Genova–Monviso–Genova: 29 ore fuori scala

Pubblichiamo oggi il racconto di un viaggio tra amici. Un viaggio ai limiti dell’assurdo: dalla Liguria alla vetta del Monviso in bici, una salita in notturna e un ritorno senza sconti. Una storia di amicizia, montagna e scelte ostinate, dove il tempo non conta quanto il senso del cammino.

Racconto di Enrico Scatuzzi

In un’epoca in cui prendere l’automobile per fare un paio di chilometri è la normalità, bisogna tornare alle radici. Talvolta in modo irruento.
Tutte le idee più balzane nascono quasi per caso. Ma prendono vita perché ci si crede fortemente.
Il Monte Viso (o Monviso) nella mia immaginazione è stato una presenza costante. Lo si vede dai monti dietro casa, a Genova. Da casa dei miei a Torino. Da quasi tutte le vette della Valle d’Aosta e da tutta la Pianura Padana. Non a caso viene anche chiamato il Re di Pietra.
Un paio di anni fa era uscita, tra le tante idee, di salire il Monviso con andata e ritorno in bici da Genova. Con Lorenzo M..
Poi abbiamo ritrattato con un’andata in bici da Torino, la salita alla vetta e ritorno in bici a Genova.
Ciclicamente usciva nei discorsi quest’idea, che ovviamente non attirava solo me.

Le criticità del Monviso sono banali, ma non trascurabili. Ad esempio il meteo è molto variabile, e questo per la sicurezza è un grosso problema. Poi, possibilmente, è meglio salire per “primi di giornata”. Perché uno dei maggiori pericoli è rappresentato dalla caduta di massi provocata dalle altre cordate. Manca poi il problema più banale di tutti: dove lasciare le bici.

Arriva agosto. Faccio una corsa al Rifugio dell’Antola a salutare e a gustare qualche ottimo piatto. Davide, uno dei gestori, mi racconta della sua impresa sportiva in Africa in bici. Io gli racconto della mia gara a Courmayeur, la GTC. Diciamo che siamo due che difficilmente si incontreranno mai una domenica pomeriggio all’Ikea.
Ad un certo punto: “Ma Enri quella cosa del Monviso..?”. E prende il calendario in mano. Iniziano sempre così queste cose. Mia moglie Beatrice me dice sempre, ridendo, che frequento dei brutti giri.

Potrebbe essere il 29 agosto. Gli dico che potrei avere la persona giusta, con Stefano P. ne avevamo anche già parlato. Peccato non ci sia Lorenzo M., decidiamo così di fare una versione ibrida. Per poi fare la versione “originale” anche con lui chissà, magari già nel 2026.
Scrivo così a Ste, risponde solo: “Ci sono!”. Mannaggia a queste brutte compagnie.

Lunedì scrivo ai ragazzi un possibile piano.
17.43 di venerdì 29 agosto treno da Genova Piazza Principe. Arrivo a Fossano alle 20.03.
Da Fossano a Pontechianale sono circa 65km in bici con 1.400 metri di dislivello positivo.
Arrivati a Pontechianale lasceremo le bici e, tutta in notturna, saliremo in vetta al Monviso. 12km con 2.063D+ la sola andata.
Ritornati a Pontechianale riprenderemo le bici per tornare a Genova. Circa 200km con 1.450D+.

Nessuno si fa pregare. Anzi, il programma convince tutti subito. Davide porterà anche un suo amico, Simone.
Simone lo conoscerò, in un modo particolare, quattro giorni dopo. Mentre torno da un giro in bici con Beatrice ci supera un ragazzo in una salita urlando “Dai dai dai!”. Gli urlo dietro: ”ma tu sei Simone?”. Rallenta, ci presentiamo. Due chiacchere e ci salutiamo con un “allora ci vediamo venerdì”. Anche con lui all’Ikea non penso ci incontreremo mai.

