@Ragni di Lecco
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@Ragni di LeccoTrasferta patagonica dai risvolti alpinistici più diversi per Luca Schiera, che nell'emisfero australe ha unito ripetizioni di vie più moderne come la Padrijo di Matteo Della Bordella all'Aguja Guillaumet ad altre, dal carattere marcatamente storico come la “normale” al Fitz Roy (3405 metri), dove la cordata dei Ragni di Lecco ha provato l'emozione di trovare i chiodi originali, piantati da Lionel Terray e Magnone nel 1952. Quest'ultima salita ha dato una soddisfazione del tutto particolare a Schiera e Matteo Colico, con lui in questa trasferta sudamericana. “Blocchi instabili, fessure ghiacciate, chiodi inaffidabili e magnesite bagnata sono stati gli ingredienti di una giornata passata letteralmente dentro alla storia dell'alpinismo. Io e Matteo giovedì siamo saliti verso la parete sudest del Fitz Roy con l'intenzione di salire la classica franco-argentina. Scalato il primo bellissimo tiro con le prime luci dell'alba ci prende una forte curiosità, così deviamo dalla via scelta per portarci più a destra lungo la linea originale della prima salita di Guido Magnone e Lionel Terray del 1952. Sembra impossibile, ma probabilmente non era mai stata ripetuta in 74 anni, in favore della variante più diretta verso la cima”.
Insomma, il richiamo della storia è stato più forte della mera soddisfazione arrampicatoria. Il Cerro Chalten (la montagna che fuma) era stato battezzato Fitz Roy dal famoso topografo Francisco “Perito” Moreno, che lo aveva così nominato in onore di Robert Fitz Roy, il comandante del Beagle, l'imbarcazione usata da Charles Darwin nella sua celebre esplorazione della Patagonia. Il primo tentativo al Fitz Roy aveva visto protagonisti Ettore Castiglioni, Giovanni “Titta” Gilberti e Leo Dubosc già nel 1937, ma erano stati poi Terray e Magnone i primi a conquistare la cima, ben 15 anni dopo. Provvidenziale in quell'occasione era stato il contributo di Magnone, che aveva affrontato l'ultimo difficile strapiombo, riuscendo ad assicurare il passaggio decisivo con uno degli ultimi due chiodi rimasti, l'unico capace di infilarsi nella stretta fessura da attrezzare. Per via delle difficoltà affrontate, Terray parlò del Fitz Roy come della salita “tra tutte, quella in cui sono arrivato più vicino ai limiti della mia forza e del mio coraggio”.
Schiera non fa mistero del fascino esercitato dalla via nelle dieci ore impiegate per la salita. “L'arrampicata in sé non è certo fra le migliori ma trovare i chiodi originali è stata una emozione pazzesca, mi sembra di rileggere le parole degli scritti Terray, anche se fu Magnone a tirare buona parte della via. Siamo saliti in libera trovando difficoltà fino al 7a circa per 15 tiri totali, con diversi tratti saliti in conserva. Senza vento e con una piacevole temperatura decidiamo di concludere la giornata con uno scomodo ma panoramico bivacco alla Brecha de los Italianos prima di scendere la mattina successiva”. La ripetizione di Schiera e Colico conferma il racconto della prima salita nella modalità con cui è stata effettuata. “Effettivamente sui primi tiri abbiamo trovato diversi chiodi, anche perché per andare su veloci non schiodavano. Ci sta che alla fine scarseggiassero. Mettere mani e piedi sulla via è stata comunque una ulteriore conferma del loro valore. Al tempo è stata la prima arrampicata in senso stretto nel gruppo e anche il fatto che si fossero avventurati solo in due, testimonia un gran coraggio. Anche la discesa non è per niente banale, questa ripetizione non ha fatto altro che aumentare la mia ammirazione per quella che fu una vera e propria impresa”.