi di due donne del paese che avrebbero potuto aiutarlo con le faccende domestiche, oltre al vestito con il quale desiderava venire sepolta. Una cosa che all'epoca la fece molto sorridere” conclude Monica “fu come, nonostante i tre pacchetti al giorno di nazionali senza filtro che era solita fumare, il tumore avesse attaccato tutti gli organi vitali tranne i polmoni”.
Fedora Donati fu una donna piena di slanci e visione, fiera della propria libertà e incapace di scendere a compromessi con una società che l'avrebbe sicuramente voluta diversa. Allo stesso modo, fu altrettanto totale nel non rinunciare mai a se stessa e alla sua femminilità prorompente, anche quando cozzava con gli ambienti selvaggi che tanto amava frequentare. Un esempio di alpinismo al femminile relegato all'oblio e che vale invece la pena continuare a ricordare.