Il problema più grande rimane dove lasciare le bici. Se ne occupa gentilmente Davide di questo tassello fondamentale.
Le opzioni principali sono:

  • Lasciare le bici nella legnaia del Rifugio Alevé;

  • Lasciare le bici da Gianfranco, il panettiere di Pontechianale. Tutti rimarchiamo il sapore romantico che questa scelta comporterebbe. Subito Gianfranco viene idealizzato. “Quel simpatico uomo con i baffoni alla Super Mario e la sua maglietta bianca un po’ slargata da un’abbondante giro vita piena di farina”.

Ma Gianfranco non lo conosceremo. Non sapremo se ha o no dei baffoni neri. Purtroppo. Le bici le lasceremo al Rifugio Alevé. Questo per risparmiare 6 km di corsa che dovremmo aggiungere con questa soluzione per arrivare in centro a Pontechianale.

Passano i giorni. Ci si sente per tabelle, meteo, alimentazione e scambi di idee per il materiale. Ma il mercoledì ci si sente per un problema più grosso. Il 27 agosto c’è stata la prima fitta nevicata sul Monviso. Quello che abbiamo in mente non può contemplare l’uso di corde o ramponi. Diventerebbe tutto un po’ più articolato, lento e pesante. Pesate letteralmente in termini di peso. Quando vengo preso in giro perché valuto mezzo chilogrammo in più o in meno nello zaino faccio sempre questo ragionamento: tieni in mano una bottiglietta da mezzo litro e giraci per un’oretta. Ecco ora riproporziona la fatica immaginando di portarla in cima ad una montagna. Per dare un dato più tangibile una corda da 60 metri pesa circa 3,5/4kg ed un paio di ramponi di media qualità intorno ai 700 grammi.

Decidiamo che andremo comunque, faremo comunque un check con il Rifugio Quintino Sella la mattina della partenza. Ma provare proveremo. È giusto così. Per non avere obiezioni decidiamo di acquistare i biglietti del treno prima di chiamare il rifugio.

Arriva venerdì mattina e gentilmente ci pensa Stefano a chiamare il Rifugio per chiedere le condizioni. Gli dicono che una Guida era salita in mattinata e al suo ritorno avrebbero avuto notizie certe sulle condizioni.
All’ora di pranzo ci dicono che in vetta ci sono circa 10 centimetri di neve e meno via via a scendere sulla via normale. In queste condizioni, per quello che vogliamo fare noi, ci sono poche possibilità di successo. Ma oramai abbiamo deciso che andremo, alla peggio si tornerà indietro. Il bello è anche quello. Ma il mantra deve rimanere “meglio nesci che buon’anima” (meglio sciocco che buon’anima, in genovese).

Ore 17.20 chiudo il pc. Prendo la bici ed in 10 minuti arrivo stazione. Nel frattempo Stefano ha preso il treno a Sori, si aggiungeranno a lui Davide e Simone ed infine io. MA. C’è sempre un MA, nelle nostre organizzazioni.

A Brignole Davide sale sul treno e non trova Stefano nella carrozza bici, hanno preso un treno diverso. Per fortuna entrambi diretti a Savona. Simone invece è in ritardo, sale sul treno così a pelo che la ruota posteriore della bici rischia di rimanere tra le porte. Poesia.

Io salgo a Principe e mi unisco a loro due. Recuperiamo Stefano a Savona e facciamo il biglietto integrativo per le bici, che ci eravamo scordati. In Liguria sui treni regionali il trasporto bici è gratuito, in Piemonte no. A dimostrazione che le teorie sui genovesi avidi sono, forse, infondate.

Nel treno Savona – Fossano rianalizziamo il meteo gustando una prelibata cena. Il viaggio scorre e siamo puntualissimi a Fossano. Grazie Trenitalia, in fondo anche tu eri una delle grandi incognite.
Scendiamo, foto di rito chiesta ad un signore fuori dalla stazione. “Ma dove andate?” ci chiede, Simone educatamente prova a spiegare. Il signore ha la faccia confusa. Partiamo.

