Gabriele Boccalatte al Mont Blanc du Tacul durante la prima ascensione del couloir du Diable, per la parete Sud-Est, con Guido Antoldi, Renato Chabod, Matteo Gallo e Piero Ghiglione, 30-31 agosto 1930 © Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino.
Giusto Gervasutti in arrampicata in dülfer sulla Parete dei Militi, in Valle Stretta, con pedule dalla suola in feltro, 1941-1942. © Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino
Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte e Guido De Rege di Donato di fronte al Cervino, 25 febbraio 1932. Al ritorno dalla salita invernale per la cresta di Furggen, fino agli strapiombi, poi cresta dell’Hornli, 23-24 febbraio © Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino
Gabriele Boccalatte in arrampicata su granito, 1935 ca © Archivio Famiglia Boccalatte
Giusto Gervasutti in cima alla Dent du Requin, sul Monte Bianco, durante la salita della via Dibona con variante finale, 1939. Foto di Ettore Giraudo. © Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino
Giusto Gervasutti, nato a Cervignano del Friuli, scopre la Alpi Occidentali durante il servizio militare e se ne innamora perdutamente. Nel 1931 si trasferisce a Torino dove incontra Gabriele Boccalatte, di Orio Canavese, pianista e scalatore sopraffino, e per un breve periodo formano una cordata. Sono due ragazzi pieni di talento, anche se diversi per carattere e sensibilità. Complementari, fortissimi. Insieme potrebbero risolvere i grandi problemi delle Alpi, ma la collaborazione finisce presto, quando Gabriele s’innamora della milanese Ninì Pietrasanta, si trasferisce a Milano e per qualche anno scala con lei. Intanto Gervasutti prosegue l’esplorazione verticale, legandosi con altri compagni. Fa i conti con la dittatura fascista, il mito della montagna e la fabbrica degli eroi. Partecipa alle gare per le pareti nord dell’Eiger e delle Grandes Jorasses, perdendole entrambe, ma si riscatta con imprese ancora più estreme e visionarie. È l’alpinista più moderno della sua epoca, il Fortissimo.
Di nuovo insieme
Gervasutti e Boccalatte si ritrovano sotto il Monte Bianco nell’estate del 1938, quando ormai Gabriele è diventato padre e Ninì deve badare al piccolo Lorenzo. Di nuovo insieme, Giusto e Gabriele firmano una della più difficili scalate del Monte Bianco – il pilastro Sud ovest del Pic Gugliermina –, ma pochi giorni dopo arriva la terribile notizia: Boccalatte è morto sull’Aiguille de Triolet sotto una scarica di sassi. Così si tronca un sodalizio che avrebbe potuta dare grandi frutti e Gervasutti ricomincia ad arrampicare senza il compagno pianista, mentre si avvicinano la guerra e l’ultima fase della vita di Giusto, fantastica sotto il profilo alpinistico, malinconica per altri motivi. Nel 1942 il friulano firma il suo capolavoro sulla parete est delle Grandes Jorasses, sapendo che più in alto non potrà andare. Mai più.
Uniti oltre la storia
Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte sarebbero stati La Cordata delle Alpi occidentali ed è su questa suggestione, tanto eccitante quanto irreale, che si basa la mostra che ho curato con Veronica Lisino e Marco Ribetti al Museo Nazionale della Montagna di Torino, visitabile a partire da ieri, 2 aprile. Abbiamo provato a immaginarli uniti a dispetto della vita e della storia, e soprattutto ci siamo sforzati di restituire a due alpinisti formidabili quel ruolo che Torino non ha mai capito fino in fondo, ignara del valore dei propri figli. Un omaggio tardivo e doveroso, possibile grazie a nuovi archivi ottenuti dal Museo e alla generosità di Lorenzo Boccalatte, figlio di Gabriele e Ninì Pietrasanta, della famiglia Gervasutti, della famiglia Filippi e degli eredi di Giuseppe Gagliardone, l’ultimo compagno di Giusto. In un film mai visto si può ammirare Gervasutti che scala sulla parete dei Militi in Valle Stretta, così come fa Boccalatte, sulle Dolomiti, filmato da Ninì. Basta guardarli per apprezzare la classe, lo stile e le differenze: Giusto atletico, essenziale e inarrestabile, uno scalatore da settimo grado; Gabriele morbido e aggraziato, un gatto della roccia, bravo sul verticale e bravissimo sul delicato. Due stili complementari.
“In Boccalatte si fa strada una concezione classica dell’alpinismo come ricognizione della Natura e compenetrazione con essa…”. M. Mila
Quella di Boccalatte, secondo Massimo Mila, è una visione dove “si fa strada una concezione classica dell’alpinismo come ricognizione della Natura e compenetrazione con essa… Forse Gabriele aveva acquisito molto dell’astuzia del valligiano e delle guide occidentali, che sanno sempre scovare un punto debole”. Così sono le sue vie: ricercate, raffinate, d’autore. Gervasutti fa un passo ulteriore, forse anche più di uno, raddrizzando la concezione. È in lui che il meglio della scuola orientale e di quella occidentale si fondono, dando vita a visioni e realizzazioni assolutamente innovative, proiettate verso il futuro.