I primi chilometri sono veloci e scorrevoli, fintanto che non incontriamo i campi. Enormi campi. Con enormi quantità di letame. L’odore ci penetra le narici, per un paio d’ore non capiremo se è rimasto nel nostro naso o se è presente nell’aria. Io sostengo non esistano abbastanza mucche in grado di fare tutta quella cacca. Ridiamo. Si pedala.
Arriva il buio e con lui delle grosse nuvole che vediamo lontane verso le Alpi, costantemente squarciate da grossi fulmini.
In un attimo ci accorgiamo che Stefano è rimasto indietro. Ha bucato.

Non si vive mai bene una foratura, è una grossa scocciatura. Se poi sei al buio e hai i tempi pianificati tanto peggio. Ma lì esce il coniglio dal cilindro. Quel jolly che forse, con il senno del poi, quasi meglio avere bucato. Simone ha fatto per anni il meccanico da Tracce Bike Shop, noto negozio a Genova. E con più scioltezza di quella con cui io mi allaccio le scarpe sostituisce la camera d’aria, ripassa il nastro sul cerchione facendoci una lezione su come si fa e via. In 6 minuti stiamo di nuovo pedalando.

Dopo poco lasciamo l’ultimo centro abitato e piano piano inizia la salita. Io non ho la luce frontale per la bici e dunque cerco di stare davanti per non rimanere al buio, ma stare davanti è faticoso. La salita si impenna sempre di più fino al tratto finale, dove nessuno si risparmia e ne esce una tiratina. Alla fine dei 65km percorsi il dislivello di 1.400D+ era concentrato negli ultimi 15/20km. Il Rifugio ci appare come un piccolo miraggio nel buio. Sono le 23.40 e siamo perfettamente nella tabella di marcia.

Siamo dunque a Pontechianale, più precisamente nella frazione di Castello. Perché qui? Perché la prima salita al Monviso avvenne proprio da Castello. Quindi per me non poteva avvenire da altri posti, il passato ha sempre un suo fascino.

Il Rifugio Alevé ci ha dunque lasciato a disposizione la legnaia, in quanto chiuso. Ma quando arriviamo c’è una finestra aperta. Quella del bagno. E noi abbiamo mangiato tanto e preso molto freddo allo stomaco nella salita. La temperatura è di circa 7 gradi. Dopo una breve discussione sull’etica di intrufolarsi dalla finestra per usufruire dei servizi decidiamo che, seppur molto comoda, non è il caso. Concimeremo qualche pianta, d'altronde come suggeriva un nostro compaesano De André “..dai diamanti non nesce niente, dal letame nascono i fiori..”.

Dopo un cambio in assetto alpinistico c.d. Fast and Light all’una di notte partiamo. La Val Varaita non regala nulla. I sentieri partono subito molto ripidi e i tratti corribili sono pochi. Arriviamo alla deviazione per il Bivacco Boarelli, il penultimo bivacco prima della cima posto a circa 2700 m.s.l.m.. La storia di Alessandre Re Boarelli e dei numerosi tentativi di Bivacchi realizzati sul Monviso ve la consiglio. Esempi di una grande donna e di grande perseveranza.

Prima del Bivacco si sviluppa un canalone ripido attrezzato con qualche catena ed attraversato da un rio che ovviamente, quando piove, si ingrossa. Due giorni fa è piovuto e nevicato. Mentre lo saliamo sentiamo come una pioggia, ma il cielo è sgombro da nuvole. Stefano prova a rassicurarci dicendo che forse, visto il forte vento, è una spolverata di neve che arriva dalla vetta. Non mi sento poi così rassicurato.

Il canale passa molto veloce, in un paio d’ore e qualche guado nel canale siamo al Bivacco. Come da accordi io, Stefano e Davide proveremo a salire in cima. Simone ci aspetterà nel bellissimo bivacco. Entriamo anche noi per trovare qualche minuto di tepore. Il bivacco è pieno oltre la capienza, c’è gente che dorme anche per terra. Come degli elefanti in una cristalleria entriamo svegliando tutti, ci cadono anche delle bacchette per terra. Una ragazza che dorme in un letto con la figlia ci offre una coperta vedendoci infreddoliti, mentre un ragazzo che abbiamo svegliato lascia gentilmente il suo caldo letto a Simone.

Fa freddissimo, per fortuna Simone mi lascia il suo piumino o la mia scampagnata probabilmente finirebbe qua. Usciamo dal Bivacco e comunque passo dieci minuti a pensare che non posso farcela, valuto anche di tornare indietro. Così freddo forse non l’ho mai avuto. Dev’essere anche la stanchezza.

La prima parte della traccia dopo il bivacco è piuttosto confusionaria, specie di notte fonda, perdiamo più tempo del dovuto. Tra sentieri di sfasciumi ed analisi sul percorso migliore arriviamo ai piedi del Bivacco Andreotti. Qui tra la roccia ed un nevaio vediamo un ermellino. Simpaticissimo animale molto raro da avvistare.

Arrivati all’Andreotti Stefano, incuriosito, ci dice di aspettare che vuole vedere com’è fatto dentro. D’altronde si tratta di un bivacco d’emergenza in cui è vietato dormire. Questo a causa delle scariche di sassi che spesso lo hanno devastato.
Così Stefano apre con la frontale ovviamente accesa e richiude subito, si riavvicina lesto a noi con un sorrisino dicendoci: “Cavolo, ho svegliato tutti!”.

Da qua inizia una parte di divertente arrampicata fino alla vetta. L’unico problema è il sottile strato di neve e ghiaccio su alcune rocce che comporta l’avere una grossa attenzione ogni passo. Non siamo legati e ad ognuno è affidata la sua sicurezza secondo il proprio scrupolo e giudizio. Io in alcune parti mi preoccupo più per la discesa che per la salita, è sempre più facile valutare una roccia davanti a te per poi salire. Meno quando devi metterci un piede guardandola dall’alto. Il turning point è stato un salto un po’ più difficile dove lo strato era più consistente. Lì è andato avanti Stefano e si è dovuto decidere insieme se avesse senso proseguire o meno. Alla fine il giudizio è stato positivo e, oggettivamente, mi fido molto di lui. Proseguiamo. Ogni volta che mi giro vedo Davide con un ghigno enorme di felicità che scatta foto, meno male, o sarebbe l’ennesima esperienza fatta con due selfie storti.

Ad un certo punto, mezzora prima della vetta, l’alba compare in modo inaspettato e prepotente. Appare la Pianura Padana e tutte le vette dal lato sud del Monviso. Quello che ci era stato celato fino ad ora dall’oscurità è diventato un dipinto. Concordiamo tutti e tre che questo ritardo dovuto al ghiaccio avrà sì dilatato i tempi, ma ci ha regalato una delle cartoline che ci porteremo sempre dentro.

La progressione ora si fa più rapida, il veloce rialzo termico ci aiuta sciogliendo il ghiaccio e in poco siamo in vetta.
Vetta che ci accoglie intorno alle 6 con la sua maestosa croce ed issata a sé una bandiera palestinese. Nulla come la montagna unisce e non divide. Non c’è posto più adatto per questo messaggio di pace. Il panorama è stupendo e nessuno di noi ha fretta di scendere. Perché il fascino delle vette è questo. Il piacere effimero della salita che può avere come epilogo solo la discesa. Nessun’altra velleità. Solo la pace con sé stessi e con gli altri. Davide tira un urlo di felicità. È tutto stupendo.

Quando arrivo in cima ad un qualsiasi monte, per rimanere concentrato, penso sempre ad un ritornello che mi disse una maestra alle elementari come risposta ad una mia polemica per un accento dimenticato in un compito.
“Ricorda Enrico. Fu per un accento che un tale che credeva di essere giunto alla meta e, in realtà, era solo a metà.”

Come fanno giustamente notare Davide e Stefano, però, non siamo neanche a metà. Manca ancora il ritorno in bici a casa.

Dopo aver impresso bene nella mente ogni dettaglio scendiamo, il caldo ha sciolto il ghiaccio ed ora si procede decisamente più veloce. Incontriamo alcune cordate che ci chiedono come sia. I nostri sorrisi dovrebbero bastare come risposta.
Alcuni ci dicono se siamo noi quelli che hanno lasciato il loro amico al bivacco. Nel nostro immaginario ormai Simone è la mascotte del Boarelli.

Il ritardo accumulato ormai è di quasi due ore. Ci preoccupiamo di quanto si stia preoccupando Simone. Acceleriamo il passo. Nel frattempo la stanchezza gioca i soliti scherzi e iniziamo a fantasticare su cosa stia facendo Simone. Chi dice che sarà preoccupatissimo, chi che starà dormendo o chi che starà facendo una partita a solitario. La versione più bella rimane che abbia intrapreso una relazione clandestina con la ragazza che gli ha ceduto la coperta.

Arriviamo al Boarelli, spalanchiamo di colpo la porta ed eccolo lì. Appena alzato. Ad accoglierci sorridente, forse un filo preoccupato.
Dopo una breve sosta tecnica al bivacco ripartiamo.

Dobbiamo assolutamente darci una mossa. Acceleriamo nel canalino e nei tratti corribili. Alle 11 siamo al Rifugio Alevé. Le bici per fortuna sono ancora lì. Mangiamo e beviamo qualcosa, una turista viene a chiederci se il Rifugio sia aperto e ci trova lì. Come quattro disperati mezzi nudi e sporchi in parte vestiti da bici ed in parte da corsa. Non finisce la domanda e se ne va.

Il tragitto ora prevede un rapido percorso fino a Fossano e poi 140km con 1.400D+.
Partiamo dicendo di non tirarci il collo, siamo stanchi e bisogna arrivare in fondo. C’è un solo problema. Nessuno di noi sa tirarsi indietro. Capire quando è il momento di rallentare. Così a metà discesa abbiamo una media oraria dei 43km/h. Come in una gara ciclistica di crono a squadre ci diamo costantemente il cambio a tirare. Superiamo poi un ragazzo che ci riacchiappa. Chiede a Ste dove andiamo, lui serenamente risponde Genova. Il ragazzo tira un urlo e si mette anche lui a tirare. Grande.

Arriviamo a Fossano con una media di 41,3km/h. Considerando che abbiamo delle bici gravel non banale. Facciamo così una sosta in un bar dove le ordinazioni non hanno nessuna logica. Prima gelati, poi panini, poi ghiaccioli. Un cliente ci chiede da dove veniamo. Simone prova ancora a spiegare. L’interlocutore è perplesso. Ripartiamo.

In qualche ora arriviamo a Dogliani. Zona Langhe. Paesaggi stupendi e ricchi, vista la stagione, di uva. In lontananza si vede timido il Monviso coperto da alcune nuvole.
Continuiamo per Millesimo fino al Colle di Cadibona. Se la discesa da Pontechianale è stata approcciata da criminali la discesa da questo Colle fino a Savona è stata come un lancio in paracadute. 50-60km/h di media. Arriviamo giù eccitatissimi. Breve pausa snack a Savona e si riparte.

Arrivati ad Arenzano Stefano, che abitando a Sori era il più lontano e probabilmente non ne poteva più, decide di mantenere un ritmo insostenibile. Considerando che sono le 9 di sera e siamo in giro da 28 ore. Inizia a tenere i 35-40km/h e noi tre attaccati in scia per non morire. Pazzo.

Arrivati a Genova ci troviamo bloccati nella fiaccolata organizzata per la Flotilla in partenza per la Palestina. Spingiamo le bici. È bello arrivare quasi alla conclusione del viaggio facendo parte di una dimostrazione di così tanta umanità, seppur per pochi minuti.
Arriviamo così in Piazza De Ferrari, chiediamo una foto. Anche loro chiedono da dove veniamo. Questa volta liquidiamo la domanda con un “è complicato”. Ridiamo.

La degna conclusione di questo viaggio è la pizzeria Manitoba in centro a Genova. Quello che ci voleva. Sono passate 29 ore da quando abbiamo preso il treno a Genova. Sembra passata una settimana. Eppure nonostante i dolori e la stanchezza non si può che essere felici.

Grazie ragazzi.